L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 1 agosto 2020

Erdogan ha la necessità di usare il bastone e la carota, un Principe che risponde a Machiavelli

Focus (di F.Cardini). Santa Sofia e la strategia di Erdogan tra kemalisti e islamisti moderati

L'evoluzione della basilica di Istanbul analizzata dallo storico fiorentino tra riferimenti teologici e geopolitica

by Franco Cardini 

Santa Sofia a Istanbul

Cari amici, in questi giorni sono stato costretto a parlare e a straparlare di Santa Sofia e di Erdoğan in tutti i modi possibili (sui giornali, in TV, on line) e francamente sono un po’ stufo. Molti mi hanno chiesto un parare privato, ma io non ho il giorno di 2400 ore (magari!). Se però a chiedermelo è un vecchio e caro amico ch’è anche uno studioso serio come Marco Tarchi, non posso esimermi dal rispondergli, sia pure un po’ schematicamente. All’amico Tarchi rispondo in modo formalmente svagato e un po’ ironico ma sostanzialmente molto serio, come siamo entrambi abituati da anni; articolo la mia risposta in quattro punti:

1. L’edifizio è nato come destinato all’adorazione di Dio e alla preghiera, e il Dio adorato era quello di Abramo, d’Isacco, di Giacobbe, di Mosè, di Gesù e più tardi lo sarebbe stato anche di Muhammad. Come credente in quel Dio ritengo che per 17 secoli Egli vi sia stato adorato in vario modo e secondo vari sistemi teologico-mistico-liturgici e che la cosa non Gli sia dispiaciuta;
2. Nel 1935 un generale turco che aveva studiato nelle accademie militari del Secondo Reich, era adepto del Grande Oriente e pur non avendo osato sbarazzarsi del tutto di Dio come avevano fatto con impegno e convinzione i carranzisti e con molti maggiori distinguo i bolscevichi nel 1917, aveva anche in ciò scimmiottato l’Europa: se proprio non puoi cancellare Dio, riducilo ad oggetto di museo; in Occidente la cosa fu stimata colta, intelligente, civile, tollerante, ragionevole, progressista; come credente ritengo fosse anche e soprattutto furba;
3. Una novantina di anni dopo, il mondo è molto cambiato (forse alquanto in peggio). Fra le novità più interessanti ma anche più ambigue e inattese di questo cambiamento c’è stato un ritorno del Divino, spesso in forme selvagge, fanatiche e irragionevoli. Erdoğan si trova a un bivio difficile: deve in qualche modo amministrare un’eredità kemalista che non può e forse nemmeno vuole sconfessare e/o dilapidare (i turchi possono permettersi un lusso che tedeschi, russi e italiani non possono) e d’altronde non può reprimere a dovere come fosse vorrebbe tutti i gruppi musulmani fondamentalisti che gli si agitano attorno e alcuni dei quali amerebbe fare a fette. Quindi, ecco un colpo al cerchio musulmano che accontenta un po’ tutti i moderati pietisti che stanno con lui e i kemalisti più timidi, che vogliono proseguire il cammino occidentalizzante “adelante, pero con juicio”, e anche i diciamo così “fondamentalisti moderati” che lo appoggiano (per esempio l’ala centrista dei Fratelli Musulmani) anche se indigna i kemalisti più rigorosi (in ciò allineati con i vertici del ceto dirigente occidentale, cristiano laico che sia: perché questa è la paradossale verità sui “terroristi”) e lascia sospettosi e insoddisfatti quando non addirittura indignati i fondamentalisti di obbedienza salafito-wahhabita al servizio dell’Arabia saudita (e quindi di Trump); e uno alla botte occidentale cristiana o laicista che sia, che si rassicura sulle magnifiche sorti e progressive di Santa Sofia come museo e si ammicca nella sua direzione facendo capire che in fondo l’edificio diventerà moschea per cinque brevi preghiere giornaliere (delle quali almeno due fuori orario di visita) e per un periodo più lungo in coincidenza con la “kutba” del venerdì (in San Pietro i turisti sono espulsi dall’edificio per un tempo giornaliero ben maggiore). La faccenda del lasciare le immagini sacre (sono state lì per secoli quando Santa Sofia era moschea, in certi periodi le hanno velate o scialbate con la calce, ma sostanzialmente non hanno mai dato fastidio a nessuno) è un mezzuccio ispirato forse alla Chiesa cattolica. Va bene lasciare che gli edifici sacri vengano visitati dai turisti, ma non consentiamo profanazioni eccesive durante le funzioni religiose. Gli influencers che hanno parlato di ‘iconoclastia’ o hanno addirittura evocato lo spettro dei Buddha di Bamiyan non sanno né chi è Erdoğan, né che cosa sia l’Islam oggi, né che cosa sia la Turchia in questo momento;
4. A evitare che tu mi accusi di reticenza per quanto concerne il parere mio personale, che coincide profondamente con il mio confratello della compagnia di Gesù il quale in questo momento siede per nostra fortuna sul soglio pontificio, ti dirò che non nutro soverchie simpatie per il signor Erdoğan (appartenendo piuttosto alla linea Putin-Rohani), ma che la soluzione forse temporanea del ritorno – sostanzialmente part-time – di Santa Sofia a moschea mi lascia soddisfatto in quanto non posso come credente se non gioire quando una “domus orationis” viene ricondotta alla sua funzione originale e primaria. Aggiungo che mi avrebbe reso totalmente felice la soluzione proposta dal patriarca armeno, vale a dire di una restaurazione del culto permessa anche ai cristiani (come in passato è accaduto in certe chiese cattoliche a partire dalla moschea al-Aqsa di Gerusalemme quando c’erano i templari; per spiegare perché ciò non sia possibile nell’Islam si dovrebbe aprire una parentesi lunghissima e qui non è possibile; basti sapere che al cosiddetta “intolleranza” non c’entra), ma per ciò i tempi non sono maturi: auspico che lo divengano, ma ci vorrà un mutamento profondo che per troppi versi è ancora molto lontano. Replicherai che il mio confratello vescovo di Roma, che ho l’onore di servire perinde ac cadaver, si è mostrato ‘addolorato’ per la faccenda di Santa Sofia. Plaudo alla sua gesuitica prudenza, considerando anche che nel gregge di 1,285 miliardi di pecorelle del quale egli è pastore abbondano le bestiacce ignoranti, stupide e scabbiose che (purtroppo, dico io), non si possono scandalizzare: io nel mio piccolo però le scandalizzo e se potessi le prenderei anche a calci nel culo perché non sono un pastore. Però ti assicuro, e ho motivo di rassicurartene, che la pensa esattamente come me: o meglio, sono io che la penso come lui.

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