L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

giovedì 6 agosto 2020

Assumere almeno un milione di giovani nella pubblica amministrazione il migliore investimento duraturo che si possa fare

Crolla l’economia liberista, l’Occidente è un buco nero

di Kartana
31 luglio 2020

In prima pagina stamane sul Corriere della Sera il crollo nel secondo trimestre dell’economia americana.

Il giornale di via Solferino intervista il noto politologo Ian Bremmer, il quale sostiene che la crisi riguarda tutti, anzi gli Usa hanno più risorse degli altri, e durerà anni.

Stanotte è invece uscito il dato del Pmi manifatturiero cinese, che cresce a luglio dal 50,9 al 51,4. E’ arrivata l’ora che intellettuali, accademici, uomini di cultura in Occidente, se ce ne sono, si pongano degli interrogativi. Ci sono almeno due modelli economici alternativi, e quello occidentale mostra crepe vistose.

L’assetto liberista degli ultimi 45 anni ormai volge al termine, procastinarlo, in maniera sempre più feroce per le classi lavoratrici, è inutile e dannoso.

Occorre ripensare al ruolo del pubblico nell’economia, come nel dopoguerra (a proposito, stamane Milano Finanza parla di “scenario da dopoguerra”), occorre assumere milioni di persone nella sanità, nell’istruzione, nei trasporti, occorre una politica di edilizia pubblica recuperando l’immenso patrimonio abitativo lasciato in macerie.

Ma soprattutto, dopo decenni, è necessario ridurre l’orario di lavoro per tutti per redistribuirlo e aumentare i salari. Basta con le politiche piratesche di rubare quote di mercato nei mercati mondiali, tutti si focalizzino sul mercato interno, soprattutto in Europa, vero buco nero dell’economia mondiale.

Dal dopoguerra gli Usa hanno fatto da spugna per i prodotti di tutto il mondo attraverso il beneficio del predominio del dollaro e aumentando enormemente i debiti esteri. Quest’epoca è finita. Gli Usa sono scoppiati.

Bmw – per fare un esempio – dovrebbe vendere alla classe media tedesca, rianimandola, cosi come Fiat e altri.

La Cina ha ampliato in questi decenni la fascia di classe medio bassa, rendendola capace di assorbire buona parte della produzione industriale grazie a un costante e rapido aumento dei salari.

E lo ha fatto con la pianificazione economica, che pure paesi come Francia e Italia avevano assai prima della stessa Cina.

Se gli intellettuali, gli uomini di cultura, gli accademici non pongono queste problematiche, anche in chiave di protezione dell’ambiente, che è tutt’altra cosa del “capitalismo verde” si andrà verso il baratro.

Un amico ieri sera mi diceva: “non vedo come prospettiva che la guerra”.

Se non parlano la Storia li condannerà.

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