L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 25 luglio 2020

Il bullismo dei piloti statunitensi è disonorevole

mondo
24 luglio 2020



Un aereo civile iraniano con 150 passeggeri a bordo è stato quasi abbattuto da una spericolata azione dell’aviazione militare americana. L’aereo civile della Mahan Air, una compagnia area privata iraniana, stava sorvolando i cieli della Siria quando è stato avvicinato da due F-15 in una manovra di intercettazione che ha costretto il pilota dell’aereo iraniano a una discesa improvvisa.

Nessuna scusa

Panico tra i passeggeri, alcuni dei quali sono rimasti feriti, ma per fortuna il pilota è riuscito a riprendere il controllo dell’aereo e a portare in salvo i passeggeri all’aeroporto di Beirut. I jet americani erano partiti dalla base di al Ranf, un presidio militare degli Stati Uniti posto al confine tra Siria e Iraq, creato per tagliare le vie di comunicazione dirette della Mezzaluna sciita (che collegherebbe Teheran al Libano).

Secondo il capitano Bill Urban, portavoce del comando centrale degli Stati Uniti, gli F-15 americani si sono comportanti in maniera “professionale”, svolgendo una manovra di routine: “un’ispezione visiva standard […] condotta in conformità con gli standard internazionali” (Washington Post).

Dichiarazione che, al di là delle giustificazioni del caso, non può che essere stigmatizzata: i video dell’incidente, che immortalano civili in preda al terrore, tra cui ragazzi e bambini, persone a terra ferite, meritavano almeno un cenno di scuse per quanto causato, sia pure fosse accidentalmente. L’ assenza anche di un solo cenno in tal senso suona condanna (cliccare qui per il video).

In realtà, è arduo pensare si sia trattato di un evanto del tutto casuale. Gli aerei civili volano su rotte ben specifiche e comunicate a tutti. Così è impossibile che l’aviazione militare americana di stanza in Siria non sapesse che un volo di linea era in transito su quella rotta, dati anche tutti i sistemi di rilevamento che hanno piazzato in quell’angolo di mondo tanto strategico. Inoltre, gli aerei civili volano ad alta quota, una quota peraltro alla quale i voli militari sono interdetti.
Guerra non dichiarata all’Iran, ma guerra

Alte le proteste degli iraniani, che hanno parlato di atto di terrorismo ad opera degli Stati Uniti, che occupano peraltro illegalmente il suolo nazionale iracheno, il cui Parlamento ha votato perché tali truppe siano ritirate. Voto che gli Usa hanno semplicemente ignorato (un atto di guerra anche questo).

Né sono mancati, anche sui media americani, cenni su quanto avvenuto nel 1988, quando l’incrociatore Vincennes abbatté l’Air Iran 655 sullo Stretto di Hormuz, uccidendo tutti i 290 passeggeri.

Ma al di là del passato, che è bene non dimenticare per capire il presente, così il New York Times spiega l’accaduto: “Numerosi analisti hanno affermato che l’episodio di Mahan Air sembra corrispondere allo schema degli ultimi tempi che hanno visto manovre per far collassare e destabilizzare l’Iran”.

“I tempi di questo incidente sono rivelatori”, ha affermato Nader Hashemi, direttore del Center for Middle East Studies dell’Università di Denver. “Si svolge sullo sfondo dei recenti attentati in Iran che sono ampiamente attribuiti a Israele con la benedizione degli Stati Uniti”.

Il riferimento è agli attentati che stanno flagellando l’Iran, con esplosioni, incendi, operazioni di hackeraggio che mandano in tilt macchinari e strutture, causando morti e feriti. Attacchi ai quali l’Iran non ha risposto, salvando il mondo dal disastro di una guerra di portata globale (ancora più disastrosa in tempi di pandemia).

Così il National Interest conclude una nota su tali operazioni: quanto sta accadendo in Iran “non è un insieme di azioni ‘senza guerra’, come alcuni le hanno definite. È guerra. Dovremmo certamente preoccuparci che il conflitto non si trasformi in qualcosa di così grande da essere definito per forza come guerra. Ma ciò non rende quanto già accaduto niente di meno che atti di guerra”.
Bolton: agire prima delle presidenziali Usa

Quanto sta accadendo si spiega anche con le parole John Bolton a una radio dell’esercito israeliano. L’intervista all’ex Consigliere per la Sicurezza nazionale Usa, defenestrato da Trump, è stata riportata dal Timesofisrael con un titolo più che significativo: “Bolton: Israele dovrebbe agire per i suoi interessi di sicurezza [leggi: scatenare una guerra contro l’Iran, ndr.] prima delle elezioni statunitensi”.

Bolton, e con lui le bellicose schiere dei neocon, temono un secondo mandato di Trump, come ha detto anche nell’intervista citata, durante il quale il tycoon prestato alla politica potrebbe raggiungere un nuovo nuovo accordo con Teheran.

Ma temono anche che un Biden vittorioso riporti l’America al trattato stracciato da Bolton, quando questi ancora dettava le linee della politica estera Usa.

Ciò perché quell’intesa fu raggiunta da Obama, di cui Biden era vice. Da qui l’idea di forzare la mano in questi mesi, aumentando le provocazioni contro Teheran per indurla a una qualche reazione, anche minima, che a quel punto sarebbe usata per giustificare una guerra vera e propria.

Il mondo dovrebbe aiutare Teheran a frenare questa spinta bellicista. L’attuale silenzio dell’Occidente sugli attacchi che sta subendo può costare un prezzo altissimo. A tutti.

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