L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

domenica 30 agosto 2020

Della Serbia del Montenegro sappiamo solo quello che dice il mainstream

Cattivi e Perdenti! Le ragioni dei serbi spiegate agli italiani da un italiano

Andrej Isakovic
21:53 29.08.2020

Che cosa c'è di sbagliato nella narrativa post-jugoslava trasmessa al grande pubblico italiano? Lo scrittore Stefano Vernole, del Centro Studi Eurasia-Mediterraneo, prova a far luce nelle zone d'ombra che rimangono e si moltiplicano nei Balcani di oggi.

Intervista a Stefano Vernole, autore di “La difesa della fede ortodossa in Montenegro”

Nei mesi scorsi, prima del coronavirus, è passata quasi sotto traccia l'ondata di proteste di piazza scoppiata in Montenegro dopo l'approvazione della "Legge sulla libertà religiosa e lo statuto delle comunità religiose". Un  provvedimento, quello approvato il 27 dicembre scorso, che tra gli altri articoli prevede la possibilità di confisca di tutti i beni ecclesiastici privi di un atto di proprietà antecedente al 1918, compresi quelli della chiesa ortodossa serba.

"La difesa della Fede Ortodossa in Montenegro" è l'ultimo atto di un viaggio che l'autore ha iniziato ormai vent'anni fa, ai tempi della guerra che insanguinò la ex Jugoslavia ed un atto di accusa nei confronti di Milo Djukanovic, che con il suo operato volge le spalle alla sua gente, per guardare in faccia, ma dal basso verso l'alto, qualcuno d'Oltreoceano.

Da dove nasce l’interesse di un italiano per la sofferenza e l’ingiustizia serba? Come giudichi l’Ortodossia e la posizione dei serbi che, come ha scritto, agli occhi degli altri sono sempre dalla parte dei “perdenti”?

Il mio interesse nasce per pura curiosità, durante un viaggio compiuto nel 1995 durante gli ultimi mesi della guerra in Jugoslavia. La visione dall’Italia, quella conculcata dai media mainstream, era a senso unico, si credeva che i serbi (per lo più comunisti ma con sfumature naziste), non volessero concedere l’indipendenza alle altre nazioni e si prodigassero in massacri vari. La realtà che ho riscontrato sul terreno era molto diversa, proprio in quei giorni centinaia di migliaia di serbi venivano costretti a fuggire dalle Krajine sotto la spinta dell’avanzata militare croato-musulmana agevolata dai bombardamenti della NATO.

Solo la decisa resistenza serba in Bosnia, inoltre, impedì che l’attuale capitale della Republika Srpska, Banja Luka, finisse sotto il controllo dell’entità croato-bosniaca. Ho deciso così di ricostruire attraverso alcune ricerche (dalle quali sono scaturiti i miei libri precedenti) le ragioni dei serbi, i quali alla fine sono coloro che hanno pagato più a caro prezzo la dissoluzione dell’ex Jugoslavia. Ma “perdenti” lo sono solo apparentemente, agli occhi della razionalità occidentale; nella visione serba, ripetendo il sacrificio di Re Lazar e dei suoi soldati sul Campo dei Merli, durante i secoli di esilio e sofferenza, il “popolo celeste” ripete la Passione di Cristo e si eleva alla Gloria universale.

Qual è l’obiettivo del suo libro?

L’obiettivo del mio libro è fare luce su una piccola nazione, quella montenegrina, alla luce della scarsa pubblicistica esistente e del silenzio mediatico che caratterizza le recenti vicende. L’obiettivo è però evidenziare come esista un legame sottile tra quella che qualcuno definisce la “Sparta serba” e l’identità stessa del popolo serbo. La storia parla chiaro, Re Njegos ricordava come i migliori dei serbi sopravvissuti al massacro di Kosovo Polje nel 1389 avessero trovato rifugio in Montenegro, la cui indipendenza non venne mai completamente travolta dal dominio ottomano. I racconti epici tramandano nel “Serto della Montagna” la discesa dalle montagne dei capi tribù montenegrini per massacrare quanti si erano convertiti all’Islam: Crna Gora quale guardiano armato dell’Ortodossia.

