L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

domenica 26 luglio 2020

Euroimbecilandia è un mero aggregato di interessi che ha in testa solo la spoliazione dei più deboli politicamente e i nostri hanno nel loro Dna il Vincolo Esterno per l'Italia che li rende succubi su tutto e tutti

Ecco a voi il Super-MES

di Leonardo Mazzei
21 luglio 2020


Il super-Mes

Bruxelles, ore 5:32 del 21 luglio, per l’Italia il disastro è compiuto. Non si chiama Mes, anche se ci sarà spazio pure per questo, ma Recovery Fund, il super-Mes pensato dall’asse carolingio, ripreso dalla Commissione, ed infine modificato (in peggio, ovviamente) dal Consiglio europeo con la firma di stamattina.

Lo abbiamo sostenuto per mesi. Non è mai esistito un Mes cattivo, opposto ad un Recovery Fund buono. Esiste invece il sistema dell’euro, che di questi meccanismi abbisogna come il pane. E’ da quel sistema che bisogna liberarsi. Il resto è solo chiacchiera per l’interminabile teatrino della politica. Quel teatrino tenuto in piedi affinché ogni ragionamento serio sia bandito dal discorso pubblico.

Oggi gli euroinomani festeggiano. Lo fanno per l’accordo raggiunto, per la novità di un pacchetto economico a loro dire eccezionale, perfino per l’idea che si sia aperta la strada alla condivisione del debito, aprendo così pure quella della mitica Europa federale. Hanno torto su tutto, ed i fatti lo dimostreranno.

L’accordo è stato uno dei più pasticciati dell’intera storia dell’Unione, che in quanto a pasticci proprio non ha rivali. Non il frutto di un’intesa di fondo, ma di un’estenuante mediazione sul più piccolo dettaglio degli interessi di ognuno.

Lo dimostra il consistente aumento degli sconti dei contributi al bilancio comunitario, ottenuto dai 4 “frugali” (Olanda, Svezia, Danimarca, Austria) più la Germania, per il periodo 2021-2027. Molti segnalano come i quattro portino a casa 26 miliardi, “dimenticandosi” però di dire che altri 25,6 verranno incamerati dalla Germania.

Con questa intesa l’UE si dimostra sempre più come un mero aggregato di interessi, dove ognuno gioca la sua specifica partita. Un tutti contro tutti che è l’esatto contrario di quello “spirito europeo”, che solo certi personaggi del nostrano pollaio politico e mediatico continuano a voler vedere.

Che l’intero pacchetto economico (Mes, Sure, Bei, Recovery Fund), messo a punto dall’UE per far fronte alla crisi innescata dal coronavirus, sia di una portata eccezionale è un falso clamoroso. Se è vero che si tratta di un pacchetto senza precedenti, è altrettanto vero che la sua entità è nettamente inferiore a quelli varati in questi mesi da Usa, Cina, Giappone e Gran Bretagna. La verità è che dentro l’UE si salveranno solo gli Stati più forti (Germania in primis), quelli che, proprio grazie alle asimmetrie prodotte dall’euro, hanno già potuto mobilitare le proprie risorse finanziarie. Per gli altri, Italia in primo luogo, il disastro sarà inevitabile.

In quanto alla condivisione del debito c’è ben poco da dire. L’andamento del vertice, la dura contrapposizione tra i singoli paesi, l’infinita trattativa che lì si è svolta, dimostrano in abbondanza come questa strada sia semplicemente sbarrata. Certo, il Recovery Fund prevede una qualche condivisione, ma limitatissima e ben definita nel tempo, visto che il Fondo sarà attivo solo fino al 2023 e cesserà di esistere del tutto nel 2026. Un piccolo passo compiuto solo per allontanare la prospettiva del crollo dell’Unione. Poi, passata ‘a nuttata, chiara è la volontà di tornare – sia nella forma che nella sostanza – alle solite regole ordoliberali senza le quali l’UE non sarebbe più se stessa.



Cosa hanno deciso a Bruxelles

Così stanno le cose. Ma la propaganda impazza, come pure la solita edificante narrazione eurista. E’ dunque necessario aver chiaro cosa hanno davvero deciso in questi giorni a Bruxelles.

I 750 miliardi del Recovery Fund sono rimasti. E’ cambiata invece – ecco la prima vittoria del fronte rigorista – il rapporto tra prestiti e “sovvenzioni”. I primi sono saliti da 250 a 360 miliardi, le seconde sono scese da 500 a 390 miliardi.

