L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

martedì 25 agosto 2020

Lo stregone maledetto è stato l'ispiratore del precariato a vita per tutte le prossime generazioni e le parole di coccodrillo usate sono osannate dai medesimi che hanno accompagnato l'implementazione del Progetto contro i giovani, le televisioni, la carta stampata, i giornalisti di professione. La classe dirigente dimostra che siamo un paese di vacca, una grande cloaca a cielo aperto e l'unico rimpianto e che il puzzo non li uccide


Draghi e lucertole. L’Italia è il Paese che più di altri è andato contro gli interessi delle nuove generazioni

25 agosto 2020

Il discorso dell’ex presidente della Banca centrale europea è stato applaudito da quella classe politica responsabile della massiccia redistribuzione di risorse dai figli ai genitori di cui si abbia traccia in epoca recente. Un po’ di numeri per capire perché serve onestà nei rapporti intergenerazionali

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«Privare un giovane del futuro è una delle forme più gravi di diseguaglianza». Con queste parole Mario Draghi al meeting di Rimini di Comunione e Liberazione ha messo al centro del dibattito i giovani e la valorizzazione del capitale umano.

La parola “giovani” nell’intervento agostano dell’ex presidente della Banca centrale europea compare ben 12 volte. E pensare che tra le 464 pagine del dibattuto “Decreto Rilancio” del governo Conte lo stesso termine compare una sola volta, all’interno della sezione dedicata agli investimenti in istruzione e ricerca (dove risultano essere stanziati solo 1.5 miliardi per tutto il comparto).

Nel complesso, il monito di Draghi risulta esser ovvio e pacifico per chiunque dotato di un minimo di buon senso: occorre spendere in maniera avveduta (il cosiddetto debito buono) e non si deve far debito per alimentare spesa corrente improduttiva, poiché nel lungo termine saranno i giovani a doverlo ripagare.

Tuttavia, a noi italiani queste ovvietà piace ascoltarle, rifilarle e commentarle. Di certo, siamo piuttosto restii a metterle in pratica. D’altronde, le prediche inutili per quanto futili, son sempre piaciute agli elettori.

Basti pensare che durante gli ultimi dieci anni, quella stessa politica che oggi condivide e dipinge le parole di Draghi come la stella polare ha fatto l’esatto contrario di quanto dovrebbe esser fatto per risollevare il nostro Paese dal lento declino.

È tempo di mettere le giovani generazioni al centro del dibattito? Bene. Allora all’ipocrisia della politica dovrebbe essere ricordato qualche numero. 

Negli ultimi dieci anni 250mila giovani italiani hanno preferito emigrare (la cosiddetta fuga dei cervelli), con una perdita stimata attorno ai 16 miliardi di euro (questo il valore aggiunto che i giovani emigrati potrebbero realizzare se fossero occupati nel nostro paese). In termini di nascite, nel 2020 è stato toccato il punto più basso dall’unità d’Italia (420.170 nascite con un -4.5% rispetto al 2019). Dal 2010 la disoccupazione giovanile ha una media del 35% (contro una media europea del 20%). Nel 2019, la povertà assoluta in Italia colpisce 1 milione 137mila minori e secondo i dati OCSE nel 2019 il nostro Paese riporta la terza quota più elevata di giovani che non lavora, non studia e non frequenta un corso di formazione (NEET) tra i Paesi dell’OCSE: il 26% dei giovani di età compresa tra 18 e 24 anni è NEET, rispetto alla media OCSE del 14%.

Questo triste scenario ci fa capire che tra tutti i paesi sviluppati, proprio l’Italia è quello che più è andato contro gli interessi delle giovani generazioni. Come fanno notare Boeri e Galasso nel loro libro “Il conflitto tra le generazioni” – Mondadori, abbiamo assistito alla più massiccia redistribuzione di risorse dalla generazione dei figli a quella dei genitori di cui si abbia traccia in epoca recente. La nostra politica è stata in grado di gonfiare a dismisura il debito pubblico per rinforzare il consenso elettorale, senza curarsi di incrementare la produttività nel lungo termine. Per anni abbiamo fatto i conti con una politica piuttosto incline al “debito cattivo”: non sono state costruite infrastrutture, non si è investito nella digitalizzazione e nello snellimento della PA, non è stata ridotta la tassazione sulle imprese (le quali continuano ad esser dipendenti dal debito bancario), non è stata migliorata la qualità dell’istruzione e dei servizi pubblici, non si è investito nell’aggiornamento professionale… la lista di ciò che non si è fatto potrebbe continuare, meglio fermarsi qui. 

Tutto questo ci fa capire che l’egoismo politico si può definire forse come il principale ostacolo allo sviluppo del nostro Paese, con un immediato effetto negativo sul futuro delle giovani generazioni. 

Tuttavia, piangere sul latte versato non porta da nessuna parte. Accusare il partito di turno di non aver fatto abbastanza per le generazioni future non ha molto senso. 

Piuttosto, se ora veramente si ha intenzione di costruire una seria politica giovanile da dove si dovrebbe partire?
Di seguito alcuni punti su cui riflettere, senza pretendere alcuna esaustività.

Istruzione e scuola
Un recente studio della Fondazione Agnelli stima che i mesi di assenza da scuola possono costare lungo l’arco della vita lavorativa fino a 2mila euro per studente, in termini di minori redditi futuri. Moltiplicando questa cifra per gli 8.4 milioni di studenti italiani si arriva a un costo potenziale dovuto alla pandemia nei prossimi decenni pari al 10% del Pil. 

Troppo tempo abbiamo dedicato a pensare a come riaprire gli istituti scolastici, per giunta senza ancora alcuna certezza. Quasi nessuno, invece, si è interrogato su come ridurre il costo del lockdown sulla scuola ed evitare nuove perdite. 

