L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

venerdì 3 luglio 2020

NoMes - Euroimbecilandia si rivela quella che è un trappolone per gli italiani. Il Progetto Criminale dell'Euro deve continuare il depauperamento dei popoli anche

SPY FINANZA/ La verità su Btp e Mes che non si dice agli italiani

Pubblicazione: 03.07.2020 - Mauro Bottarelli

Sono diversi i fattori che fanno pensare che il tempo sia scaduto per l’Italia e che non ci siano margini per evitare il vero commissariamento

Palazzo Chigi (LaPresse)

Stavolta, il Re è davvero nudo. E non è un bello spettacolo. Anzi. Ma forse è meglio così, perché la pantomima in atto attorno alla questione Mes necessita di un punto fermo, di un approdo che garantisca di evitare del tutto il naufragio nel ridicolo. A svelare il segreto di Pulcinella, ci ha pensato ieri MF-Milano Finanza con un articolo a cui ha giustamente dedicato l’apertura dell’edizione. Signori, la paura per un attacco speculativo in estate, in perfetto stile 2011, fa già oggi novanta. E fin qui, nulla di drammatico o senza precedenti per il nostro Paese e il suo debito. A inquietare è che la discesa in campo di Cassa depositi e prestiti come ulteriore prestatore di ultima istanza per i nostri Btp avvenga nel pieno del Pepp, ovvero del piano monstre messo in campo dalla Bce con il compito preciso proprio di comprimere artificialmente gli spread sovrani più a rischio.


Non lo dice il sottoscritto, lo hanno ammesso candidamente – in più di un’occasione ufficiale – il membro tedesco del board, Isabel Schnabel e il capo economista, Philip Lane. Insomma, quanto siamo a rischio, se oltre agli acquisti ben oltre il principio della capital key posti in essere dall’Eurotower, il Governo mette in campo anche la sua cassaforte di Stato, pronta a ulteriori interventi sul mercato secondario, al netto dei già 60 miliardi di controvalore in detenzioni di nostri titoli? E senza scordare i quasi 450 miliardi (442,03 per l’esattezza, stando all’ultima rilevazione, il massimo da quando sono iniziate le serie storiche di tracciamento nell’autunno del 1997) nella pancia dei nostri istituti di credito, il famoso e famigerato doom loop.

Sono due i dati davvero inquietanti da notare. Primo, guardate questa tabella, la quale mostra gli ammontare giornalieri di acquisto della Bce in seno al programma Pepp, aggiornati alla scorsa settimana. Come noterete, nelle sessioni operative più recenti si sono toccati i 6 miliardi di euro al giorno di bond sovrani acquistati, al massimo da un mese e mezzo e in trend di continua crescita. Avanti di questo passo, si arriva a malapena al marzo del 2021 e non a giugno, a meno di un nuovo (e improbabile) ampliamento della disponibilità.


E attenzione, perché la Corte di Karlsruhe ha di fatto scelto la strada pilatesca per uscire dall’impasse creata dalla sua sentenza rispetto alla proporzionalità dei programmi di Qe. Ovvero, spetta alla Bundesbank nella sua indipendenza, decidere se quel criterio viene soddisfatto o meno e quindi optare di conseguenza per una prosecuzione o un’interruzione della sua partecipazione al Pepp. Mossa decisamente strategica, tanto che il ministero delle Finanze tedesco è corso ai ripari, accelerando la pratica relativa al voto del Bundestag a sostegno proprio del piano anti-pandemia dell’Eurotower, così da fornire una sorta di “copertura” parlamentare agli atti. Ma il numero uno della Buba, Jens Weidmann, è stato molto chiaro nella sua intervista di due domeniche fa al domenicale della FAZ: ok al Pepp, ma temporaneamente delimitato e chiaramente legato solo alla crisi pandemica. Non a caso, quei paletti furono fissati in maniera netta solo 48 pre prima della pubblicazione del dato preliminare sul PMI dell’eurozona, il quale per Germania e Francia – pur a livelli di sprofondo come numeri assoluti – mostrava già timidi segnali di ripresa. Se nei prossimi due trimestri quelle letture dovessero confermarsi o addirittura migliorare, certamente porterebbero la stessa Bundesbank a chiedere un ridimensionamento quantomeno dei controvalori messi in campo dalla Bce, già entro fine anno. Tradotto, meno firewall a protezione del nostro debito.

Ed eccoci al secondo dato, strettamente connesso al primo. Il 1° luglio, ovvero il giorno precedente alla notizia lanciata in esclusiva da MF, dall’Europa arrivavano due segnali chiari. Valdis Dombrovskis.vice-presidente esecutivo della Commissione europea, rendeva noto che il Patto di stabilità tornerà entro il 2021. Per l’esattezza, il politico lettone riteneva che se attualmente l’applicazione della clausola generale di salvaguardia appare ancora giustificabile dall’emergenza post-lockdown, la stessa “dovrebbe essere riesaminata entro la primavera del prossimo anno”. Insomma, due su due: sia Weidmann che Dombrovskis cominciano a mordere il freno nella delimitazione temporale delle deroghe. Sia a livello di deviazione alla capital key sugli acquisti, sia a livello di sforamento e ammorbidimento dai parametri relativi ai conti pubblici. E poche ore dopo l’intervento in videoconferenza del vice-presidente della Commissione, Reuters pubblicava una lunga intervista con il capo economista della Bce, il già citato Philip Lane, il quale annunciava una pausa nella politica emergenziale dell’Eurotower, stante l’attuale stabilizzazione vissuta dai mercati.

