L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

domenica 19 luglio 2020

l'Iran vista da una bocconiana

Storia dell’Iran 1890 – 2020

18 luglio 2020 


L’Iran è uno dei paesi più affascinanti e complessi al mondo. Quale immagine riassume meglio la sua storia contemporanea? Le proteste di fine Ottocento per la vendita della concessione del tabacco a un cittadino inglese, che videro per la prima volta uniti il clero, i mercanti e le donne dell’harem reale? O forse il volto severo dell’ayatollah Khomeini di ritorno a Teheran dopo la rivoluzione del 1979 da cui ebbe origine la Repubblica islamica? La fotografia dei negoziatori internazionali che nel 2015 a Vienna annunciarono l’accordo sul nucleare che avrebbe dovuto portare alla rimozione delle sanzioni contro l’Iran?

O i funerali del generale Soleimani, ucciso da un drone statunitense insieme a ogni tentativo di pacificazione tra i due paesi? Impossibile dirlo, come impossibile è descrivere un tappeto a partire da un solo filo. Farian Sabahi ci guida alla scoperta degli ultimi 130 anni di storia dell’Iran: da paese senza esercito né sistema amministrativo, come era la Persia sotto la dinastia dei Cagiari, al lancio in orbita da parte dei pasdaran del primo satellite fabbricato in Iran nell’aprile 2020; dal commercio dei pistacchi e del caviale a quello del petrolio; dall’occupazione degli Alleati durante la Seconda guerra mondiale al precario equilibrio di patti e coalizioni negli anni della Guerra fredda; dal conflitto con l’Iraq di Saddam Hussein a quello con l’ISIS; fino alla difficile gestione della pandemia di Covid-19 sotto l’embargo di Trump.

“Storia dell’Iran” è un’opera che attraversa l’economia e la religione, l’evoluzione della società e quella della cultura, la questione femminile e i diritti civili, il nazionalismo e i rapporti con l’estero. Il tentativo di raccontare un paese sfuggente, sospeso tra modernità e tradizione, tra Oriente e Occidente: un popolo indoeuropeo in mezzo agli arabi, un territorio sciita accerchiato da paesi sunniti. Un luogo misterioso, che esiste da millenni e continua con ostinazione a resistere, con tutte le sue contraddizioni.

Dal libro:

La dottrina iraniana della profondità strategica

In seguito all’assassinio del generale Soleimani il 3 gennaio 2020, in Iran vengono annunciati tre giorni di lutto nazionale. Molteplici le cerimonie funebri: una, la domenica mattina, ad Ahvaz, al confine con l’Iraq; una, la domenica pomeriggio, nella città santa di Mashhad nel Nordest; una, lunedì mattina, nella capitale Teheran dove a guidare la preghiera sarà il leader supremo Khamenei; una, la domenica pomeriggio, nella città santa di Qum; e – per finire – la sepoltura vera e propria, martedì, nella città natale del generale, Kerman. Ogni celebrazione ha un significato.

Ad Ahvaz, Soleimani si era fatto conoscere durante la guerra tra Iran e Iraq (1980-1988): in questa località nel Sudovest del paese, domenica 5 maggio un camion ornato di fiori e coperto da un telo con disegnata la cupola della Roccia di Gerusalemme trasporta le bare di Soleimani e Abu Mehdi al-Muhandis; molti i ritratti del generale sollevati dalla folla al passaggio. L’agenzia semiufficiale isna scrive di una quantità di partecipanti «innumerevole», l’agenzia mehr, vicina agli ultraconservatori, parla di un «numero incredibile» e la tv di Stato – che trasmette la diretta con lo schermo listato a lutto – di una «folla gloriosa». Una marea umana invade effettivamente le strade sventolando bandiere rosse (a simboleggiare il sangue dei martiri), verdi (il colore dell’islam) e bianche decorate con slogan religiosi e con i ritratti del generale. Vestiti a lutto, i partecipanti alla cerimonia piangono in massa e urlano lo slogan «Morte all’America», lo stesso che verrà scandito dai deputati durante una seduta del parlamento di Teheran mentre fanno appello alla rappresaglia contro gli USA.

