L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

lunedì 27 luglio 2020

Libia, Somalia, Siria sono proiezioni di potenza. La presa sull'est Mediterraneo ricco di gas, i miliardi ricevuti da Euroimbecilandia per controllare i profughi di guerra da lei stessa creati attraverso il terrorismo mercenario tagliagola siriano, il ricatto continuo al governo tedesco attraverso la forte e unità comunità turca in Germania, il controllo delle fabbriche di Euroimbecilandia decolonizzate sul proprio territorio, la partecipazione alla Nato, il rapporto esclusivo con la Russia, la trasformazione di Santa Sofia in moschea, la criminalizzazione del popolo curdo e di qualsiasi tipo di opposizione ne fanno una potenza vera il cui sentiero tracciato è sempre più netto ed evidente, una strada a senso unico che una volta imboccata impedisce qualsiasi ritorno ma obbliga solo ad andar avanti

Hagia Sophia moschea. Le reazioni

26 luglio 2020
di: Antonio Dall'Osto (a cura)


Nonostante tutte le proteste internazionali, non c’è stato niente da fare: il 24 luglio la grande basilica di Hagia Sophia di Istanbul ha ospitato il primo venerdì di preghiera musulmano, dopo essere stata dichiarata ufficialmente moschea. Sul pavimento erano stati tesi dei grandi tappeti per la preghiera, mentre le splendenti icone dell’edificio erano state coperte, provvisoriamente, con tende perché le immagini sono vietate nelle moschee.

All’inaugurazione hanno partecipato oltre un migliaio di invitati, presenti anche le troupes televisive. All’esterno dell’edificio sostava un grande schieramento di polizia.

L’edificio, aveva detto pochi giorni prima il presidente della Turchia, Recep Tayyip Erdogan, è stato finalmente liberato dalle «catene della schiavitù»; «trasformare Hagia Sophia in una moschea – aveva aggiunto – dopo essere stato per 86 anni un museo, è un diritto più che naturale della nostra nazione».

La duplice strategia di Erdogan

Diversi esperti turchi già da tempo avevano ritenuto impossibile per Erdogan compiere questo passo. L’edificio infatti ha un valore troppo simbolico e troppo grande sarebbe stato l’affronto fatto ai cristiani e ai partner internazionali. Ma – scrive Christoph Schmidt (KNA, 24 luglio) – Erdogan se n’è infischiato, come aveva fatto in occasione delle sue avventure in politica estera in Siria, Iraq e Libia.

Secondo un sondaggio, il 70% dei turchi sarebbe stato d’accordo con lui. Insistendo continuamente sulla «sovranità nazionale, egli ha voluto in definitiva sottolineare il diritto del più forte, attraverso una politica di potere simbolica più consona, sullo stile dei secoli precedenti: la basilica, consacrata nel 537, fu un trofeo della vittoria degli ottomani che, nel 1453, conquistarono la città bizantina di Costantinopoli, dopo sanguinosi massacri, e la chiesa fu trasformata in una moschea.

Il fondatore della Repubblica turca, Mustafa Kemal “Ataturk”, la trasformò nel 1934 in un museo. Ora Erdogan l’ha riconvertita in moschea, cioè in una casa di preghiera, volendo in tal modo sottolineare il trionfo sul laicismo kemalista con una profonda re-islamizzazione della Turchia.

La data scelta per l’inaugurazione, il 24 luglio, non è stata casuale: in questo giorno infatti, nel 1923, dopo la prima guerra mondiale, le potenze europee, nel Trattato di Losanna, avevano tracciato i nuovi confini geografici della Turchia; ciò presupponeva, tra l’altro, l’evacuazione della maggior parte dei cristiani ortodossi in Grecia e dei musulmani di Grecia in Turchia. «Per la convivenza tra le religioni – scrive Christoph Schmidt – il 24 luglio è un anniversario nero».

L’indignazione della politica internazionale e dei rappresentanti delle Chiese, dopo questa decisione, è stata chiara.

L’incaricato della politica estera dell’Unione Europea, Josep Borrell, ha ricordato alla Turchia i suoi impegni interreligiosi e culturali. E il Dipartimento di Stato americano ha espresso tutta la sua delusione. Il capo degli ortodossi in Grecia, l’arcivescovo Hieronymos, ha accusato Erdogan di «strumentalizzare la religione». E anche il Patriarcato di Mosca ha espresso energiche proteste.

