L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 1 agosto 2020

Come se fosse responsabilità di chi vende la propria forza lavoro se il Capitale ristrutturandosi effettua sempre sempre espulsione di lavoratori non più utili e indispensabili scaricando l'onere del mantenimento di sopravvivenza allo Stato necessitato e necessario per alleggerire e prevenire tensioni sociali

"Piccolo non è bello" e le PMI devono morire
I media di regime non lo nascondono più

di Carlo Formenti
26 luglio 2020

La campagna contro lo “statalismo”, che da qualche settimana imperversa (con punte di vero e proprio isterismo in concomitanza della vicenda Autostrade) sui media di regime, è costretta a fare i conti con l’imprescindibile esigenza di mobilitare le risorse pubbliche per salvare le imprese private dai disastrosi effetti della crisi provocata dal Covid 19.

Come conciliare agli occhi dell’opinione pubblica il principio liberista, che vieta ogni forma di intervento diretto dello Stato in economia, con il principio che obbliga lo Stato a rimediare all’incapacità del capitalismo di far fronte alle crisi con i propri soli mezzi? Roger Abravanel e Claudio Costamagna si sforzano di realizzare questa quadratura del cerchio in un articolo dal titolo Stato “imprenditore”? No. Stato “traghettatore”, pubblicato sul Corriere della Sera di domenica 26 luglio. Ne estraggo alcuni passaggi che mi sono parsi particolarmente significativi.

I nostri solerti apologeti esordiscono ricordando che l’Italia non ha una buona storia di “salvataggi” pubblici e citano ad esempio il caso Gepi che, nata per garantire il mantenimento dei livelli di occupazione compromessi da difficoltà “transitorie” di gradi imprese private, “si è trasformata in società in cui confluivano i lavoratori in eccesso permanente (sottolineatura mia) della Fiat, Montedison, Snia, Sir, Marzotto e ci restavano per lunghissimi periodi in cassa integrazione”.

Notate l’opposizione fra i due aggettivi: le difficoltà sono transitorie gli eccessi dell’organico sono permanenti.

Traduco: le ristrutturazioni capitalistiche si risolvono sempre con tagli di organico, necessari a salvaguardare il tasso di profitto (che è l’unico vero obiettivo dell’impresa capitalistica, la quale dei livelli di occupazione se ne frega: anzi più elevato il livello di disoccupazione – senza esagerare, se no calano i consumi – più basso il costo del lavoro); allo Stato spetta invece il ruolo di salvaguardare i profitti privati socializzando le perdite. Ma senza eccedere nello zelo “assistenzialista”! Altrimenti il peso ricade sulle spalle del “contribuente”. Con questo si dà ad intendere al comune cittadino che è meglio accettare un po’ di disoccupazione, piuttosto che pagare troppe tasse, ma la verità che il contribuente cui si allude sono le stesse imprese che hanno creato il problema, le quali chiedono continuamente riduzioni di oneri fiscali e flessibilità del mercato del lavoro, affidando a gente come Abravanel e Costamagna il compito di raccontare la balla che in questo modo si favorisce l’occupazione (mentre tutti i dati dicono il contrario, ma i giornali come il Corriere questi dati non li pubblicano o li falsificano).

Proseguiamo: almeno a qualcosa di buono il Covid è servito: ci ha fatto capire che “piccolo non è bello”, che in Italia ci sono troppe Pmi e che “bisogna approfittare del fiume di denaro (!?) del Recovery fund per trasformare il panorama delle nostre imprese, facendo crescere imprese più grandi”. Insomma, come già spiegava Marx più di un secolo fa, ogni crisi è una chance per accelerare la concentrazione del capitale e tagliare i rami secchi dei pesciolini che devono rassegnarsi a finire in bocca ai pescecani. Per questo, scrivono i nostri, non serve uno Stato imprenditore bensì uno Stato traghettatore “che abbia chiara la propria exit quando gli obiettivi saranno raggiunti”. Alle Pmi in difficoltà lo Stato “deve dare un po’ di prestiti, un po’ di aiuti a fondo perduto e chi sopravvive, sopravvive”. Un po’ di sano cinismo non guasta, quando bisogna fare entrare in testa alle vittime che there is no alternative.

Segue la solita pappardella sulla digitalizzazione, sulle start up e sulle università che devono investire soprattutto nella ricerca applicata, per poi cederne i risultati alle imprese private che, anche in questo caso, usufruiranno dei soldi pubblici per realizzare profitti privati. Ma se non si fa così (vedi l’integrazione fra ricerche finanziate dallo Stato e finanziamenti a fondo perduto alle imprese che ne sfruttano i risultati, che hanno consentito il decollo della Silicon Valley negli Stati Uniti) non si regge la competizione internazionale. È vero che c’è lo scandalo della Cina che la regge benissimo mantenendo il controllo statale su tutti i settori strategici, ma quelli sono comunisti. Totalitari e cattivi.

* Professore di Teoria e tecnica dei nuovi media presso l'Università di Lecce

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