L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

domenica 30 agosto 2020

Abbiamo la conferma che il lockdown è lo strumento che la classe dirigente mondiale ha individuato per accelerare la crisi affinché il ciclo economico riprenda un pò di ossigeno. Il lockdown serve essenzialmente a distruggere l'offerta che è enorme da determinare crisi di sovrapproduzione, nella crisi sono costretti a prendere in considerazione di mantenere un minimo del potere d'acquisto dei consumatori da qui elargire moneta elettronica a tutti da spendere obbligatoriamente subito (Lael Brainard)

SPY FINANZA/ Tutti i fatti che smascherano l’inganno della Fed

Pubblicazione: 29.08.2020 - Mauro Bottarelli

L’annuncio di Powell dimostra l’impotenza della Fed di fronte a un’inflazione che può minare la crescita Usa. Come mostrano i dati su costruzioni e immobiliare

Jerome Powell, presidente della Fed (Lapresse)

C’è poco da fare, alla fine la realtà bussa sempre alla porta. Piaccia o meno. Giovedì ci hanno provato in tutti i modi a stimolare la reazione pavloviana di Wall Street alle parole di Jerome Powell, il patetico tentativo di resuscitare l’obiettivo inflazionistico come scusa per proseguire con gli acquisti e soprattutto per instillare nel mercato la certezza che i tassi a zero resteranno a lungo, nonostante una possibile fiammata dei prezzi. Per una volta, Wall Street pare non esserci cascata. Forse per dispetto, forse per esasperazione. Forse, per un sussulto quasi nervoso di decenza. Perché c’è da riflettere davvero su quanto avvenuto.

Mentre il capo della Fed stava per concludere il suo discorso a Jackson Hole, infatti, casualmente un diluvio di novità relative a TikTok travolgeva le agenzie di stampa finanziarie: prima le dimissioni del Ceo, in carica solo da maggio, a causa di “mutate condizioni politiche”, poi la ridda di voci su possibili cordate pronte a rilevare il gigante social cinese, addirittura con la strana coppia Walmart-Microsoft pronta a dar vita a una joint venture ad hoc. Prima reazione all’insù, poi raffreddamento generale degli indici.

Ecco allora che la Casa Bianca tenta la carta, finora sempre rivelatasi vincente, del vaccine-rally, rendendo nota la volontà di dar vita a un maxi-ordine di kit per i test rapidi anti-Covid, al fine di accelerare il processo di risoluzione del rischio pandemico. Anche qui un sussulto, presto sopito. Alla fine, chiusura mista: Dow Jones in rialzo, ma il Nasdaq dei miracoli in calo. Questo, nonostante la gara per il controllo di TikTok pronta a entrare nel vivo. Cosa succede?

Semplice, paradossalmente Jerome Powell ha scoperchiato il vaso di Pandora dell’impotenza della Fed. Anzi, ancora peggio: ha implicitamente ammesso di fronte al mondo intero la limitatezza della possibilità di intervento espansivo come panacea di tutti i mali e soluzione ad ogni problema. Il capo della Fed pensava di scatenare brindisi degni di Capodanno, annunciando di fatto quella che Oltreoceano hanno subito ribattezzato come una never ending monetary accomodation, ma ha fallito.

All’orizzonte di staglia, sempre più nera, lunga e nitida, l’ombra dell’endgame, il finale di partita. E sapete perché c’è davvero da preoccuparsi? Perché Powell è ricorso a questo mezzuccio accademico, nonostante sia perfettamente conscio della sua debolezza politica e del carattere a doppio taglio che lo caratterizza, a livello meramente tecnico e operativo.

Guardate questi due grafici.



Capirete immediatamente: il primo mostra come la Federal Reserve stia infatti mancando il suo obiettivo inflazionistico al 2% dal 2012. Cosa dovrebbe far credere al mercato che oggi si determini addirittura la necessità di un periodo transitorio di accettazione, una oratoria verso prezzi al di sopra di quella soglia, il tutto perché l’occupazione e la crescita economica appaiono prioritari rispetto ai “vecchi” obiettivi macro?

Secondo e ben peggiore: lo studio di Bank of America pubblicato prima del discorso di Jackson Hole parla chiaro e ci dice che, stante le proiezioni relative allo scenario prefigurato da Powell, prima che la Fed possa nuovamente porre in essere un processo di normalizzazione del costo del denaro occorrerà mantenere i tassi al livello attuale per circa 42 anni! Vi pare credibile?

Non a caso, nemmeno un mercato che ormai si basa sugli unicorni, ha avuto il fegato e la faccia tosta di festeggiare. Attenzione, però. Perché dietro alla mossa di Jerome Powell si nasconde anche un’insidia reale, oltre alla pantomima necessaria per garantire un minimo di credibilità all’operato ormai unicamente manipolatorio della Banca centrale che guida. E ce lo dimostra questo altro grafico.