I prestiti sono solo debito, un modo di finanziarsi non così diverso dall’emissione di titoli, ma di questo parleremo tra poco.

Le “sovvenzioni” – ripetiamolo per l’ennesima volta – non sono finanziamenti a fondo perduto. Su questo governi e media mentono sapendo di mentire.

Il “fondo perduto” proprio non esiste.

Il meccanismo di questa componente del Recovery Fund, coperta dal bilancio dell’Unione al quale ogni paese contribuisce in quota parte, è invece una complessa partita di giro che sarà possibile calcolare solo tenendo conto di ogni dettaglio dell’accordo.

All’Italia spetterebbero in questo modo 127 miliardi di prestiti e 82 di “sovvenzioni”. Se i primi andranno restituiti integralmente (interessi inclusi), il guadagno netto sulle “sovvenzioni” veniva stimato a maggio in circa 22 miliardi. Adesso, dopo il nuovo accordo, è probabile che questo saldo si riveli assai più basso. Se consideriamo il contributo dell’Italia al bilancio europeo siamo di fronte ad un’autentica presa in giro, tanto più nel momento in cui altri hanno ottenuto nuovi e consistenti sconti.

Sul punto, così scrivevamo a maggio:

«In quanto alle sovvenzioni bisogna tenere conto che esse verranno coperte con un contributo straordinario al bilancio Ue, che per l’Italia è al momento valutabile in circa 60 md. Dunque, il saldo positivo dovrebbe aggirarsi sui 22 md (82-60=22). Poco più di un punto di Pil, una cifra che a qualcuno sembrerà importante, ma che in realtà è assolutamente modesta. Basti pensare che solo nel settennio 2012-2018 il nostro Paese, nonostante fosse (insieme alla Grecia) quello messo maggiormente in croce dalle regole europee, ha versato nelle casse Ue 36,3 md in più di quanto ha ricevuto! Bene, neppure questa rapina, e nemmeno in tempi di coronavirus, ci viene restituita! Grande la generosità europea!».

Fatti i conti, se tutto andrà bene (ma dubitarne è più che lecito), l’Italia avrà un beneficio di circa 20 miliardi su un totale di 209. Il resto sarà solo debito aggiuntivo. Alla faccia di chi per anni ha cercato di terrorizzarci con l’argomento del debito, e che oggi cerca invece di farci credere che il debito europeo è bello, buono e senza condizioni.

E’ chiaro, e lo hanno sostenuto centinaia di economisti, come di fronte alla crisi attuale solo la monetizzazione del debito avrebbe potuto funzionare. Ma questa è una scelta che – a differenza degli Stati Uniti, della Cina, del Giappone e della Gran Bretagna – l’UE non vuole e non può compiere.

Una diversità che sta nella follia di una moneta unica per 19 stati, ognuno diverso dall’altro. Per l’Italia, l’alternativa alla mancata monetizzazione da parte della Bce avrebbe dovuto essere l’uscita dalla gabbia europea. Ma l’attuale classe dirigente non farà mai questa scelta, legata com’è a doppio filo ad un’oligarchia eurista che ne garantisce il potere su un Paese che manda invece in rovina.

Ecco allora il mostriciattolo del Recovery Fund. Ecco Conte che canta vittoria, attorniato dal circo mediatico al gran completo. Costoro ci spiegheranno che con il Fondo europeo si pagheranno interessi più bassi. Di quanto non lo dicono perché si scoprirebbe la miseria di questo risparmio, ma meno ancora ci parlano delle condizioni a cui verranno concessi prestiti e “sovvenzioni”.



L’Italia commissariata

Parliamone allora noi. La verità è che l’Italia verrà commissariata. Intendiamoci, in buona misura lo è già almeno dal 2011. Ma qui siamo di fronte ad un bel salto di qualità. Non a caso è proprio su questo che a Bruxelles hanno discusso per quattro giorni. A differenza delle “condizionalità” del Mes, qui la parolina magica è “riforme” che, contrariamente al suo significato etimologico, va tradotta dall’europeese in “sacrifici”.

E’ da notare come, visto anche l’enorme successo delle ultime aste dei Btp, il governo Conte avrebbe potuto decidere di finanziarsi attraverso l’emissione di titoli anziché legandosi mani e piedi all’Europa. Questo avrebbe sì significato un qualche aumento di spesa per gli interessi, per la verità abbastanza trascurabile, ma perlomeno le scelte strategiche su spesa e investimenti sarebbero state fatte a Roma, non a Bruxelles e Berlino. Ma un governo codardo non poteva far altro che comportarsi in maniera codarda.