In questa scelta, il governo turco segue una duplice strategia. Da una parte, proclama che Hagia Sophia rimane assolutamente aperta a tutti: credenti, non credenti, musulmani, cristiani e buddisti, e anche al papa. Dall’altra, ha presente il suo elettorato, in un paese che sta attraversando una profonda crisi economica.

Ma non tutti in Turchia sono entusiasti, Erdogan infatti ha anche numerosi nemici. Solo i portavoce islamisti e Hamas si sono affrettati a manifestargli il loro sostegno.

Critiche dal mondo cristiano

Numerose le critiche nel mondo cristiano. Fra queste si registra la reazione dell’ex presidente della Chiesa evangelica tedesca, Margot Käßmann che su Bild am Sonntag ha scritto: «I giochi politici tattici di un presidente che vuole far colpo sui musulmani conservatori sono penosi. Dopo 85 anni Hagia Sophia viene abusata per dimostrare il potere e seminare discordia. Erdogan parla persino di una “risurrezione”, in realtà è una provocazione mirata».


Käßmann ha aggiunto: «Sophia è un termine greco che sta per Sapienza. Se Erdogan fosse un capo di stato sapiente cercherebbe di riconciliare e non di dividere». Käßmann teme che Hagia Sophia diventi un simbolo di esclusione nel senso che Erdogan distrugge «un simbolo di convivenza pacifica tra cristianesimo e islam».

Il card. Schönborn, da poco emerito arcivescovo di Vienna, scrivendo lo scorso 18 luglio nella sua rubrica sul settimanale austriaco Heute (Oggi) ha affermato di sognare che Hagia Sophia «diventi un centro di incontro tra le religioni». Dopo aver ricordato la ricca storia della basilica definendola «un gioiello incomparabile nel cuore di Istanbul», ha concluso: «Sarebbe una vittoria e una benedizione per tutti».

La Commissione episcopale dell’UE si è detta preoccupata per la conversione della basilica di Santa Sofia in una moschea. L’iniziativa ha messo la Turchia fuori dall’Europa e ha rappresentato «un duro colpo per la Chiesa ortodossa e il dialogo interreligioso». Lo ha dichiarato a Bruxelles il segretario generale della Comece, Manuel Barrios Prieto. La Turchia ha un «problema serio» in questo campo – ha affermato – citando una relazione della Commissione europea del 2019.

Secondo la Conferenza delle Chiese europee (CEC), tale azione potrebbe offrire un «terreno fertile» per l’odio e la violenza religiosa. E papa Francesco, domenica 12 luglio, dopo la preghiera dell’Angelus in Piazza San Pietro, ha affermato di provare «grande dolore», pensando a ciò che stava avvenendo a Istanbul.

Reazioni tra i musulmani

Reazioni negative si sono avute anche tra i musulmani. Il presidente della Comunità islamica in Austria (IGGÖ), Ümit Vural, ha dichiarato in un commento sul quotidiano Der Standard di ritenere Hagia Sophia come luogo di preghiera e come segno dove poter crescere «insieme delle nostre culture». In linea di principio – ha sottolineato – i credenti di tutte le religioni dovrebbero essere contenti che l’edificio torni ad essere un luogo di culto e di preghiera.

Ma classificarlo solo come moschea «non rende giustizia alla storia di Hagia Sophia. Questa chiesa era precedentemente sia chiesa che moschea, per far crescere insieme i nostri circoli culturali attraverso un uso comune ed evitare così l’esclusione e i conflitti». Il cambiamento avvenuto – ha sottolineato Vural – è servito invece ad alimentare un risentimento antiturco e antiislamico.

Molto duro anche lo studioso musulmano Mouhanad Khorchide, il quale ha sottolineato la forza simbolica dell’edificio. «Dall’esterno – ha detto in un’intervista alla Deutschlandfunk – sembra un’operazione religiosa». In realtà, la religione è usata per dimostrare il potere. Dice inoltre: «Io, nel nome dell’islam, posso umiliare simbolicamente i cristiani». In questo modo si crea, da una parte, una divisione nell’islam e, dall’altra, viene consolidata «un’immagine ostile nei confronti del cristianesimo e dell’Occidente».

