L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

mercoledì 26 agosto 2020

La continua conferma che il libero mercato è una chimera che funziona solo per i creduloni

Perché l’Australia blocca la vendita di Lion Dairy and Drinks alla Cina

25 agosto 2020


L’Australia blocca l’acquisizione della società di prodotti lattiero-caseari Lion Dairy and Drinks al gruppo cinese Mengniu Diary. Tutti i dettagli

Il latte diventa interesse nazionale in Australia. Il governo di Canberra ha bloccato la vendita di una società lattiero-casearia, Lion Dairy and Drinks, a un gruppo cinese. Al momento l’azienda australiana di latte e succhi che ospita marchi noti come Dairy Farmers, Pura e Vitasoy è in mano alla giapponese Kirin.

In base all’accordo annunciato a novembre, Kirin avrebbe ceduto Lion Dairy alla cinese Mengniu per circa 600 milioni di dollari australiani (430 milioni di dollari).

Ma l’Australia ha bocciato l’operazione “contraria all’interesse nazionale”.

Si tratta del primo veto di questo tipo ai sensi delle più severe normative sugli investimenti esteri introdotte da Canberra a marzo a causa della pandemia Covid-19.

La decisione avviene sullo sfondo della crescente tensione sino-australiana dopo che ad aprile Canberra ha richiesto un’indagine internazionale sulle origini del coronavirus, segnando un punto di svolta nelle relazioni bilaterali con la Cina.

SCEMATA L’OPERAZIONE CINESE

Kirin e Mengniu Dairy hanno dichiarato martedì di aver rinunciato alla vendita di Lion-Dairy and Drinks alla società cinese.

Kirin ha dichiarato in una dichiarazione che le due società avevano accettato di terminare l’accordo, firmato lo scorso novembre, perché era improbabile l’approvazione da parte del Foreign Investment Review Board (FIRB) australiano.

IL NO DI CANBERRA

L’annuncio fa seguito a un resoconto dei media la scorsa settimana secondo cui il governo australiano avrebbe bloccato l’accordo.

L’Australian Financial Review ha riferito la scorsa settimana infatti che il tesoriere nazionale Josh Frydenberg stava andando contro il parere del FIRB, a favore dell’approvazione dell’accordo. L’accordo aveva ottenuto l’approvazione dal regolatore della concorrenza australiano a febbraio.

A seguito della riorganizzazione delle leggi sugli investimenti esteri del paese, ora il tesoriere ha il potere di ultima istanza per variare o imporre condizioni sugli accordi anche dopo l’approvazione FIRB, o forzare il disinvestimento in caso di rischio per la sicurezza nazionale.

GLI SGAMBETTI DI PECHINO

L’acquisizione in fumo segue il deterioramento dei rapporti tra Pechino e Canberra. L’Australia ha fatto innervosire la Cina infatti chiedendo un’indagine sulle origini della pandemia di coronavirus ad aprile. In seguito Pechino ha preso di mira le sue esportazioni, in particolare sospendendo alcune importazioni di carne bovina e imponendo pesanti dazi sull’orzo.

Pochi giorni fa inoltre sempre la Cina ha avviato un’indagine antidumping sul vino australiano.

LA STRATEGIA DIETRO LA VENDITA LION-DAIRY

La vendita di Lion-Dairy avrebbe fatto progredire la strategia di Kirin di scaricare le attività sottoperformanti, dando al governo cinese il controllo di marchi australiani per la casa come Pura, Dairy Farmers e Moove.

Lion Dairy & Drinks è il secondo più grande trasformatore di latte d’Australia e produce circa 1 miliardo di litri di latte all’anno. Possiede marchi come Pura Milk, Dairy Farmers e Yoplait.

“Questo è un risultato sfortunato, ma il rilancio e la ristrutturazione di Lion-Dairy and Drinks sono una priorità assoluta e continueremo a cercare i migliori scenari per l’attività con Lion”, ha dichiarato la giapponese Kirin in una nota.

IN UN ANNO CAMBIA TUTTO

Eppure un anno fa Canberra era più conciliante. Come ha ricordato il Financial Times, l’anno scorso il governo ha approvato l’acquisto da parte di China Mengniu di 1,4 miliardi di dollari di Bellamy’s, un produttore australiano di latte artificiale. A differenza di quella operazione, Lion Diary è già di proprietà straniera.

LE TENSIONI SINO-AUSTRALIANE

Ma come dicevamo le relazioni sino-australiane si sono ulteriormente raffreddate quest’anno a causa di problemi che coinvolgono Hong Kong e il Mar Cinese Meridionale. A luglio, dopo che la Cina ha introdotto una legge sulla sicurezza nazionale per Hong Kong che ha rafforzato la sua presa sul territorio, il primo ministro australiano Scott Morrison ha affermato che gli abitanti di Hong Kong in Australia possono richiedere la residenza permanente. Più tardi quel mese, l’Australia ha inviato una lettera al Segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres affermando di non riconoscere le affermazioni radicali della Cina sul Mar Cinese Meridionale.

Sebbene Canberra si stia muovendo di pari passo con Washington su questioni di sicurezza come Huawei e il Mar Cinese Meridionale, non può trascurare la sua profonda dipendenza economica da Pechino. Secondo Nikkei Asian Review, il protrarsi della disputa con la Cina avrebbe un impatto maggiore sulla vita quotidiana degli australiani.

I NUMERI DELL’EXPORT

“La Cina ha rappresentato infatti il 32,6% delle esportazioni australiane nei 12 mesi fino a giugno 2019. Si tratta di una cifra superiore a quella di Stati Uniti, Canada o Nuova Zelanda. Più dell’80% del minerale di ferro australiano, il principale prodotto da esportazione, va in Cina. La cifra supera il 70% per la lana e supera il 60% per l’orzo”, riporta Nikkei Asian Review.

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