L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 22 agosto 2020

No gli Stati Uniti non è un paese normale, schizofrenico è dire poco

22 Agosto 2020
Strategie opposteLo scontro tra Europa e Stati Uniti sulle sanzioni all’Iran


A ottobre scade l’embargo sulla compravendita di armi imposto nel 2015 e Washington aveva chiesto al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite di rinnovare il provvedimento ma Francia, Germania e Regno Unito si sono astenute, temendo che Teheran possa arricchire l’uranio e a sviluppare la bomba atomica. «Hanno scelto di stare dalla parte degli ayatollah» ha detto il segretario di Stato Usa Mike Pompeo

Afp

«Francia, Germania e Regno Unito hanno scelto di stare dalla parte degli ayatollah». A pronunciare queste parole è stato il Segretario di stato americano Mike Pompeo durante la conferenza stampa tenutasi giovedì 20 agosto. 

Il portavoce della Casa Bianca ha espresso il disappunto di Washington nei confronti dei tre Paesi europei firmatari dell’Accordo sul nucleare iraniano (Jcpoa), la cui posizione diverge sempre più da quella dell’amministrazione Trump. Il presidente americano si è opposto fin dalla sua campagna elettorale all’accordo sul nucleare firmato dal suo predecessore, Barak Obama, e nel 2018 ha mantenuto fede alla promessa di stracciare il Jcpoa e imporre nuove sanzioni contro il Paese degli ayatollah. 

Trump però ha dovuto fare i conti non solo con l’opposizione di Cina e Russia, ma anche degli altri due membri permanenti del Consiglio di sicurezza dell’Onu (ossia Francia e Regno Unito) e della Germania, che hanno cercato di mediare tra le parti per mantenere in vita l’accordo. Lo scontro tra i firmatari del Jcpoa è rimasto piuttosto latente per molto tempo, ma nelle ultime settimane gli Stati Uniti sono tornati all’attacco. Pur consapevoli di essere in netta minoranza. 

Gli scontri sulle sanzioni
Ad acuire le divisioni tra i firmatari dall’accordo sono principalmente due dossier: l’embargo sulle armi e il ripristino delle sanzioni contro Teheran. Il primo in realtà è già un capitolo chiuso, mentre sul secondo lo scontro è appena iniziato. Ma andiamo con ordine. 

A ottobre scade l’embargo sulla compravendita di armi imposto nel 2015 e gli Stati Uniti avevano chiesto al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite di rinnovare il provvedimento andando incontro a una bruciante sconfitta. Solo la Repubblica dominicana ha votato a favore della proposta americana, mentre Francia, Germania, Regno Unito e altri otto Paesi hanno preferito astenersi. A votare contro sono stati invece Cina e Russia, come preannunciato dalle rispettive cancellerie. 

Pompeo ha prontamente accusato il Consiglio di Sicurezza di non essere riuscito «a compiere la sua missione fondamentale: mantenere la pace e la sicurezza internazionale», mentre la missione belga ha spiegato che per l’Ue la priorità è «contenere il programma nucleare dell’Iran» nel rispetto del Jcpoa, «il miglior strumento multilaterale per affrontare le nostre preoccupazioni comuni».

La sconfitta americana sull’embargo era data per scontata già prima del voto, ma non era l’unica carta che gli Usa erano pronti a giocarsi contro l’Iran. Pochi giorni dopo, il segretario di Stato si è recato alle Nazioni Unite per presentare una richiesta di reintroduzione delle sanzioni sulla base della Risoluzione 2231. La norma prevede che gli Stati firmatari del Jcpoa possano usare un meccanismo chiamato snapback per ripristinare i provvedimenti esistenti fino al 2015 conto Teheran in caso di violazione dell’accordo. 

Adesso la palla è passata agli altri membri permanenti del Consiglio di Sicurezza, che hanno 30 giorni di tempo per far passare una risoluzione che eviti il ripristino delle sanzioni. Gli Usa, come prevedibile, sono pronti a porre il proprio veto, ma la loro opposizione non basta per fermare la risoluzione. 

Ue vs Usa
Il dossier iraniano è diventato teatro di scontro tra l’intransigenza degli Stati Uniti e una politica più conciliante dei Paesi europei, costretti dalla postura americana a prendere una posizione più decisa in difesa di Teheran. 

A seguito dell’uscita di Washington dal Jcpoa, l’Ue aveva assicurato il suo impegno nel preservare l’accordo raggiunto con l’Iran, volto a limitare l’arricchimento dell’uranio e il suo uso in ambito esclusivamente civile. Bruxelles però ha mantenuto un atteggiamento poco assertivo, permettendo agli Usa di continuare a dettare legge sull’accordo e a limitarne l’implementazione. Negli ultimi giorni però l’Ue ha dovuto cambiare strategia: pur continuando a porsi come mediatrice tra le parti, ha messo in discussione il potere decisionale americano sul dossier iraniano.

Come affermato dall’Alto rappresentate per gli affari esteri, Josep Borrell, gli Usa non hanno più voce in capitolo sulla reimposizione delle sanzioni, avendo stracciato l’accordo, e pertanto non potrebbero nemmeno fare appello alla clausola dello snapback. Dello stesso parere sono anche il presidente iraniano Hassan Rouhani, maggiore sostenitore insieme al ministro degli Esteri Javad Zarif del Jcpoa, Cina e Russia.

Lo scontro sulle sanzioni in realtà era atteso da tempo e ci si chiedeva quale strategia avrebbero adottato proprio gli europei, continuamente divisi tra la necessità di mantenere vivo l’accordo e la volontà di non inimicarsi gli Stati Uniti. La richiesta di nuove sanzioni ha però costretto l’Ue a prendere posizione in favore dell’Iran, consapevole dei rischi che il definitivo tramonto dell’accordo comporterebbe. 

Il timore infatti è che il ripristino delle sanzioni porti Teheran a procedere all’arricchimento dell’uranio e a sviluppare le proprie capacità atomiche, mettendo ulteriormente a repentaglio il delicato equilibrio del Medio Oriente. L’Ue, inoltre, spera che le elezioni americane di novembre sanciscano la vittoria del democratico Joe Biden, che dovrebbe avere posizioni più concilianti sul dossier iraniano rispetto all’attuale presidente. 

Bruxelles sa bene che la reputazione europea in politica estera si gioca al tavolo del Jcpoa e che dalla sopravvivenza dell’accordo dipende anche il futuro dell’Iran: nel 2021 si tengono infatti le elezioni presidenziali e se l’Ue vuole scongiurare la vittoria dei conservatori – già in maggioranza nel Parlamento – deve dimostrare agli elettori iraniani che la via per uscire dall’isolamento è quella della diplomazia.

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