L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

domenica 30 agosto 2020

La politica estera si fa anche minacciando l’intervento armato. Investire massicciamente nella nostra marina militare è strategico

SCENARIO/ Sapelli: dagli Usa alla Cina, ecco le nuove alleanze salva-Italia

Pubblicazione: 29.08.2020 - int. Giulio Sapelli

Mar Egeo, Libia, Libano: di fronte alle tante crisi del Mediterraneo l’Italia non ha una politica estera. Così corre diversi rischi

Palazzo Chigi (LaPresse)

Forti tensioni nel Mar Egeo tra Grecia e Turchia, caos Libia, Libano a rischio implosione: il Mediterraneo è scosso da diverse crisi e lascia interdetti osservare come l’Italia su questi dossier faccia fatica a dire la sua, ad avere una posizione forte, sebbene la stabilità dell’area sia molto importante viste anche le implicazioni legate ai flussi migratori e agli interessi energetici. Dove è finita la politica estera italiana? Che prezzo rischiamo di pagare per questa irrilevanza? “Non avere una politica estera per un paese vuol dire morire lentamente – risponde preoccupato e amareggiato lo storico ed economista Giulio Sapelli – vuol dire rassegnarsi all’agonia economica e culturale”. E lancia un appello: “Salvate la politica estera da Di Maio e dalla Merkel”.

Mar Egeo, Libia, Libano e Medio Oriente: i fronti caldi del Mediterraneo si moltiplicano, eppure l’Italia, che storicamente occupa un posto centrale nel Mare Nostrum, appare afona e impalpabile. Come si spiega?

L’Italia ha avuto un ruolo nel Mediterraneo finché c’era la Guerra fredda. Abbiamo iniziato con Cavour, dopo la guerra di Crimea. Poi siamo andati al traino degli imperi centrali. E dopo la Seconda guerra mondiale siamo entrati nell’Alleanza atlantica con molte diffidenze, tanto che la politica estera italiana aveva quello che io chiamo il vizio anti-atlantico della Dc.

Quale vizio?

Nello scontro, che ha sempre contrassegnato la politica estera del Mediterraneo, fra Israele e gli Stati arabi l’Italia ha sempre appoggiato i palestinesi. Quindi noi abbiamo sempre fatto una politica attiva rischiosa, ma l’abbiamo fatta perché avevamo degli interessi non solo economici. Non è vero che ci siamo mossi solo perché c’era l’Eni, che fa la sua politica, in alcuni momenti coincidente con quella dell’Italia, anche se non c’è un rapporto meccanico. Allora avevamo una visione dell’Italia come grande mediatrice nel Mediterraneo. Ma negli ultimi 20 anni tutto questo si è spento.

Perché?

Con l’avvento del governo Prodi il peso degli elementi anti-atlantici nella politica estera italiana è diventato dominante: Prodi si è mosso sempre in accordo con la Germania, aprendo un asse con la Cina molto forte, e in più ci sono state forze socialiste molto legate alla Francia. Lì, in coincidenza con l’entrata nel Trattato di Maastricht, abbiamo cominciato a perdere un’autonomia nazionale. E questo si fa sentire di più proprio nel Mediterraneo, dove ci ritiriamo.

Quindi si può dire che non abbiamo più una politica estera che possiamo giudicare giusta o sbagliata?

Esatto. Non la facciamo più. E sbagliamo pensando di fare politica estera solo con l’economia, come fanno i tedeschi ma solo perché non hanno un esercito. La politica estera si fa anche minacciando l’intervento armato. Oggi la nostra crisi è più grave perché l’Ue non ha una politica estera: ogni Stato si fa la sua, perseguendo i propri interessi nazionali. Noi ci distinguiamo da tutti gli altri perché non la facciamo.

Questa inazione dipende anche da possibili visioni diverse tra i due partiti maggiori dell’alleanza giallo-rossa, Pd e M5s?

Oggi la politica, che un tempo si definiva sulla collocazione internazionale di un partito, non esiste più. Allora si discuteva. Oggi come si può fare una politica estera fondata su partiti i cui congressi durano mezza giornata? È una situazione che ha coinvolto tutti i partiti, non solo Pd e Cinquestelle.

L’Italia però continua a ribadire che il nostro ancoraggio in politica estera sono l’alleanza atlantica e l’Occidente.

Ma nel contempo l’Italia, unico paese europeo, ha firmato il Memorandum con la Cina sulla Nuova Via della Seta. Rispetto ai tempi del governo giallo-verde, però, gli americani si sono un po’ risvegliati dal loro torpore.

Fa riferimento al recente accordo Israele-Emirati arabi uniti sollecitato dall’amministrazione Trump?

