L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

mercoledì 26 agosto 2020

NO all'attacco alla Costituzione

Un sì per l'UE, ce lo chiede il PD

di Leonardo Mazzei
20 agosto 2020

Stefano Ceccanti è una garanzia. Uno che se hai dei dubbi su come votare te li toglie. Basta fare il contrario di quel che dice lui. Le sue motivazioni per il sì, espresse su la Repubblica di ieri, sono in questo senso una perla da non perdersi.

Del resto, il curriculum del Ceccanti è una certezza. E non da oggi. Professore di Diritto Costituzionale, oltre che attuale parlamentare piddino, ha passato la sua vita a calpestare la Carta del 1948. Nei primi anni ’90, come promotore dei comitati per il maggioritario e per i sindaci-podestà, fu con Segni ed Occhetto uno degli affossatori del sistema proporzionale. Come consulente ed “esperto” (è da tempo che i “tecnici” imperversano!), ha preso parte attiva a vari tentativi di scardinamento dei principi costituzionali, tra i quali la commissione De Mita- Jotti del 1992-94 e quella degli “esperti per le riforme” voluta da Napolitano ed Enrico Letta nel 2013.

Cosa ci dice, uno con una storia così, del referendum costituzionale del prossimo 20 settembre? «Giusto ridurre i parlamentari, le Camere non hanno più l’esclusiva del potere normativo». Questo il titolo della sua intervista al giornalone amico.

Ma vediamo meglio la sua argomentazione:

«Il Parlamento nazionale non ha più l’esclusiva nella produzione di norme. In Italia le Regioni hanno potere legislativo e il nostro Paese, come altri, deve adeguarsi alla crescita del rilievo normativo dell’Unione europea».

Ottimo Ceccanti! Che certe confessioni dei nemici valgono assai più di mille argomenti contro i loro disegni!

Le confessioni del “costituzionalista” piddino sono due. In primo luogo, oggi il parlamento conta quel che conta perché espropriato dall’UE, dunque riduciamo pure il numero dei suoi componenti così quella strada diventerà sempre più irreversibile. In secondo luogo ci sono le Regioni, che gli euristi come lui, non ancora soddisfatti dello sfascio prodotto dalla (contro)riforma del Titolo V, sognano ancora più forti proprio per cancellare progressivamente lo Stato nazionale dentro la cornice sovranazionale dell’Europa dei banchieri. Bingo!

Non meno istruttivo un secondo passaggio della stessa intervista:

«Nel 2016, con l’allora governo di Matteo Renzi, ci eravamo battuti come Partito Democratico per un monocameralismo politico e penso che quella battaglia vada rilanciata. Ma quel referendum come è noto lo perdemmo e questo ha segnato l’inizio di un periodo di riforme spezzettate, come sostengono alcuni sostenitori della dottrina costituzionalista. Per quanto mi riguarda, una riforma più organica sarebbe da preferire. Ma ripeto, quel referendum del 2016 lo abbiamo perso e quindi più che di monocameralismo possiamo parlare ora di taglio dei parlamentari».

Dunque il Ceccanti vorrebbe non solo meno parlamentari, ma anche il monocameralismo, una bella legge ultra-maggioritaria ed una qualche forma di presidenzialismo. Ma intanto si accontenta di tagliare la rappresentanza con il voto del 20 settembre, poi da cosa nasce cosa…

Onestamente egli sottolinea la continuità con il referendum di Renzi – occasione nella quale fondò il Comitato Basta un Sìa sostegno del Bomba fiorentino – ma pure con la svolta antidemocratica degli anni ’90, ricordandoci che:

«Se vincesse il Sì, avremmo un numero di parlamentari uguale a quello che fu pensato dalla commissione De Mita-Jotti nei primi anni ’90, ben prima della crescita delle forze populiste».

Insomma, altro che grillismo! La rivendicazione del “costituzionalista” piddino è forte e chiara: l’obiettivo della riduzione del numero dei parlamentari, vista come tassello di una strategia ben più ampia, non nasce certo con i Cinque Stelle. Essa scaturisce invece dai pensatoi del blocco dominante, dai quali casomai i pentastellati l’hanno ripresa per i loro scopi presuntamente “anti-casta”.

Oggi, per un curioso scherzo della storia, questa bandiera anti-casta viene sottoposta al voto popolare proprio mentre coloro che tanto se ne fregiano sono ormai divenuti “casta”, o quantomeno (che è anche peggio), servi della casta effettiva. Quella vera, quella piddina, ben rappresentata dallo sfascia-costituzione professionale prof. Ceccanti Stefano. Che sentitamente ringraziamo per la sua confessione spontanea rilasciata a la Repubblica.

Una confessione che ci dice tre cose: vota no, vota no, vota no.

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