L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

lunedì 31 agosto 2020

Il Mare Nostrum è l'area del contendere e l'Italia ora deve investire massicciamente sulla marina militare

La Turchia sarà un problema per l’Occidente?

30 agosto 2020


L’analisi dell’editorialista Guido Salerno Aletta sulla Turchia

Il conflitto latente da tempo tra Turchia e Grecia, rinfocolatosi in questi giorni per via delle controverse prospezioni petrolifere in un’area ritenuta di propria esclusiva pertinenza da parte di Atene, non è che l’ultima tessera di un mosaico che da anni va riconfigurando il ruolo geopolitico della Turchia.

È tutto un subbuglio: dal sostegno dato ai Fratelli musulmani in Egitto all’intervento militare in Siria; dalla alleanza con il Presidente libico Fayez-al-Serraj che prevede per un verso il sostegno militare e per l’altro la creazione di due aree economiche esclusive contermini che tagliano in due il Mediterraneo per diagonale al fine di impedire il passaggio delle pipeline che farebbero affluire in Europa il gas dei giacimenti già ritrovati nelle acque di fronte all’Egitto, ad Israele ed a Cipro; dalla relazione di dipendenza energetica nei confronti della Russia per via del Blue Stream alle ricerche di proprie fonti nel Mediterraneo di cui è pronta a rivendicare la titolarità anche con la minaccia armata.

Con queste iniziative eclatanti, la Turchia è tornata ad essere un problema per l’Occidente, in particolare per l’Europa. E stavolta Ankara non sembra soffrire neppure per la mancanza della storica sponda tedesca, con cui si mirava congiuntamente ad ostacolare le mire di Gran Bretagna e Francia nel Mediterraneo e nel Medio Oriente. Anche la attuali ruvidità nelle relazioni tra Usa e Germania non sembrano indurre quest’ultima ad appoggiare se non a parole le mosse frenetiche e talora spregiudicate del Presidente Tayyip Erdogan.

La subentrata dominanza degli Usa a partire dalla fine della seconda guerra mondiale, volta a stabilizzare l’intera area europea e mediterranea contrastando con ogni mezzo la presenza della Russia, nei tempi più recenti è stata palesemente ondivaga, in coincidenza con la strategia di disimpegno dall’Irak e dall’Afganistan, delineata dalla prima Amministrazione Obama e proseguita da quella ora guidata da Donald Trump. Non meno contraddittoria è stata la strategia dell’Unione europea nei confronti della Turchia.

Due sono stati i fattori geopolitici concomitanti, entrambi verificatisi a valle della grande crisi finanziaria del 2008, che hanno portato la Turchia ad abbandonare per un verso l’orbita filooccidentale, sia quella filoamericana che quella filoeuropea, e per l’altro a ripudiare il laicismo di Stato che la aveva caratterizzata a partire dalla rivoluzione di Ataturk, Padre della Turchia moderna.

In primo luogo c’è stato comportamento americano, con il sostegno dato dalla prima Amministrazione Obama alle Primavere arabe che hanno destabilizzato l’Egitto, Paese pivot laico e filoccidentale attorno a cui ruotavano tutti gli equilibri dell’area, e con l’imbarazzato silenzio della seconda Amministrazione Obama di fronte al tentativo di colpo di Stato del 16 luglio 2016 che secondo il Presidente Erdogan era stato ordito dal suo nemico Fethullah Gulen, rifugiatosi in America. Il venir meno del perno egiziano ha aperto la porta alle ambizioni di Erdogan, che sin dal 2013 temeva il sostegno straniero alle fragorose proteste di piazza culminate nell’occupazione del Parco di Gezi ad Ankara, che determinarono la misteriosa assenza per tre giorni dalla Turchia dello stesso Erdogan.

Anche la recentissima decisione di restituire al museo di Santa Sofia la sua funzione di moschea, dimostra l’intenzione della Turchia di utilizzare ancora una volta il fattore religioso, come già fece l’Impero Ottomano, come fattore aggregante e soprattutto di guida geopolitica: il panislamismo mira ad agglutinare identità nazionali e razziali che tra loro non hanno altrimenti alcun altro nesso: sostituisce dunque il panarabismo laico, anticolonialista e dunque antioccidentale per eccellenza, che si era imposto a partire dagli anni Cinquanta nell’area del Mediterraneo meridionale e nel Medio Oriente come linea di frattura degli equilibri determinati dopo la seconda guerra mondiale, rovesciando le monarchie di comodo che erano state imposte dagli ex colonizzatori.

La Turchia, per altro verso, ha subito lo shock determinato dalla mancata conclusione del processo di adesione all’Unione europea. L’opposizione francese al “velo islamico”, in nome alla laicità dello Stato, aveva motivazioni interne non trascurabili, ancora irrisolte: nel lungo periodo, la convivenza con le etnie magrebine non ha portato alla integrazione bensì alla segregazione. Se la radicalizzazione religiosa rappresenta uno strumento pericolosissimo di protesta in quanto sfocia talora in atti di terrorismo, un panislamismo a guida politica da parte turca diverrebbe un nuovo collante ideologico antioccidentale.

Se la Turchia moderna aveva ereditato dall’Impero Ottomano il ruolo di guardiano dei Dardanelli, per impedire alla flotta russa, e poi a quella sovietica, l’ingresso nel Mediterraneo, negli ultimi tempi questa funzione di contenimento e di garanzia si sta affievolendo. Mosca si è inserita nella crisi filoccidentale e filoeuropea di Ankara e la utilizza come già faceva con il Cairo ai tempi del generale Nasser. Prima in Siria e poi in Libia, Russia e Turchia si scambiano i ruoli di tutori del regime legale e di sostegno alla opposizione, con un efficace paso doble.

La posizione della Grecia, che ora sta subendo le iniziative unilaterali turche di prospezione petrolifera, non sembra riportare all’indietro l’orologio della Storia ai tempi delle sollevazioni europee contro le angherie ottomane.

Allora, l’obiettivo di far collassare l’impero, già declinante, comportava la restituzione della sovranità politica ai popoli oppressi, mantenendo invece fermo il ruolo della Turchia come guardiano dei Dardanelli nei confronti di Mosca. Alla fine della prima guerra mondiale prevalse la visione wilsoniana, favorevole alla creazione degli Stati nazionali: l’equilibrio si rinveniva nella frantumazione territoriale degli Imperi, da quello russo a quello austroungarico, da quello tedesco e quello ottomano.

Sembra tornare la logica che prevalse dopo la seconda guerra, completamente diversa: solo la creazione di Blocchi contrapposti avrebbe potuto assicurare l’equilibrio. L’Europa era divisa, con talune nazioni attraversate da frontiere interne, fisiche come in Germania, ovvero ideologiche come in Italia.

Non è più l’Europa continentale, ora, ad essere divisa tra Est ed Ovest, in aree di contrapposte influenze: la faglia del conflitto geopolitico spacca il Mediterraneo, riproponendo le logiche della Guerra fredda e dei conflitti interni. In Siria come in Libia, in Libano come in Egitto, gli schieramenti si fronteggiano.

(Estratto di un articolo pubblicato alla fine di luglio su Mf/Milano Finanza)

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