È un accordo importante perché riprende la via tracciata a suo tempo dal presidente egiziano Sadat, che per questa decisione fu eliminato dai palestinesi. L’accordo Israele-Eau ha posto le premesse per la fine del conflitto tra Israele e gli Stati arabi, perché la minaccia iraniana è forte. Ma noi in questa intesa non abbiamo avuto alcun ruolo, perché nel nostro governo ci sono filo-iraniani e filo-cinesi. E non basta l’ottimo ministro della Difesa, Guerini, a riequilibrare la situazione. Anche perché non abbiamo un ministro degli Esteri.

Di Maio, in effetti, sembra sempre muoversi in ritardo o al traino…

Per fare il ministro degli Esteri bisogna almeno conoscere le lingue oppure, come Andreotti, essere molto intelligenti e preparati. Ma a preoccuparmi di più è che la mancanza di prospettiva sembra aver coinvolto anche la Farnesina.

L’Italia è dunque relegata a un ruolo di comprimario?

Noi non siamo dei comprimari, noi siamo passivi, come una mucillagine peristaltica, perché non abbiamo una stabilità partitica, ma miriadi di gruppi d’interesse.

Che prezzo rischiamo di pagare?

Siamo frammentati in gruppi di interesse e siamo passivamente manovrati da diverse potenze straniere. Abbiamo per esempio una compagnia di ventura, il Pd, che rappresenta gli interessi franco-tedeschi, quelli dominanti in Europa. Come si fa a fare politica estera in queste condizioni?

La stabilità del Mediterraneo, anche per le questioni migratorie ed energetiche connesse, dovrebbe stare molto a cuore all’Italia. Che cosa dovremmo fare e con chi?

Dovremmo stare con Egitto e Israele, trovando una posizione autonoma da tenere sulla Libia.

Quale?

Non essere più contrari alla spartizione del paese, che è ormai inevitabile. E dovremmo anche far vedere, attraverso una maggiore presenza militare, che quell’area ci interessa.

Abbiamo la forza per farlo?

Abbiamo una delle Marine militari migliori del mondo, ci manca però la forza politica.

Alla passività dell’Italia si contrappone un forte protagonismo della Francia e di Macron. Perché?

La Francia ha l’acqua alla gola, perché vede la Siria che si sta sgretolando. La Siria di Assad e il Libano erano i punti forti della politica francese in Medio Oriente. Vedo invece un protagonismo economico dei tedeschi, che di fatto sono filo-turchi, perché la Germania ha fin dalla fine dell’Ottocento un legame molto stretto con il capitalismo turco, che non si è mai spezzato.

Eppure sono stati i paesi del Nord Europa, Germania compresa, a opporsi anni fa all’ingresso della Turchia nell’Unione Europea. È stato un errore grave?

È stato soprattutto un errore della Germania, della cancelliera Merkel. Quando si scriverà un libro serio su di lei, non di quelli agiografici pubblicati anche in Italia, si capirà che la Merkel, capace solo di tattica ma non di strategia, ha distrutto la possibilità di avere una politica estera europea in Medio Oriente.

Come?

Accogliendo la Turchia nella Ue. Basti pensare che dopo il colpo di Stato degli anni 80 i turchi hanno avuto addirittura un primo ministro donna. La Turchia fa parte dell’Europa del Sud.

Oggi Erdogan minaccia la Grecia nel Mar Egeo. E l’Italia?

Noi abbiamo partecipato a esercitazioni navali con entrambi i paesi. Abbiamo fatto come in Libia: prima ci siamo accodati come pecore all’Onu che appoggiava Serraj, poi però abbiamo cominciato a fare l’occhiolino ad Haftar. Non si può fare così.

Queste tensioni fra Turchia e Grecia potrebbero anche sfuggire di mano?

Sì, l’incidente, in un mare piccolo come il Mediterraneo, può sempre succedere, però sono abbastanza rassicurato dal fatto che gli Usa monitorano la situazione con due portaerei e che i paesi arabi non permetteranno ad Ankara di farsi avanti. In caso di guerra, però, l’Italia dovrebbe vedere dove stanno gli americani.

E dove stanno?

Non lo sanno ancora.

Potrebbero cambiare posizione in caso di vittoria di Trump o di Biden?

No. Anzi, la cosa più positiva è che i Democratici hanno definitivamente abbandonato le tendenze filo-cinesi, oggi sono schierati contro la Cina, quindi contro l’Iran e a favore di Israele, tanto che Biden si è detto d’accordo sull’ambasciata americana a Gerusalemme voluta da Trump.

Dovesse vincere Biden, le simpatie filo-cinesi di grillini e governo Conte subirebbero un duro colpo?

Potrebbero trovare la stessa brusca frenata che hanno già trovato con Mike Pompeo.

(Marco Biscella)

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