Questo è – a suo avviso – il volto dell’islam politico: «Le sue pretese di potere, che cercano di legittimarsi in nome di ciò che è sacro, avvengono a scapito della spiritualità dell’islam e delle sue dimensioni etiche». Abbiamo bisogno – ha aggiunto – di gesti di riconoscimento e di stima da parte degli altri. «Ma il presidente turco Recep Tayyip Erdogan è uno che crea divisioni».

Nel suo libro pubblicato di recente – I falsi avvocati di Dio – Il tradimento dell’islam» – Khorchide scrive che «è necessario interpretare in maniera nuova il Corano e le tradizioni dei profeti e di rafforzare le interpretazioni filantropiche dell’islam».

Anche alcuni teologi liberali musulmani in Turchia si sono opposti pubblicamente al riutilizzo di Hagia Sophia come moschea. Lo hanno definito senza mezzi termini un «errore grave e irreparabile». Lo afferma una nota distribuita dal quotidiano turco Cumhuriyet (edizione online, 22 luglio). La scelta – sostengono – offenderà i non musulmani, darà impulso all’islamofobia e invierà un messaggio sbagliato agli islamisti radicali.

Gli autori dell’appello sono Nazif Ay, Mehmet Ali Öz e Yusuf Dülger, chiamati teologi “kemalisti” in riferimento al fondatore della moderna Turchia laica. La rinnovata trasformazione dell’ex chiesa imperiale bizantina – affermano – è in contrasto con i valori di tolleranza e di pace nell’islam. Gli autori si riferiscono alla decisione del califfo Omar (634-644) di non pregare nella chiesa cristiana del Santo Sepolcro nella Gerusalemme conquistata, in modo che i musulmani non potessero poi rivendicare quel luogo.


I teologi si oppongono espressamente anche alla legittimazione della ri-dedicazione di Santa Sofia ricordando il caso della moschea omayyade di Cordova, in Spagna.

La moschea-cattedrale di Cordova era in origine una chiesa cristiana visigota e fu trasformata in moschea nel 784 da membri della dinastia omayyade di Al-Andalus, che copriva la maggior parte della penisola iberica. Fu riconvertita in chiesa nel 1236 durante la riconquista iniziata dai regni cristiani di Spagna.

Oggi la cattedrale funge da chiesa e museo cattolici. Come la perdita della basilica di Santa Sofia, simbolo del declino della civiltà per i cristiani ortodossi, la moschea-cattedrale di Cordova è oggi un simbolo della perdita della civiltà islamica, e rimane oggi una fonte di risentimento per i musulmani.

Una dimostrazione di potere

L’esperto austriaco della Chiesa orientale, il prof. Winkler, di Salisburgo, in un servizio sul settimanale Die Furche, del 23 luglio, parla di una «politica retrò» del presidente turco Recep T. Erdogan, resa evidente dalla conversione di Hagia Sophia in una moschea.

Un fatto sottolineato dal professore di patristica e storia della Chiesa di Salisburgo (e presidente della sezione Pro Oriente di Salisburgo) il prof. Dietmar W. Winkler, sempre su Die Furche dove scrive: «Erdogan ha perso l’occasione di fare della Turchia un ponte tra est e ovest e di fare del patrimonio culturale mondiale Hagia Sophia un segno di dialogo tra religioni e culture». Se ci fosse voluta un’altra prova della misura in cui la religione è «politicamente strumentalizzata», il presidente turco ne ha «dato un segnale importante di impatto mondiale».

Secondo il prof. Winkler, non si tratta tanto di un’«aggressione musulmana per umiliare i cristiani» quanto piuttosto del profilo politico del presidente turco. In tempi di popolarità in declino, di cattivi dati economici, di accuse di corruzione e indebolimento dell’AKP, Erdogan suona sulla «tastiera della dimostrazione del potere».

Come evidenziano le reazioni internazionali, Hagia Sophia si adatta molto bene ancora una volta a questo modo di presentarsi «di un politico di potere». Ma Hagia Sophia, dichiarata “patrimonio dell’umanità” dall’UNESCO, non danneggerà probabilmente la Turchia, perché, secondo quanto affermano gli esperti della Chiesa orientale, la basilica è il più importante centro turistico di attrazione di Istanbul e, di conseguenza, è rilevante per l’economia. E non servirà nemmeno tanto come moschea perché lì accanto sorge la monumentale Moschea Blu.