La pandemia ha compresso il corso naturale degli eventi. L’online learning non è più il futuro è il presente.

A fronte di ciò la figura dell’insegnante dovrebbe essere valorizzata e formata sulla base di metodi pedagogici alternativi. Se davvero vogliamo pensare ad un futuro migliore per i nostri giovani, tutto parte dal sistema educativo. Nel nostro Paese gli stipendi per gli insegnanti nei vari cicli scolastici sono più bassi della media europea. Secondo i dati Eurostat 2017 in Italia un docente con 15 anni di esperienza guadagna meno di un collega danese, norvegese o tedesco. Per migliorare la qualità della nostra istruzione dobbiamo essere in grado di attrarre i migliori talenti in questo particolare settore d’impiego, fornendo loro tutti gli strumenti per un aggiornamento professionale continuo. 

Decrescita demografica e immigrazione
I cambiamenti sociali degli ultimi decenni hanno prodotto mutamenti demografici che hanno contribuito a un progressivo invecchiamento della popolazione. Nel 2019 secondo l’Istat gli under 15 italiani sono solo il 13.2% della popolazione totale. L’invecchiamento demografico non è determinato solo da un basso tasso di fecondità. Ci sono altre due variabili da considerare: l’allungamento della durata media di vita dei singoli e la riduzione della natalità che non aumenta il numero degli anziani, ma ne accresce il peso riducendo il numero di giovani. 

Politiche attive per incrementare i tassi di natalità hanno effetto solo sul lungo termine. Proprio per tale motivo, l’immigrazione non dovrebbe essere considerata come un problema quanto piuttosto come un’opportunità. La nostra politica dovrebbe strutturare un serio processo di gestione circa i flussi migratori. L’obiettivo dovrebbe essere quello di inserire strutturalmente tali flussi nei nostri processi di crescita. Le risorse straniere dovrebbero esser adeguatamente supportate, inserite, formate ed istruite. A fronte di una riduzione della popolazione attiva, non ci si può più permettere di investire poco in politiche di apprendimento permanente e di supporto a una lunga vita attiva. Così facendo perderemo giovani dinamici e qualificati a vantaggio di paesi che meglio valorizzano il capitale umano.

Ricerca scientifica
L’Italia è ultima tra i principali paesi OCSE per numero di ricercatori. La spesa in Ricerca e Sviluppo in quattordici anni è passata dall’1 per cento del Pil all’1,4, contro una media UE di un abbondante 2%. Le gare pubbliche nell’ambito R&S sono solo lo 0,15 per cento del totale dei beni e servizi acquistati dalla pubblica amministrazione. Ad oggi, i paesi con alto costo del lavoro non possono competere se non sul valore aggiunto (innovazione, tecnologia e ricerca). Il settore della ricerca è cruciale per potenziare lo sviluppo e riprendere competitività e l’Italia ha ancora molta strada da fare.

Se veramente si vuole migliorare il settore in cui operano i giovani ricercatori, è necessario adottare una visione di sistema. Le università (in particolar modo gli atenei pubblici) e i centri di ricerca dovrebbero sviluppare capacità di rinnovarsi con l’introduzione di processi meritocratici, basati anche sul riconoscimento della capacità di individuare tematiche di frontiera. Dovrebbero essere dati maggiori incentivi al sistema imprenditoriale per velocizzare i processi di innovazione in ricerca e sviluppo per rimettere in moto la competizione internazionale.

Dovrebbe essere strutturato un piano nazionale per la ricerca di larghe vedute, con una pianificazione non solo a livello nazionale quanto piuttosto europea, internazionalizzando sempre più le nostre università, in modo tale da attrarre giovani cervelli da paesi stranieri. 

Così come dovrebbe essere valorizzato il ruolo della ricerca con una maggior diffusione della stessa, in termini mediatici. L’esperienza pandemica ha indotto la popolazione ad aver maggior fiducia nella ricerca scientifica. Se è vero che la ricerca aiuta a creare nella società fiducia nell’innovazione tecnologica, dovrebbero essere migliorati i canali comunicativi nei vari ambiti disciplinari al fine di creare maggior consapevolezza sull’evidenza scientifica e interdipendenze disciplinari.

Trasparenza e condivisione delle azioni
Insomma, i giovani italiani faticano a guardare in là nel tempo, a pianificare il loro futuro, a effettuare scelte: mancano di orizzonti lunghi. Questo dramma giovanile però non è esclusivamente nelle mani della politica. È vero, i genitori italiani sono sempre stati disposti a supportare economicamente i loro ragazzi. Secondo l’Istat oltre la metà degli individui maschi e un terzo delle giovani donne tra i 25 e i 34 anni vive ancora con i genitori. Tuttavia, i genitori italiani non mostrano la stessa solidarietà con i figli degli altri, ossia con i giovani in quanto tali. I genitori italiani sono abili difensori dei diritti dei giovani solo apparentemente: nel corso degli anni, nell’esprimere la preferenza elettorale, essi non hanno mostrato alcun interesse nel prendere posizione a favore delle nuove generazioni.

Altruismo privato ed egoismo pubblico: un mix letale per il futuro delle giovani generazioni.
Per dar spazio ai giovani occorre costruire un sistema-paese che sappia fare davvero comunità. Un’Italia che punti alla trasparenza dei rapporti intergenerazionali. I giovani italiani non si sono fatti sentire nel dibattito pubblico non perché disinteressati, ma perché non consapevoli delle interazioni generazionali che hanno portato a un così massiccio trasferimento di risorse nel corso degli anni. Il messaggio di Draghi (con richiamo esplicito alla trasparenza e condivisione delle azioni) non era rivolto esclusivamente alla politica, quanto piuttosto al Paese intero.

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