Messaggio ambiguo. Cosa significa, infatti, “pausa”? Non è questione di lana caprina. Perché se il tutto si limiterà a una non implementazione ulteriore delle misure già in atto, l’estate potrebbe passare in maniera relativamente innocua, stante il firewall da record già in servizio. Se invece volesse dire far rifiatare il bilancio della Bce, ormai oltre quota 6 triliardi di euro e quindi rivedere controvalori e capital key degli acquisti in una sorta di temporaneo tapering, allora il nostro spread potrebbe riservare qualche rogna al Governo. E candidarsi di diritto al ruolo di miglior attore protagonista nel remake del 2011. Casualmente, il tutto nel giorno in cui la Germania assumeva ufficialmente la presidenza di turno dell’Ue e subito dopo il “consiglio” di Angela Merkel a Giuseppe Conte, relativamente all’opportunità per l’Italia di accedere al Mes. Et voilà, ieri quel titolo su MF. Sicuramente al mondo esistono le coincidenze ma, come sapete, io non ci credo.

La luna di miele all inclusive e con open bar che l’Italia ha avuto dal marzo scorso con l’Europa, tramite il bancomat della Bce, sta per concludersi e quindi si corre ai ripari, schierando preventivamente Cassa depositi e prestiti come big gun della deterrenza anti-speculazione? Se così fosse, sarebbe decisamente grave. Poiché si sostanzierebbe come implicita ammissione della dipendenza totale dei nostri conti pubblici dall’operatività straordinaria della Bce, un qualcosa noto da almeno due mesi ai mitologici mercati, ma che ora diverrebbe palese. Sorge quindi spontanea una domanda, indirizzata – senza polemica ma in cerca di una risposta seria – ai seguaci della teoria in base alla quale attivare il Mes rappresenterebbe un pericoloso stigma negativo, un sintomo di fragilità: quel titolo di prima pagina, la certificazione della necessità di schierare Cassa depositi e prestiti a difesa dello spread, nonostante la Bce, non rappresenta forse uno stigma ben più grande e palese verso gli investitori?

Signori, il tempo è scaduto, prendiamone atto. La sabbia residua che scorre sempre più velocemente nella clessidra non garantisce affatto un margine operativo reale, né un briciolo terminale di mediazione in vista della discussione sul Recovery fund che inizierà al Vertice europeo del 17-18 prossimi. È soltanto il residuo sul fondo del barile che si può raschiare, in punta di realismo e senso di responsabilità, pensando al futuro (già segnato) del Paese. Si attivi il Mes, prima che qualcuno decida di passare alle maniere forti sul mercati per imporcelo. Non abbiamo alleati, né armi da mettere in campo. E, anzi, abbiamo un sistema bancario che non reggerebbe a livello di detenzioni a bilancio una nuova crisi dello spread. Siamo con le spalle al muro, inutile aggrapparsi alla chimera del Recovery fund.

Vi avevo detto che il Covid sarebbe stato l’accelerante del redde rationem e, purtroppo, la previsione sta dimostrandosi azzeccata. Il siluro arrivato ieri dal Premier olandese, poi, è stato soltanto l’ennesima conferma di un sentiment da fine tregua che ormai sta tramutandosi in linea politica, in agenda ufficiosa dei prossimi passi dell’Ue. È il momento di scegliere: non ci va bene, allora usciamo dall’Europa, seguiamo l’esempio della Gran Bretagna e diamo retta ai teorici dell’Italexit. Ma chiaramente e subito. Se invece vogliamo restare nell’Ue, pur con tutti i suoi difetti, prepariamoci a un commissariamento che imponga al Paese le sacrosante riforme che la sua classe dirigente, in modo totalmente bipartisan, annuncia da due decenni, ma non ha mai nemmeno iniziato.

In primis, la promessa di abbassamento strutturale della ratio debito/Pil. Certo, se la risposta è il bonus vacanza o quello babysitter da estendere ai nonni (i quali, se non residenti nell’abitazione degli accuditi, come impone la regolamentazione che sovrintende l’erogazione, hanno di fatto violato la quarantena e per questo vengono “premiati” dallo Stato), non lamentiamoci per la durezza di certi toni in Europa. La pazienza verso le nostre promesse da marinaio è giustamente finita e il continuare a rimarcare il nostro status di contributore netto non cambia la situazione: un condomino può anche pagare un affitto alto con regolarità, ma se si comporta da selvaggio, arrecando disturbo e danno a tutti gli altri, viene richiamato e multato. E magari sfrattato. Il problema, reale, è un altro. Alla base del no ideologico e pregiudiziale al Mes non ci sono le condizionalità, più o meno nascoste, visto che come facevo notare ieri e ho rimarcato anche oggi, di fatto siamo già commissariati dalla Bce. La questione sta nello stigma. Ma elettorale, non verso i mercati.

Il timore del Governo, infatti, non è un attacco speculativo, già messo in conto nel momento in cui si schiera Cassa depositi e prestiti, ammettendo implicitamente la condizione da allarme rosso dei conti. Bensì il fatto che accedere al Mes, infrangere quel tabù, significherebbe togliere immediatamente il paraocchi all’opinione pubblica, lo stesso garantito fino a oggi dalla paura innescata dalla pandemia e dalla quarantena. Dire sì al Mes, unito alla lenta ma progressiva presa di coscienza dei danni effettivi che il lockdown ha già inferto all’economia reale, significa scatenare la consapevolezza di massa, significa far precipitare la signora Maria nel panico stile 2011. Mi chiedo, però: meglio lo shock di una brutta diagnosi che porta però a un percorso immediato di cura e magari alla guarigione o l’irresponsabile inconsapevolezza della negazione, la quale porta sicuramente alla morte? Signori, il game over è vicino.

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