Erdogan – sottolinea sempre il prof. Winkler – non vede i segni dei tempi, perché la trasformazione di Santa Sofia in una moschea non avrà successo, così come (molti se lo auguravano) sarebbe stato con il suo ritorno ad essere una chiesa cristiana. Dopo oltre 900 anni come una delle chiese più importanti del cristianesimo, 480 anni come moschea e 86 come museo «neutrale», il passo successivo sarebbe stato quello di guardare al futuro.


Il prof. Winkler spiega che Hagia Sophia è sempre stata un «simbolo politico».

L’imperatore Giustiniano fece erigere questo imponente e importante edificio dell’architettura romana orientale in un periodo incredibilmente breve di soli cinque anni (532-537), uno degli edifici più ingegnosi per la sua dimostrazione di potere e per quella dei successivi imperatori dell’est. Con la riconquista del Nord Africa, dell’Italia e di alcune parti della Spagna, nonché nella lotta con la Persia, Giustiniano aveva cercato di riportare l’Impero romano al suo antico splendore.

Le diverse imprese edilizie di Giustiniano in tutto l’impero avrebbero avuto a Costantinopoli, la capitale dell’Impero romano, nel nuovo edificio di Santa Sofia, come una “summa” delle antiche costruzioni e un risultato irraggiungibile e irripetibile.

Mire irresponsabili

Lo staff dell’agenzia di stampa americana CNA (Catholic News Agency), il 24 luglio, in coincidenza con l’inaugurazione ufficiale della moschea di Haghia Sophia a Istanbul, ha pubblicato un commento in cui spiega cosa c’è realmente dietro a questa iniziativa di Erdogan.

Si tratta di una mossa che va ben oltre i confini della comunità musulmana turca, con il sogno ambizioso di Erdogan di porsi alla guida di un movimento di rinascita mondiale dell’islam. Un sogno che, con tutta probabilità, non si realizzerà, ma che può tuttavia toccare le corde più sensibili di molti musulmani in varie parti del mondo e suscitare un’emotività diffusa, con effetti pericolosi sulla stabilità dello stesso ordine mondiale.

La CNA cita ciò ha dichiarato il partito politico musulmano dell’Indonesia, il National Awakening Party (Partito nazionale del risveglio), e cioè che il presidente della Turchia Recep Tayyip Erdogan, con i suoi incitamenti al “risveglio” musulmano nel mondo intero, potrebbe scatenare uno scontro di civiltà.

In un recenti tweet – riferisce l’agenzia – Erdogan «ha fatto appello ai musulmani di ogni angolo della terra a seguire l’esempio della Turchia nel risvegliare la nazione islamica – la Ummah – come era ampiamente unita sotto la guida politica e militare di un califfo a partire dal secolo VII fino alla dissoluzione del califfato ottomano nel 1924».

Recenti dichiarazioni del presidente turco – ha affermato il citato partito indonesiano – «attaccano l’ordine internazionale basato su precise regole, infiammano gli spiriti dei musulmani, dovunque abitino nel mondo, e minacciano di riaccendere uno scontro di civiltà come quello che ha afflitto l’umanità per circa 1300 anni», lungo una faglia che va «da Bukhara (Asia centrale) ad al-Andalus in Spagna».

«Il presidente Erdogan ha difeso la conversione di Haghia Sophia in moschea citando il diritto della Turchia, come stato nazionale sovrano, a fare ciò che vuole con dell’ex cattedrale cristiana ortodossa; gli effetti dell’invito del presidente a un risveglio islamico «vanno ben oltre i confini della Turchia e minacciano le nazioni a maggioranza musulmana e non musulmana nel mondo intero».

Hagia Sophia, la chiesa della “Santa Sapienza” – spiega il partito indonesiano –, fu costruita nel 537 e fu la cattedrale del patriarca di Costantinopoli. Rimase per un lungo periodo il più grande edificio conosciuto al mondo e la più grande chiesa cristiana.

Il 2 luglio scorso, un tribunale turco ha stabilito che la conversione di Hagia Sophia da moschea a museo nel era stata illegale. La decisione è stata annunciata il 10 luglio ed Erdogan ha subito annunciato che Hagia Sophia sarebbe stata riconvertita in una moschea.

