L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

martedì 7 luglio 2020

Niente fiducia a gente che a tavolino ha già deciso che in autunno ci sarà una seconda ondata di covid-19

Ippolito striglia i colleghi: «Le divisioni portano confusione: sempre meno mascherine in giro. Ma il virus non è morto»

6 LUGLIO 2020 - 08:04


Il direttore dello Spallanzani di Roma punta il dito sui frequenti dibattiti tra gli esperti che portano la gente ad avere sempre meno fiducia nella scienza. E mentre scoppiano nuovi focolai, le mascherine in giro per l’Italia sembrano essere cadute in disuso

Quel che preoccupa di più il direttore scientifico dell’Istituto Spallanzani di Roma, Giuseppe Ippolito, non sono tanto i focolai di Coronavirus che stanno rinascendo in Italia, quanto il calo diffuso dell’attenzione al rispetto delle regole per il contenimento dei contagi. I focolai secondo Ippolito, intervistato dal Corriere, «fanno parte della circolazione di tutti i virus. Succede per il raffreddore, per la rosolia e tutte le malattie infettive». Indicano che «il virus non è morto», dice l’infettivologo che si pone nel mezzo tra chi, come Alberto Zangrillo, parla della morte clinica del virus, e chi invece, come Andrea Crisanti, prevede una nuova ondata in autunno.

Ed è proprio sulle continue contrapposizioni tra gli esperti che Ippolito indica un fattore che può aver spinto gli italiani a far «cadere in disuso le mascherine». Il timore è che «la gente abbia perso fiducia nella scienza», un fenomeno al quale ha contribuito il costante battibeccare degli scienziati che ha fatto passare una comunicazione pubblica confusionaria, come aveva anche ribadito l’epidemiologo Pier Luigi Lopalco: «Finché la comunicazione era univoca, “il virus c’è e fa male, punto” – dice Ippolito – i cittadini hanno seguito le raccomandazioni. Poi sono cominciate le divisioni e la confusione può aver creato una rilassamento nei comportamenti, che invece sono fondamentali per tenere a bada il virus».

La preoccupazione di Ippolito non trascende nell’allarmismo, che su una possibile seconda ondata di contagi in autunno non azzarda previsioni: «Non rispondo né sì né no. Il virus non è morto, è contagioso come prima e può riprendersi». Con i numeri dei casi gravi abbattuto sotto la soglia di allarme, l’attenzione ora deve concentrarsi sul contenimento dei focolai interni, ma anche sui rischi esterni, perché si eviti di importare il virus da Paesi dove «il sistema di tracciamento non è affidabile come il nostro»

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