L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

mercoledì 29 luglio 2020

La Turchia un paese impaurito che cerca attraverso la politica estera di mantenere il suo potere interno in crisi di legittimità

La guerra di potere musulmana (e la risposta dei cristiani)

Pubblicazione: 28.07.2020 - Fernando De Haro

Santa Sofia torna a essere moschea. Non siamo di fronte a uno scontro di civiltà, ma a giochi di potere, interni ed esteri, di Erdogan

Il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan (LaPresse)

Non è stato un 29 maggio. Ma quasi. Alla fine di maggio del 1543, Mehmet II, in seguito noto come il Conquistatore, riuscì a entrare a Costantinopoli dopo un lungo assedio. E compì il suo viaggio trionfale da Santa Sofia al Palazzo Imperiale, acclamato dai suoi soldati. Venerdì scorso, il percorso è stato al rovescio: Erdogan ha lasciato la sua residenza a bordo di una lunga macchina nera con due bandiere su cui sventolava la mezzaluna ed è poi entrato a Santa Sofia per iniziare la preghiera del venerdì, con i mosaici coperti, così da non lasciare traccia della Roma cristiana orientale. Erdogan ha voluto cancellare simbolicamente il percorso intrapreso da Kemal Atatürk e il suo progetto per una repubblica laica. Il Presidente turco si lascia alle spalle il kemalismo con un nazionalismo religioso neo-ottomano. Nel momento in cui ha preso il microfono per pregare ha fatto un gesto di teologia politica molto tipico di questo XXI secolo.

I cristiani d’Oriente piangono in questi giorni la trasformazione di Santa Sofia, di nuovo, in una moschea. Siamo tornati al XVI secolo, alla caduta di Bisanzio. Ci sono senza dubbio ragioni per le lacrime. Ma prima della “riconquista di Costantinopoli” di Erdogan, ne era già avvenuta un’altra più importante. Questi cristiani orientali hanno recuperato, con la loro testimonianza, non con le armi o con la politica, la Bisanzio antecedente alla prima basilica del 360, quella costruita da Costantino II. Con la testimonianza resa sotto la sanguinosa pressione di Daesh e del jihadismo, i cristiani d’Oriente sono tornati a Bisanzio senza fratture. L’ecumenismo del sangue ha ripristinato l’unità perduta dopo il Concilio di Nicea (325) e quello di Calcedonia (451). La frattura aperta con la rivolta di Alessandria e Antiochia contro Bisanzio che proclamò la divinità e l’umanità di Gesù è stata chiusa attraverso l’ultima persecuzione. Non esiste più alcuna distinzione nella vita pratica tra nestoriani, monofisiti e “imperiali”. La testimonianza supera, per elevazione, il ricercato conflitto di civiltà.

Il gesto di Erdogan è contrario a una tradizione normativa nell’Islam. C’è chi ricorda che quando al secondo Califfo Umar (581-644) fu offerta la possibilità di pregare al Santo Sepolcro la rifiutò perché non voleva che i musulmani potessero usare la sua preghiera come argomento per trasformare una chiesa in una moschea. Il Presidente turco sta lottando per recuperare la popolarità notevolmente scesa dopo la crisi del 2008. La nuova recessione causata dal Covid l’ha ulteriormente diminuita. Erdogan cerca di portare dalla sua parte i settori islamici di cui ha tanto bisogno.

Ci sono ragioni di politica interna, ma anche di politica estera dietro la mossa di Erdogan, che molto tempo fa ha lasciato alle spalle il progetto di una Turchia che fungesse da ponte tra Occidente e Oriente. La sua appartenenza alla Nato, che lo ha reso alleato degli Stati Uniti, non è più pacifica. Sotto il suo mandato, la Sublime porta non è più l’eterna aspirante all’adesione all’Ue, ma è invece il Paese a cui è stato subappaltato il compito di contenere l’arrivo di rifugiati siriani, afgani e iracheni, e che ricatta Bruxelles portando queste persone verso i confini greci. Erdogan ha voluto usare Santa Sofia per dire al mondo musulmano che la Turchia non ha nulla da invidiare all’Egitto con la sua moschea Al-Azhar o agli Emirati Arabi Uniti con il loro suolo sacro. Potrebbe aver fatto male i suoi calcoli: prende le distanze dalla Russia e dai cristiani ortodossi e rimane isolato solo con il sostegno del Qatar.

La Turchia, in alleanza con il Qatar, sta attualmente portando avanti un progetto di espansione nel Mediterraneo e nel mondo a maggioranza musulmana che ha una dimensione politica ed economica, ma anche una componente importante di strumentalizzazione religiosa. La lotta nel nord della Siria per controllare, nella provincia di Iblid, il cosiddetto “cordone di sicurezza”, una striscia di 30 chilometri, non è una conseguenza di uno dei molti cambiamenti che sono avvenuti tra gli alleati in quella guerra. Come neppure è un caso che la Turchia e il Qatar appoggino al-Sarraj in Libia contro Haftar, sostenuto da Egitto, Arabia Saudita ed Emirati Arabi. C’è un progetto che include il controllo delle risorse energetiche del Mediterraneo centrale e orientale.

Erdogan affronta, insieme al Qatar, gli Emirati Arabi e l’Egitto e il loro tentativo di tutelare un Islam religioso, capace di dialogare con i cristiani. È stato ad Abu Dhabi, infatti, che Francesco ha firmato l’anno scorso, con il Grand Imam di al-Azhar (del Cairo), l’importante Documento sulla Fratellanza Umana. Il Qatar, d’altra parte, è il grande sponsor dei Fratelli Musulmani. L’organizzazione islamista e anti-occidentalista cerca, con i soldi del Qatar, di espandersi tra i musulmani europei.

Sarebbe sbagliato vedere quel che sta succedendo come una “guerra di civiltà”. Siamo davanti a un gioco di potere, a una lotta tra Paesi a maggioranza musulmana. La risposta disarmata è già stata data, con la loro testimonianza, dai martiri arabi, assiri e copti.

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