L’omaggio a Soleimani si ripete a Mashhad, dove la grande partecipazione popolare fa allungare i tempi previsti, costringendo le autorità a cancellare le cerimonie successivamente in programma a Teheran. Quello stesso giorno i deputati iracheni chiedono al governo di Baghdad di cacciare i militari americani dall’Iraq: la prima risposta all’uccisione del generale dei pasdaran e dunque politica, e non militare come si aspettava il presidente statunitense Trump. In seguito alla mozione del parlamento iracheno, la coalizione anti-Isis a guida americana – di cui fa parte anche l’Italia – sospende le attività: non si parla ancora di ritiro ma si attende la decisione del governo di Baghdad che nel 2014, di fronte all’avanzata del sedicente Stato islamico, aveva chiesto aiuto alla forza internazionale. Anche la nato sospende gli addestramenti e il segretario generale Jens Stoltenberg convoca una riunione degli ambasciatori dei 29 paesi membri per un esame della situazione.

Nel frattempo, i vertici di Teheran riflettono su quali provvedimenti prendere, consapevoli che un passo falso potrebbe avere conseguenze gravi. La risposta dell’Iran all’uccisione di Soleimani «sarà sicuramente militare e contro siti militari», afferma Hossein Dehghan, consigliere militare di Khamenei. Non si esclude, come accennato, però la possibilità di giocare ancora la carta della diplomazia: il ministro degli Esteri Mohammad Javad Zarif ottiene un positivo colloquio telefonico con Josep Borrell, il responsabile della politica estera e della sicurezza dell’UE, il quale invita tra le altre cose il ministro iraniano a Bruxelles, chiedendo a Teheran di collaborare alla riduzione delle tensioni.

Gran Bretagna e Francia esprimono però subito solidarietà a Trump: «Non piangeremo» la morte di Soleimani, che rappresentava «una minaccia per tutti i nostri interessi» afferma il neopremier Boris Johnson, mentre il presidente Emmanuel Macron condanna pubblicamente «le attività destabilizzatrici delle forze speciali che erano state guidate dal generale iraniano».

Da Beirut Hassan Nasrallah (il capo degli Hezbollah libanesi) vaticina nel frattempo le «bare dei soldati americani» che presto cominceranno «a tornare negli Stati Uniti». Soleimani era morto, ma resta quanto mai attuale la dottrina di profondità strategica di cui egli era stato il principale artefice: una strategia, quella messa in atto dalla Repubblica islamica, intesa come politica attiva in tutti i teatri confinanti e vicini – in particolare in Iraq, Siria e Libano – con l’obiettivo di estendere gli interessi del paese oltre i propri confini territoriali e tessere buone relazioni con gli attori regionali in una fase storica in cui l’area e militarmente presidiata dagli Stati Uniti; una dottrina utilizzata da ayatollah e pasdaran per sfuggire al senso di assedio percepito, giacché l’Iran e un’eccezione in Medio Oriente in quanto paese non arabo e, sebbene a maggioranza musulmana, nella declinazione sciita.

Intanto, nella sua tradizionale predica durante la preghiera islamica comunitaria di venerdì 10 gennaio nella principale moschea di Kerbala, affidata a un suo collaboratore, l’influente e anziano grande ayatollah al-Sistani afferma che «il ricorso a metodi fuori misura da parte di diverse entità […] finisce per aggravare la crisi, impedendo il raggiungimento di una soluzione».

L’ayatollah parla direttamente di «azioni aggressive e pericolose» che costituiscono «violazioni ripetute della sovranità irachena» e che contribuiscono al «deterioramento della situazione» nella regione. Di pari passo, quello stesso venerdì migliaia di dimostranti scendono in strada a Baghdad per evitare che le loro richieste siano dimenticate dopo l’assassinio di Soleimani e al-Muhandis, da alcuni considerati eroi e da altri odiati e temuti. Accusando Stati Uniti e Iran di far piombare il paese nel caos, i dimostranti iracheni scandiscono questi slogan: «Il parlamento non ci rappresenta», «Né Iran né Stati Uniti», «Portate le vostre guerre fuori dall’Iraq».

Gli iracheni erano già scesi in piazza ai primi di ottobre 2019 per protestare contro la corruzione e reclamare posti di lavoro, fine della povertà e giustizia. Il mese successivo avevano indirizzato le loro invettive anche contro l’Iran, colpevole di troppe interferenze politiche e militari. Il 3 novembre 2019 i dimostranti iracheni avevano infatti cercato di dare fuoco al consolato della Repubblica islamica a Kerbela, e l’operazione si era ripetuta a Najaf il 27 novembre e 1° dicembre, due giorni dopo le dimissioni offerte dal premier iracheno in seguito a un sermone del venerdì dell’ayatollah al-Sistani.

