L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

lunedì 24 agosto 2020

Investire sui giovani significa assumere almeno un milione nel Pubblico Impiego

La devastazione del pubblico impiego

di Kartana
17 agosto 2020

Considero Nadia Lucio Olivares un’eccellente economista della Federico II di Napoli – università statale fra le più antiche d’Italia e del mondo – ed è per questo che ho condiviso le sue riflessioni e il suo grafico (in fondo all'articolo), vi dico cosa è successo nel pubblico negli ultimi 20 anni.

Per capirlo, occorre ritornare alla marcia dei 40 mila impiegati a Torino nel 1980. Vinsero i padroni, il movimento operaio ebbe una sconfitta storica e da allora non si più ripreso.

I padroni con quella vittoria inaugurarono il ritorno allo sfruttamento lavorativo secondo lo schema marxiano del pluslavoro assoluto e dell’intensificazione dei ritmi lavorativi. Non era l’unica soluzione capitalisticamente possibile, ma scelsero quella per loro più semplice e meno impegnativa.

Non ne volevano più sapere di rischiare e spendere soldi in investimenti,. Ritornarono perciò agli anni ‘50 e da allora non ci siamo più mossi.

Rimaneva il settore pubblico, con quasi tre milioni di dipendenti.

Con l’ingresso nell’euro iniziò la criminalizzazione dei pubblici dipendenti e il blocco del turn over. Occorreva – e fu anche detto esplicitamente – “dimagrire” la forza-lavoro (sia come numeri che come salario individuale) per intensificare i ritmi di lavoro e portare anche questo comparto al livello del pluslavoro assoluto, vale a dire all’allungamento della giornata lavorativa.

Mediamente, ora, si spendono nel pubblico 2 miliardi di euro l’anno in straordinari; con questa sola cifra si potrebbero assumere 75 mila persone. Non lo fanno, naturalmente.

Con lo smart working l’allungamento della giornata lavorativa e l’intensificazione dei ritmi di lavoro può ora raggiungere il suo apice (la “sperimentazione” durante il lockdown ha datto “ottimi risultati”, a dispetto delle sciocchezze di Pietro Ichino), fino al nuovo modello contrattuale della grillina Dadone, basato su obiettivi e risultati, vale a dire il vecchissimo “cottimo”.

Lo hanno fatto nel privato e lo stanno facendo nel pubblico da 20 anni. Chi non lo capisce vada a studiarsi manuali di economia del lavoro.

In ultimo, “i fannulloni”.

Un mio caro amico di Bologna, mesi fa, mi raccontava questo e si chiedeva: “cosa fanno tutti ‘sti borghesi al caffè nei centri storici a passarsi la giornata senza fare nulla?”

Mi raccomando, odiate i proletari, e quelli continueranno a non fare una beata minchia.



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