L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

giovedì 30 luglio 2020

gli ebrei sionisti forse hanno capito che le azioni illegali in terra di Siria hanno un contrappasso inevitabile

Israele e lo spettro di Hezbollah

Mario Lombardo Pubblicato: 29 Luglio 2020


Un misterioso scontro tra Israele e Hezbollah al confine meridionale libanese ha mostrato in questi giorni quanti e di quale gravità siano gli scenari caldi in Medio Oriente che minacciano di fare esplodere una conflagrazione generale in qualsiasi momento. Lo scontro, finora più verbale che materiale, ha anche fatto luce sulla delicata situazione del governo di coalizione di Tel Aviv, costretto a fare i conti con la seconda ondata del Coronavirus e dibattuto tra le velleità di contenere il cosiddetto “asse della Resistenza” sciita e i timori di innescare una guerra di cui a pagare il conto più salato potrebbe essere forse lo stesso stato ebraico.

Il tutto era nato a causa dell’ennesima incursione aerea illegale israeliana in Siria. Settimana scorsa, un raid di questo genere aveva provocato la morte di un membro di Hezbollah, Ali Kamel Mohsen, colpito mentre si trovava in un edificio nei pressi dell’aeroporto di Damasco, secondo Israele utilizzato dalle forze iraniane presenti in territorio siriano.

Tramite intermediari e in modo da evitare ritorsioni, Tel Aviv aveva subito recapitato un messaggio a Hezbollah per assicurare che Mohsen non era un bersaglio dell’operazione e che è stato perciò ucciso per errore. Israele, grazie alla copertura americana, intende d’altra parte muoversi liberamente in Medio Oriente per colpire i propri rivali, ma teme seriamente la possibile risposta di questi ultimi e soprattutto di Hezbollah.

Gli affanni politici sul fronte interno di Israele e la gravissima crisi economica che sta attraversando il Libano sembrano comunque tenere lontana per il momento l’ipotesi di un conflitto aperto. La tensione resta però altissima e il confine tra le provocazioni e un confronto armato di vasta scala continua a essere molto sottile.

Per quanto riguarda Hezbollah, da tempo i suoi leader si sono impegnati a rispondere con pari intensità agli attacchi di Israele che provocano morti tra le fila del partito-milizia sciita. Il segretario generale del “Partito di Dio”, Hassan Nasrallah, ha infatti ribadito questa posizione dopo i fatti di settimana scorsa in Siria, promettendo di colpire Israele al momento opportuno. La possibilità concreta di una vendetta imminente di Hezbollah ha messo chiaramente in allarme il governo e le forze armate dello stato ebraico, come ha dimostrato il rafforzamento militare deciso negli ultimi giorni al confine settentrionale con il Libano.

Una situazione così tesa ha contribuito a creare un incidente nella giornata di lunedì, con ogni probabilità ingigantito dal governo Netanyahu per cercare di evitare la reazione di Hezbollah o, quanto meno, per trarne un qualche vantaggio politico. I vertici militari israeliani hanno cioè denunciato l’infiltrazione di un gruppo di militanti di Hezbollah nel proprio territorio in prossimità di un’area occupata da Israele nel 1967 e conosciuta come “Sheeba Farms” in Libano e Har Dov in Israele.

Sempre secondo Tel Aviv sarebbe poi seguito uno scontro a fuoco, caratterizzato da alcuni media occidentali come il più intenso degli ultimi dodici mesi. Le autorità israeliane hanno anche ordinato agli abitanti della zona di rimanere nelle proprie case, prima di riaprire strade e attività poco più di un’ora dopo. Alla fine, i pochi uomini di Hezbollah sarebbero tornati oltre il confine libanese, apparentemente senza essere colpiti dal fuoco israeliano.

Alcune ore più tardi, i vertici di Hezbollah hanno smentito la ricostruzione di Israele. Nessuno dei militanti sciiti sarebbe stato inviato oltre il confine meridionale. Nasrallah ha tuttavia avvertito che la vendetta per l’uccisione di Mohsen arriverà “senza alcun dubbio”. A dubitare della versione offerta dal governo e i militari israeliani sono stati anche gli stessi giornali dello stato ebraico. In molti hanno chiesto la pubblicazione delle immagini dell’accaduto che le stesse autorità hanno affermato di possedere.

L’ipotesi più probabile, almeno secondo Hezbollah, è che l’episodio non abbia avuto luogo e che Netanyahu, in un clima di “ansia e apprensione”, abbia cercato di dare un’immagine di forza con un successo militare “creato a tavolino”. Il primo ministro libanese, Hassan Diab, ha anche sostenuto che le manovre di Israele hanno come obiettivo il cambiamento delle modalità di impiego della missione ONU nel sud del suo paese (UNIFIL). La presenza militare internazionale dovrà essere rinnovata il 31 agosto prossimo e Tel Aviv non nasconde il desiderio di attribuire ai soldati ONU la facoltà di controllare e limitare il movimento di armi destinate a Hezbollah.


Il tentativo di fabbricare un’apparente vittoria contro Hezbollah da parte di Israele è tutt’altro che improbabile, soprattutto se si considera che il governo di Tel Aviv ha assoluto bisogno di recuperare credibilità. Da settimane vanno in scena proteste popolari contro Netanyahu e la sua gestione dell’emergenza Coronavirus. Inoltre, l’economia è in caduta libera a causa dell’epidemia e, come se non bastasse, la coalizione di governo tra il Likud e il partito centrista “Blu e Bianco” del ministro della Difesa, Benny Gantz, appare traballante. Netanyahu è inoltre coinvolto in un clamoroso processo giudiziario per corruzione e abuso d’ufficio, mentre la promessa non ancora mantenuta di annettere parte della Cisgiordania si sta trasformando in una grana politica di difficilissima soluzione.

Anche il tentativo di proiettare difficoltà e tensioni verso l’esterno, prendendo di mira i nemici tradizionali come Iran o Hezbollah, rischia di diventare un boomerang. Gli equilibri militari tra le forze armate israeliane e quelle di Hezbollah non sono più così favorevoli a Tel Aviv e il precipitare della situazione potrebbe aggiungere un nuovo elemento di crisi – forse letale – per il gabinetto Netanyahu.

Ciò che resta a Israele è insistere nel proporre una retorica aggressiva ma sostanzialmente vuota. Netanyahu intende in altre parole fare la voce grossa ma con armi spuntate, visto che nessuno in Israele desidera in questo momento una guerra con Hezbollah. Così, mentre Gantz minacciava reazioni pesanti contro “qualsiasi atto di terrorismo”, ha spiegato mercoledì il Jerusalem Post, Israele faceva sapere al governo libanese che Tel Aviv “non vuole un’ulteriore escalation dello scontro con Hezbollah”.

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