Nel “piano di ripresa”, che l’esecutivo dovrà presentare all’UE per ottenere i finanziamenti del Recovery Fund, da un lato gli interventi dovranno essere riferiti a due obiettivi europei (la digitalizzazione e la green economy), dall’altro dovranno recepire le “raccomandazioni” formulate dalla Commissione per ogni paese. Per l’Italia questo significherà sacrifici e nuova austerità, altro che politiche espansive per uscire dalla crisi!

Questo punto non è stato sottolineato da qualche euroscettico indiavolato, ma dall’impareggiabile signora dal sangue blu, la presidentessa Ursula Von der Leyen, la quale così si è espressa:

«Il Recovery and Resilience Facility è stabilito in una maniera molto chiara: è volontario, ma chi vi accede deve allinearsi con il Semestre europeo e le raccomandazioni ai Paesi”. “Finora dipendeva solo dai Paesi rispettarle o meno – aggiunge – ma ora le raccomandazioni sono legate a sussidi e potenziali prestiti”»

Chiaro? Finora ci si allineava volontariamente alle “raccomandazioni”. D’ora in poi sarà invece un obbligo, quantomeno se si vuol accedere al Recovery Fund. Le raccomandazioni della Commissione all’Italia parlano di riforma del lavoro, per ottenere più flessibilità (più jobs act ha prontamente esultato Matteo Renzi!). Ma parlano anche di riforme della giustizia, della pubblica amministrazione, della scuola e della sanità. Per andare in quale direzione ognuno può immaginarlo da sé. Perfino le ultime “raccomandazioni” del maggio scorso, pure segnate dalla straordinarietà della crisi in atto, non hanno mancato di chiedere il proseguimento di: «politiche volte a conseguire posizioni di bilancio a medio termine prudenti e ad assicurare la sostenibilità del debito».

Una prosa che si traduce sicuramente in “pensioni”. Un nuovo attacco alle pensioni, di cui “Quota 100” è solo l’emblema propagandistico, usato non a caso dal noto esperto di questioni previdenziali Mark Rutte… Ma le pensioni non basteranno. Da qui la volontà di mettere mano al sistema fiscale e ad una nuova stagione di tagli. Insomma, proprio quel che serve in un momento di crisi drammatica come questo…

Sulla congruità tra il “piano di ripresa” ed i vincoli europei vigilerà l’occhiuta oligarchia eurista. Come è presto detto. Il piano dovrà essere approvato dalla Commissione europea, ma pure (altra vittoria del fronte rigorista) dai ministri delle finanze a maggioranza qualificata. In pratica, per bloccare il piano e rispedirlo al mittente, basterà il voto di paesi che rappresentino il 35% della popolazione. Ma Rutte, evidentemente con l’appoggio tedesco, sia pure non dichiarato, ha ottenuto pure il “Super freno d’emergenza” per le successive tranche dei finanziamenti. Un meccanismo attraverso il quale perfino un singolo paese potrà ostacolare il percorso del finanziamento di un altro, anche solo con il mancato consenso espresso dagli sherpa dei ministeri delle Finanze della zona euro (Efc). Sempre semplice e trasparente la magnifica Europaaa! Sempre limpidi e cristallini i sui percorsi decisionali!



Conclusione

Adesso fermiamoci qui che basta e avanza. Tra l’altro, seguire la tecnocrazia eurista nei sui contorcimenti, come nei sui sistematici imbrogli, è roba da far venire il mal di testa. Oltre a tutto il resto, l’Europa fa male pure alla salute…

Spero però che almeno tre cose si siano capite.

La prima è che l’Unione Europea è sempre la stessa. Incorreggibile ed irriformabile. Pure dal volenteroso Covid 19! Ogni narrazione sulla sua capacità di cambiare cozza con la dura realtà dei fatti.

La seconda è che non sarà necessario recarsi al Brennero per fermare la folle corsa di una massa di denaro gratis proveniente dal nord. Quei soldi andranno restituiti con gli interessi. Arriveranno, ma solo per legarci meglio alla gabbia eurista sorvegliata da Berlino

La terza è che invece di uscire dalla crisi, il nostro Paese si sta incamminando rapidamente verso un disastro senza precedenti. Per impedirlo bisogna mandare a casa questo governo, insieme all’attuale classe dirigente tutta. Per impedirlo occorre una nuova Italia, frutto di una dura lotta di liberazione guidata da chi ha la consapevolezza del momento. Una lotta per l’ITALEXIT. Tutto il resto è chiacchiera.

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