© CC0
Bandiera di Montenegro

Serbia O Montenegro, oppure Serbia E Montenegro? In quali termini presenta nel suo libro il rapporto fra le due entità?

L’identità serba non esclude quella montenegrina e viceversa; è forse lo Stato più piccolo al mondo ma spiritualmente il più forte, come ai tempi di Njegos quando i montenegrini si definivano i “migliori dei serbi”. Molti dei recenti capi serbi, Slobodan Milosevic, Radovan Karadzic e Arkan hanno origine montenegrina. Il libro però non affronta solo questi aspetti di carattere storico-religioso, ma dedica almeno due capitoli alle vicende contemporanee. Uno relativo alle inchieste italiane sui legami tra il Presidente Milo Djukanovic e la criminalità organizzata, dimostrando come i Paesi occidentali (USA e Gran Bretagna in primis) abbiano favorito per ragioni geopolitiche la sua permanenza al potere per quasi 30 anni. L’altro che cerca di inserire la crisi montenegrina nel contesto regionale e nella lotta tra le grandi potenze per l’egemonia nella regione balcanica.

Il libro verrà tradotto in altre lingue affinchè il pubblico non italiano possa conoscerne il contenuto?

Me lo auguro, credo che il libro possa essere utile soprattutto alla luce degli interessi europei non solo in Montenegro ma nell’intera zona. L’Italia, ad esempio, ha già pagato un duro prezzo a causa del traffico di sigarette, armi, droga e clandestini favorito da Djukanovic in passato; lo stesso è avvenuto successivamente con la destabilizzazione del Kosovo e Metohija.

La questione religiosa è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso?

Senza voler esagerare, credo che le attuali manifestazioni rappresentino un esempio di difesa dell’identità, nazionale e religiosa, indispensabile ad un’Europa che non voglia ridursi ad un semplice supermercato sotto occupazione militare americana. E’ davvero significativo che il saccheggio delle risorse pubbliche, il fallimento delle imprese private, la svendita della costa, l’introduzione di una nuova lingua e di una nuova storia senza basi reali, la falsificazione delle elezioni e la corruzione della classe dirigente non fossero sufficienti a scatenare una rivolta; il popolo montenegrino si è visto privato del lavoro, della dignità e della propria storia ma solo ora che è stato privato della fede si è ribellato.

Pensa che le elezioni in Montenegro cambieranno quel sistema di potere che dura da 30 anni? I fedeli avranno la forza per difendere i loro Luoghi Santi?

Sulla seconda domanda non ho dubbi, certamente sì. Ho visto con i miei occhi la determinazione, la serenità e il coraggio di almeno la metà della popolazione montenegrina nella difesa dei propri Luoghi Santi. La Chiesa Ortodossa serba è considerata l’unica istituzione credibile rimasta nel Paese e i suoi fedeli, sotto la guida del Metropolita Amfilohije Radovic, sono disposti a tutto. Difficile invece fare previsioni sugli esiti politici delle elezioni, molto dipenderà dalla regolarità del voto e dalla capacità delle opposizioni di fare fronte comune. Probabilmente sarebbe meglio costituire un doppio schieramento, uno composto dai partiti filo serbi e uno dagli esponenti liberali centristi, così da far capire alle minoranze etnico-religiose che non esiste lo spauracchio della “Grande Serbia”. E’ evidente che devono decadere entrambi, sia la legge sulla libertà religiosa che Djukanovic, non importa in quale ordine.
L’attuale Presidente montenegrino è un uomo screditato, coinvolto direttamente nella corruzione che avvolge il Paese e ricattato dalla NATO; tuttavia l’Alleanza Atlantica non è ancora riuscita a trovare di meglio e farà perciò di tutto per conservarlo al potere.

E’ evidente che la Russia, la cui influenza culturale sul Montenegro è ancora notevole, non può chiamarsi fuori da questa partita perché la lotta geopolitica si è estesa a tutto il Pianeta.

© AFP 2020 / SAVO PRELEVIC
Milo Djukanovic e Jens Stoltenberg si stringono le mani

"La Difesa della Fede Ortodossa in Montenegro", di Stefano Vernole, è edito da Anteo nella collana Popoli.

Intervista a cura di “Sputnik” Serbia (Bojana Stojadinovic)

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