Erdogan ha fatto l’annuncio in un lungo discorso pieno di riferimenti storici, geografici e religiosi al vecchio mondo islamico, collegando la riconversione di Santa Sofia ad una molto più ampia “rinascita islamica”.

Nel suo discorso, ha predetto che la riconversione di Hagia Sophia avrebbe preannunciato la liberazione della moschea di al-Aqsa sul Monte del Tempio nella città vecchia di Gerusalemme, il terzo luogo più santo dell’islam.

La dott.ssa Elizabeth Prodromou, ex vicepresidente della Commissione americana per la libertà religiosa internazionale, ha dichiarato alla CNA il 17 luglio che il discorso del presidente turco mirava a «giustificare ciò che egli considera come una specie di destino religioso e anche un modello geopolitico per il revisionismo e l’espansionismo della Turchia».

Erdogan ha scelto appositamente queste «figure storiche» per promuovere la profondità della storia della Turchia e «includere le tribù turche dall’Asia centrale nell’impero ottomano». È stato un discorso – ha commentato Prodromou – «che annunciava la liberazione di tutto il mondo musulmano».

I leader cristiani e politici di tutto il mondo hanno condannato la decisione di riconvertire Hagia Sophia. Per questo, i capi ortodossi e cattolici hanno dichiarato il 24 luglio un giorno di lutto.

Il National Awakening Party indonesiano ha affermato che «le dichiarazioni di Erdogan sono state subito accolte con favore dai Fratelli Musulmani, dall’Iran e da una vasta gamma di suprematisti islamici in tutto il mondo, compresi i musulmani indonesiani che tentano di trasformare la Repubblica multireligiosa e pluralista dell’Indonesia in uno Stato islamico o califfato».

«Il mondo islamico – osserva il partito indonesiano – si trova nel mezzo di una crisi che si sta rapidamente metastatizzando, senza alcun segno evidente di remissione. Tra le manifestazioni più evidenti di questa crisi ci sono i brutali conflitti che ora imperversano in una vasta fascia di territorio abitata da musulmani, dall’Africa e dal Medio Oriente fino ai confini dell’India; una dilagante turbolenza sociale in tutto il mondo musulmano; la diffusione incontrollata dell’estremismo religioso e del terrore; e una crescente ondata di islamofobia tra le popolazioni non musulmane, in risposta diretta a questi sviluppi»,

Questa crisi ha provocato problemi umanitari in molte parti del mondo e ha aumentato il radicalismo militante islamico.

«In mezzo di queste circostanze – ha sottolineato sempre il National Awakening Party – è il colmo dell’irresponsabilità di Recep Erdogan infiammare ulteriormente i sentimenti dei musulmani per realizzare la sua agenda politica interna e per coprire la violazione delle norme internazionali – con l’estrazione del gas naturale nelle acque territoriali di Cipro e della Grecia; col sostenere al-Nusra (un gruppo affiliata ad al-Qaeda) in Siria; e intervenendo nel conflitto libico a nome del governo ad interim in mano agli islamisti – nel tentativo di rafforzare il potere regionale turco e affermare suoi diritti marittimi nel Mediterraneo orientale».

Il National Awakening Party è stato fondato in Indonesia nel 1999 e detiene 47 dei 560 seggi nella camera legislativa inferiore del paese. È generalmente considerato un partito di centro, allineato con i partiti cristiani democratici centristi in Europa.

La scorsa settimana, lo sceicco indonesiano, Yahya Cholil Staquf, leader della più grande organizzazione musulmana indipendente al mondo, ha affermato che «le campagne di uccisioni di massa, gli sfollamenti e il terrore minacciano di rompere i legami di fiducia già gravemente logori che rendono possibile una vita di convivenza tra musulmani e non musulmani».

Staquf è il segretario generale del Nahdlatul Ulama in Indonesia, la più grande organizzazione musulmana del mondo con oltre 90 milioni di seguaci. Ha anche co-fondato un movimento globale che promuove un «islam umanitario”, che prende le distanze dalle idee di un califfato, dalla legge della Sharia e dall’opinione sui cosiddetti “kafir” o infedeli.

In un in un discorso pubblico del 7 luglio, ha invitato a «una strategia globale per sviluppare una nuova ortodossia islamica che rifletta le circostanze reali del mondo moderno in cui i musulmani devono vivere e praticare la loro fede».

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