Mostra come uno dei proxy più credibili dello stato di salute dell’economia reale Usa, il lumber o legname da costruzione, mentre il capo della Fed stava parlando toccava con i suoi contatti futures il record storico di 887,30 dollari. Un aumento del 240% dall’inizio di aprile, qualcosa senza precedenti. E cosa significa questo, forse che l’economia statunitense sta molto meglio in prospettiva di ripresa di quanto non dica il -31% del Pil del secondo trimestre? No, semplicemente si sta prezzando la mancanza di offerta di materiale derivante dalle chiusure forzate delle segherie durante il lockdown.

C’è però un problema, confermato dalla National Association of Home Builders: nel medesimo arco temporale di quell’aumento record, il costo di una nuova casa uni-familiare è salito di 16mila dollari. Su immobili dal costo variabile fra i 350mila e i 550mila dollari, infatti, il cosiddetto framing package, ovvero il costo della componente legnosa, variava mediamente fra i 30 e i 40mila dollari. Già oggi si viaggia fra i 75 e 90mila dollari: “Quanto ci metterà questa dinamica ad ammazzare il mercato?”, si chiedeva retoricamente Chris Lewis, vice-presidente della Rogers Manifacturing Corporation.

Insomma, inflazione. Di quella cattiva, perché in grado di stroncare eventuali effetti boost della ripresa – già tutta sussidiata a colpi di deficit – sul comparto strategico dell’immobiliare: il tutto, alla vigilia del voto presidenziale. E senza scordare il rischio maggiore, quando si parla di inflazione.

Se infatti in molti continuano a ignorare il ruolo di barometro in tal senso rappresentato dalle quotazioni dell’oro fisico, giova ricordare come la Cina abbia dato vita a una sorta di prodromo di Qe, visto che ha cominciato ad acquistare debito sovrano tramite la Pboc nel mese di luglio. E con il badile. E se per caso non si trattasse di acquisti una tantum, finalizzati cioè unicamente al finanziamento di progetti anti-Covid che garantiscano un return immediato, ma divenisse, quantomeno in un arco temporale di medio termine, una dinamica strutturale? Di colpo, gli Usa si troverebbero costretti giocoforza non più a importare deflazione da iper-produzione cinese, bensì inflazione da politica espansiva diretta di Pechino.

Ecco perché, andando contro ogni logica e mostrando di fatto al mondo tutti i limiti dell’attuale processo di distruzione dell’economia in atto, Powell ha dovuto giocare la carta dell’inflazione oltre quota 2% che non si configurerebbe comunque come limite alle politiche di stimolo: perché sa che il rischio di una fiammata è alle porte. E, svelando in pieno quale sia la reale finalità del Qe, ovvero garantire a Wall Street un supporto esiziale, si è precipitato a rassicurare i mercati rispetto alla stampella monetaria che non verrà meno: e il potere di acquisto dei cittadini, però?

Giova ricordare, infatti, che parliamo di una nazione dove il 70% del Pil è ancora garantito dai consumi. E, come ho mostrato nell’articolo di ieri, gli stessi nelle fasce di reddito più basse sono crollati a metà luglio, quando cominciava a palesarsi all’orizzonte la scadenza del programma di sussidi federale alla disoccupazione (1° agosto).

Se non siamo all’endgame, diciamo che stiamo gustandoci un suo trailer molto ben realizzato. E questo grafico mostra quale sia il rischio potenziale all’orizzonte.


Oggi il mercato azionario cinese sconta una ratio price-to-book a 2,06, superiore ai massimi toccati nel 2015 prima del crash degli indici, quando si fermò a 1,81. E quando un mercato strutturalmente in bolla come quello del Dragone, il cui contrafforte è ancora una volta basato su investitori retail, mostra come il margin financing, ovvero la predisposizione a speculare indebitandosi, abbia raggiunto 1,48 triliardi di yuan (nel 2015 si arrivò al picco massimo di 2,6 triliardi), allora sorge il dubbio che la Cina possa davvero essere tentata da un esperimento di Qe diretto per tamponare un eventuale, nuovo equity crash come quello di cinque anni fa, mandando in soffitta per ora la politica di intervento mirato e chirurgico sulla liquidità attraverso tagli ai requisiti di riserva bancari.

Powell avrebbe dovuto rassicurare il mercato con il suo ultimo azzardo, di fatto invece ha mostrato tutti i limiti dell’eugenetica monetaria al potere. Ora occorrerà vedere come i grandi players digeriranno le molte dinamiche sottostanti che si stanno sviluppando: qualcosa dovrà succedere, da qui all’autunno. Perché il sistema non può permettersi di grippare.


A meno che Joe Biden non veda ulteriormente restringersi il proprio vantaggio su Donald Trump, come mostra il grafico qui sopra relativo all’ultimo sondaggio post-convention Democratica e il Deep State non abbia deciso davvero di puntare tutto su di lui: a quel punto, un 2008 in sedicesimi a poche settimane dalle presidenziali potrebbe abbattere l’attuale inquilino della Casa Bianca, nonostante i richiami finora vincenti al mantra del law and order.

Restate sintonizzati, il bello (o il brutto) sta per cominciare soltanto ora.

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