All’indomani dell’uccisione di decine di manifestanti antigovernativi nel Sud dell’Iraq, il 29 novembre il grande ayatollah al-Sistani aveva invitato il parlamento iracheno a togliere la fiducia al governo del premier Adel Abdel Mahdi, sostenuto da Iran e Stati Uniti, proprio nell’ambito della crescente tensione politica e di sicurezza a Baghdad e nel Sud sciita in rivolta.

Nella predica settimanale, tenuta da un suo rappresentante durante la preghiera comunitaria islamica del venerdì nella città santa sciita di Karbela, a sud di Baghdad, Sistani aveva chiesto al parlamento di intervenire per cambiare l’equilibrio politico nel paese e ascoltare le pressanti richieste della popolazione del Sud del paese. Kerbela e Najaf, lo ricordiamo, sono le città sante sacre ai musulmani sciiti.

Dopo l’assassinio di Soleimani e al-Muhandis, a inizio gennaio 2020 le istanze degli iracheni si rivolgono alle interferenze statunitensi e iraniane che stavano portando all’ennesima guerra regionale. Il parlamento di Baghdad vota una risoluzione per chiedere al governo di esigere il ritiro delle truppe straniere: il quorum viene raggiunto a malapena (a votare sono soprattutto i deputati sciiti). Intanto, a entrare a far parte del governo di Baghdad sono state varie fazioni del PMF, che chiedono vendetta per i «martiri» Soleimani e al-Muhandis e accusano Stati Uniti e Israele di sponsorizzare le proteste irachene – anche attraverso trasmissioni televisive – con l’obiettivo di distruggere la comunità sciita e l’intero paese.

Cinque mesi dopo l’assassinio di Soleimani e al-Muhandis, e dopo cinque mesi di stallo istituzionale, il 7 maggio il nuovo premier iracheno Mustafa Kazimi otterrà la fiducia del parlamento di Baghdad. Cinquantatré anni, sciita ed ex capo dei servizi di intelligence, e ritenuto vicino sia a Teheran sia a Washington.

La sua missione sarà tutta in salita a causa del profondo malcontento socioeconomico, specialmente nelle regioni centromeridionali abitate in larga parte da sciiti. Non indifferente resta anche la sfida rappresentata dai diversi gruppi armati, anche se il ruolo di Kataib Hezbollah sembra essere contenuto grazie a una serie di misure messe in atto dal governo di Baghdad che il 23 aprile ha collocato alcune fazioni del PMF sotto il controllo diretto dell’ufficio del premier.

Farian Sabahi (1967) è scrittrice, accademica e giornalista specializzata sul Medio Oriente e in particolare su Iran e Yemen, con un’attenzione particolare alla geopolitica e alle questioni di genere.

Nel 2019 il MAO Museo d’Arte Orientale di Torino ha ospitato la sua mostra fotografica Safar: vite appese a un filo, viaggio in un Medio Oriente che non esiste più (1997-2003).

Bocconiana (laurea in Economia Aziendale 1991), ha conseguito un post-dottorato sui contratti petroliferi (Università di Bologna) e un assegno di ricerca sulle zone di libero scambio nel Golfo persico. Tiene corsi su come fare business in Medio Oriente (Iran, Arabia Saudita, ecc.), con un focus sulle regole da seguire per le donne imprenditrici e manager. Si occupa di business development per le imprese in Medio Oriente e Asia Centrale (soprattutto Uzbekistan).

Nell’anno accademico 2019-2020 ha insegnato Relazioni internazionali del Medio Oriente all’Università della Valle d’Aosta, il corso di Giornalismo tra diritti e libertà a Varese e il corso States Economy dedicato all’Iran a Como (Università dell’Insubria). Qui trovate il CV Farian Sabahi 27 January 2020.

Dopo il dottorato in Storia dell’Iran (sull’istruzione in Iran negli anni Sessanta e Settanta) presso la SOAS – School of Oriental and African Studies di Londra, è stata docente a contratto alla John Cabot American University di Roma (2018-2019), all’Università di Ginevra, alla Bocconi di Milano, alla Sapienza di Roma e a Torino.

Storia dell’Iran. 1890-2020
Editore: Il Saggiatore
Collana: La cultura
Data di Pubblicazione: luglio 2020
EAN: 9788842827689
ISBN: 8842827681
Pagine: 536
Formato: brossura
Prezzo Euro 32

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