L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

giovedì 23 luglio 2020

E se pensate di risolvere con ulteriore prigione nelle case, non avete capito che non c'è più carne intorno all'osso. “A settembre e ottobre vedremo gli esiti di questo periodo di grave crisi economica. Vediamo negozi chiusi, cittadini che non hanno nemmeno la possibilità di provvedere ai propri bisogni quotidiani” - “Molte persone avranno difficoltà a riprendere l’attività perché, quando il lavoro viene meno, aumenta la disperazione e lo stato di sofferenza delle nostre popolazioni”

Nuovo allarme del capo della Polizia Franco Gabrielli: “Rischi lacerazioni sociali”


E' arrivato a circa 150 metri dal cantiere della Torino-Lione il corteo No Tav è sfilato per la Val Clarea fino a Chiomonte. I partecipanti, hanno abbattuto una recinzione. Chiomonte, Torino, 28 luglio 2018 

ANSA/ ALESSANDRO DI MARCO
21 luglio 2020

ROMA. – Attività che falliscono o non riaprono. Famiglie che finiscono in mano agli usurai o, peggio, direttamente nelle braccia delle organizzazioni criminali e del loro welfare alternativo. Movimenti di ogni colore politico che alzano i toni, come dimostrano le ultime azioni in Val di Susa, e soggetti legati alle mafie che soffiano sul fuoco della protesta e delle sofferenze con l’obiettivo neanche troppo velato di far esplodere la bomba sociale.

Il capo della Polizia Franco Gabrielli rilancia l’allarme sulle ripercussioni che l’emergenza Covid potrebbe portare in autunno: dal rischio concreto di “lacerazioni del tessuto sociale” alle “praterie” che si aprono per le organizzazioni criminali con la crisi economica. Segnali di preoccupazione che arrivano dal territorio e che già sono stati sottolineati nelle settimane scorse da tutti gli apparati di sicurezza: dal ministro dell’Interno Luciana Lamorgese all’intelligence fino allo Dia.

“Molte persone avranno difficoltà a riprendere l’attività perché, quando il lavoro viene meno, aumenta la disperazione e lo stato di sofferenza delle nostre popolazioni” ragiona il capo della Polizia sottolineando che il lungo lockdown “lascerà delle conseguenze”. Per questo l’obiettivo primario delle istituzioni deve essere quello di “mantenere unita la collettività nazionale”.

E di fronte a possibili manifestazioni di piazza, il compito delle forze di polizia deve essere quello di “dimostrare la professionalità che ci è propria, la capacità di entrare in empatia con la sofferenza e il bisogno della gente. Dobbiamo essere capaci ad interpretare il disagio delle persone – ribadisce Gabrielli – non servono esercizi muscolari”. “L’anteprima” di quel che potrebbe accadere in autunno, almeno sul fronte dell’ordine pubblico, si è visto secondo il questore di Torino in Val di Susa.

“C’è un cambio di strategia rispetto al passato – dice Giuseppe De Matteis – le azioni di guerriglia sono provocazioni nei confronti della polizia. Si cerca l’incidente per creare consenso, con le frange organizzate che cercano di dare il peggio con azioni dal forte valore simbolico”.

La Val di Susa, dunque, come osservatorio di quelle violenze contro le forze di polizia che il titolare del Viminale Luciana Lamorgese ha indicato come “rischio concreto” lo scorso 9 luglio, rilanciando l’allarme sulle tensioni sociali.

“A settembre e ottobre vedremo gli esiti di questo periodo di grave crisi economica. Vediamo negozi chiusi, cittadini che non hanno nemmeno la possibilità di provvedere ai propri bisogni quotidiani” ha sottolineato infatti il ministro che già nelle settimane precedenti aveva inviato una direttiva ai prefetti per invitarli ad intercettare tempestivamente derive pericolose e focolai estremisti. E poi ci sono le organizzazioni criminali.

L’analisi della Direzione investigativa antimafia contenuta nell’ultima relazione al Parlamento è spietata: la paralisi economica ha offerto alle mafie “prospettive di arricchimento ed espansione paragonabili a ritmi di crescita che può offrire solo un contesto post bellico”.

Lo shock provocato dal Coronavirus ha avuto, dicono gli analisti, un impatto diretto su un’economia già in difficoltà: una situazione che potrebbe “finire per compromettere l’azione di contenimento sociale che lo Stato, attraverso i propri presidi di assistenza, prevenzione e repressione ha finora, anche se a fatica garantito generando problemi di ordine pubblico”.

Con le mafie che da un lato si occupano di fornire un “welfare alternativo” e dall’altro lavorano per “fomentare gli animi” in quelle fasce di popolazione che già cominciano “a percepire lo stato di povertà a cui stanno andando incontro”.

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