L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

martedì 28 luglio 2020

L’EGEMONIA DI PARIGI NEL SAHEL… E SULL’ITALIA


(di Tiziano Ciocchetti)
26/07/20 

Il concetto di egemonia ha una storia complessa ma anche una stringente attualità, non solo sul piano delle teorie politiche.

Possiamo farne risalire la genesi alle origini della cultura greca (da Erodoto alla letteratura cristiana dei primi secoli dopo la nascita di Cristo) e arriva fino ai giorni nostri, avendo una importante collocazione riguardo allo studio delle relazioni internazionali.

Negli anni trenta e quaranta dello scorso secolo, il concetto di egemonia è stato utilizzato da autori come Triepel (L’egemonia, 1938) e Dehio (Equilibrio o Egemonia, 1948) per interpretare i piani espansionistici della Germania nazista.

Nel secondo dopoguerra le categorie di egemonia di equilibrio resteranno centrali nella lettura della Guerra Fredda e anche nel periodo successivo alla caduta del Muro. Sono da ricordare gli scritti di Kissinger e gli studi di Giovanni Arrighi (Il lungo XX secolo, 1994). Al centro di questa analisi possiamo collocare il rapporto Stati Uniti-Cina, in un mondo globalizzato; in Kissinger, per esempio, il rapporto tra potere e legittimità traduce (e sviluppa) la coppia tradizionale equilibrio-egemonia o quella, ancora più antica, di forza e consenso. Il concetto fondamentale è dunque quello dei rapporti di forza, come si evince dalla sofistica greca, in particolar modo nella definizione della giustizia di Trasimaco nel I Libro della Repubblica di Platone: “l’utile del più forte”.


Quindi possiamo dire che il concetto di egemonia appartiene a una linea di pensiero che potremmo definire realismo storico e politico. Solo che il realismo può essere inteso in almeno due sensi: quantitativo, come dominio del più forte (come descrive Hobbes nel De Cive), dove anche le alleanze rispondono allo stesso criterio; oppure in senso qualitativo, come capacità del meno forte di guidare il più forte per una maggiore qualità strategica, che deriva dalla sua posizione storica.

Traducendo il concetto di egemonia nei rapporti tra i paesi europei, vediamo come Parigi, da almeno una decina di anni, lo eserciti palesemente nei confronti dell’Italia: da Letta a Conte, i nostri presidenti del consiglio subiscono, indifferentemente, la direzione (egemonia) politica del titolare dell’Eliseo di turno.

Tre settimane fa il Parlamento ha approvato (senza che ci fosse molto dibattito) il rifinanziamento delle missioni militari all’estero, tra le varie in giro per il mondo spicca la nuova operazione Takuba in Mali. Il governo italiano invierà nella regione del Sahel circa 200 militari (tra operatori delle forze speciali e addetti alla logistica) e 8 elicotteri (AH-129D e HH-90) per combattere i tuareg jihadisti, appoggiati dalla popolazione vessata dai regimi dittatoriali mantenuti in piedi da Parigi.

L’impegno militare francese nella regione sub-sahariana è iniziato con l’operazione Serval, nel gennaio 2013, quando un enorme afflusso di armamenti (provenienti dagli arsenali libici) è giunto agli integralisti permettendogli di occupare tutta la parte settentrionale del Mali, compresa Timbuctu, e impegnandosi nell’applicazione della legge coranica.


Parigi decide di intervenire e comincia ad inviare le prime truppe francesi in Mali, un piccolo contingente supportato da qualche elicottero Gazelle. Il 12 gennaio si verifica il primo scontro tra una colonna di tuareg ed elicotteri francesi (armati con cannoncini da 20 mm e missili HOT). Il coinvolgimento di Parigi era comunque già cominciato la notte precedente con una missione d’attacco al suolo compiuta da 4 Mirage 2000D, decollati da N’Djamena in Ciad, per colpire con munizionamento di precisione vari obiettivi jihadisti.

Le operazioni aeree sono continuate anche nella giornata del 13 con quattro Rafale, partiti dalla Francia e riforniti più volte in volo dalle aerocisterne KC-135. Nel frattempo proseguiva il dispiegamento delle truppe a terra (grazie anche all’impiego dei trasporti strategici C-17 della RAF) con l’arrivo di reparti di paracadutisti, equipaggiati con blindo leggere ERC-90 Sagaie.

Grazie alla totale superiorità aerea la situazione sul terreno si è ribaltata, gli integralisti che stavano marciando sulla capitale del Mali sono stati costretti a battere in ritirata. Nel deserto la superiorità aerea è fondamentale, i caccia francesi hanno colpito i depositi di munizioni e carburante che gli integralisti avevano realizzato per alimentare la propria offensiva. Il 25 gennaio veniva ripresa Goà, il principale centro abitativo occupato all’inizio dell’offensiva, mettendo in crisi tutto il dispositivo jihadista e permettendo di riprendere il controllo dell’alto corso del Niger.

Come prevedibile, il solo intervento militare non è stato sufficiente ad eliminare il fenomeno jihadista che, anzi, ha mutato strategia. Infatti i tuareg hanno cominciato a muoversi in piccolissimi gruppi a bordo di pick-up, sfruttando la conoscenza del deserto e l’appoggio delle popolazioni locali, compiendo rapidissimi raid e dileguandosi subito dopo. L’eccessivo peso della macchina bellica francese (nel 2014 viene inaugurata l’operazione Barkhane, più ampia rispetto alla precedente) non permette di contrastare efficacemente i gruppi di miliziani jihadisti, visto anche la vastità della regione.


Parigi ha quindi deciso di alleggerire le forze, privilegiando l’impiego di forze speciali (COS) e di vettori aerei. Non disponendo di sufficienti risorse ha chiesto aiuto agli alleati europei, in particolar modo all’Italia che possiede forze speciali altamente addestrate e con anni di esperienza nella guerra al terrorismo.

Ad una prima analisi potrebbe sembrare una missione conveniente anche per noi, in quanto il confine Niger-Libia (Fezzan), rappresenta una delle porte d’accesso dei migranti verso le coste nordafricane (e quindi verso quelle italiane). Tuttavia in questi anni di intervento i francesi non hanno mosso un dito per contrastare il flusso migratorio (che gli passava letteralmente sotto il naso) e crediamo, quindi, che il nostro contingente di forze speciali avrà ben altri impieghi operativi.

Resta il fatto che ancora una volta Parigi sia riuscita nel suo lavoro di direzione (egemonia) nei confronti di un governo italiano, incapace, come i precedenti, di imporre un proprio piano strategico ma obbligato a condividere quello di un’altra nazione. Inoltre il contingente italiano sarà sotto comando francese (cosa che ha suscitato non pochi malumori tra i vertici militari), una sorta di do ut des per il fondamentale appoggio, al recente vertice europeo, del presidente Macron nella trattativa sui recovery fund.

Foto: U.S. Air Force / presidenza del consiglio dei ministri / Ministère des Armées / Twitter

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