L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

domenica 23 agosto 2020

NO - Prima il vuoto pneumatico di Renzi oggi il falso ideologico del M5S tutti all'attacco della Costituzione che dovrebbe essere più asservita al Sistema massonico mafioso politico istituzionalizzato


20-21 SETTEMBRE: REFERENDUM COSTITUZIONALE


con due interventi di Franco Astengo si apre la discussione in “bottega”


LE RAGIONI DEL “NO”

di Franco Astengo (*)
E’ proprio il caso di cercare di approfondire i temi della profonda crisi del sistema politico italiano proprio nel momento in cui la banalita’ del quotidiano sembra dare ancora fiato al qualunquismo di ritorno. Il referendum rappresentera’ una prova ardua per la tenuta della democrazia italiana. Non possiamo limitarci a replicare alle labili argomentazioni dei sostenitori della riduzione del numero dei parlamentari.
Va colta l’occasione per una discussione nel merito della crisi della democrazia liberale e del sistema politico italiano.
La democrazia liberale appare messa in forte discussione prima di tutto dalla crescita, a livello internazionale, di situazioni nelle quali paiono prevalere sistemi assolutamente contrari ai suoi principi fondamentali.
Approfondiamo allora alcuni dei termini della questione partendo da un’analisi dello stato delle cose in atto nel sistema politico italiano.
Sono evidenti i punti di fallimento fatti registrare dall’intera classe politica negli ultimi trenta anni, dal momento cioe’ della liquefazione della “repubblica dei partiti” dovuta al combinato disposto fra trattato di Maastricht, Tangentopoli, caduta del muro di Berlino.
Proviamo a redigere un elenco sommario: sono falliti i tentativi d’imposizione del modello di “democrazia dissociativa” (bipolarismo se non bipartitismo, sistema elettorale maggioritario, partito personale), sta mostrando la corda il sistema dell’Unione Europea; si e’ rivelato assolutamente negativo il tentativo di risolvere attraverso il regionalismo il nodo della cessione di sovranita’ dello “Stato–Nazione”.
Proprio Il nodo dell’unita’ nazionale rimane del resto assai complesso nella fase di accelerazione del processo di cessione di sovranita’ da parte dello “Stato–Nazione”.
Nel corso del tempo in occasione della modifica del titolo V della Costituzione si e’ verificato un cedimento alle sirene della “devolution” (2001, quando si affermava che la Lega era una “costola della sinistra”) e adesso non si e’ ancora presa coscienza della mancata democratizzazione di una Unione Europea priva di Costituzione e di Parlamento legislativo e divisa sulla base di schemi di diversa appartenenza, un’evidente questione di rapporto nord–sud, addirittura con la presenza all’interno di regimi para-illiberali.
Attraverso la modifica del titolo V della Costituzione si sono evidenziati punti di estrema negativita’ sia dal punto di vista della promozione di una voracissima e del tutto impreparata classe politica e dell’estensione senza limiti del deficit pubblico.
In piu’, attraverso l’elezione diretta di Sindaci e Presidenti di Provincia e di Regione (legge 81/93 e legge costituzionale 1/2000) si e’ verificato il fenomeno di una esaltazione incongrua dal basso della personalizzazione della politica.
Una personalizzazione della politica mortificante il ruolo dei consessi elettivi periferici che hanno cosi’ perduto ruolo e qualita’ d’intervento, causando un pauroso abbassamento nell’insieme dei rapporti sociali delle istituzioni.
Per economia del discorso, in questa occasione, rimangono fuori dall’analisi i guasti gravissimi provocati dal sistema dei “media”, in particolare dal settore televisivo, utilizzato da tutte le leve del potere in forma del tutto strumentale.
Inoltre la diffusione di massa delle nuove tecnologie informatiche con l’avvento dei social network non e’ servita a produrre nuova pedagogia bensi’ ha contribuito soltanto a costruire un gigantesco veicolo di mistificazione del messaggio.
In questo caso la responsabilita’ diretta e’ di questa classe politica sorta proprio a seguito della dissoluzione del sistema dei partiti.
Sistema dei partiti del quale, al di fuori dell’evidenziarsi di contraddizioni “storiche”, deve essere rimarcato il possesso di due elementi fondativi trasversalmente espressi a suo tempo, nel periodo della ricostruzione del dopoguerra: quello della funzione pedagogica di massa e quello della capacita’ di selezione dei quadri.
L’attuale classe politica, in buona parte, ha cercato soltanto di coartare e mistificare la propria comunicazione come sta ben dimostrando la “fiera delle vanita’” messa in mostra dal presidente del consiglio nelle sue solitarie dirette Facebook nel corso delle quali si e’ evidenziato un vero e proprio “spreco” nell’utilizzo del termine “storico”.
Nell’espressione di cultura politica del paese sembrano inoltre venuti a mancare i termini concreti di un’analisi seria del sistema democratico. Diventa allora il caso di riprendere la riflessione sul complesso della qualita’ della nostra democrazia.
Proviamo cosi’ a ripassare alcuni passaggi principiando dall’analisi dei diversi tipi di democrazia, individuandone i due modelli principali:
1) modello maggioritario dissociativo (o modello Westminster): Il governo detiene una solida maggioranza; sistema bipartitico; governo centralizzato e unitario; costituzione flessibile; bicameralismo asimmetrico;
2) modello consensuale: governo di coalizione, equilibrio tra potere legislativo ed esecutivo, sistema multipartitico, assetto istituzionale decentrato, Costituzione scritta, bicameralismo simmetrico.
Ricordati questi punti, e’ il caso allora di analizzare nel dettaglio le caratteristiche necessarie al funzionamento di un sistema politico in generale e di quelle peculiari al sistema politico italiano.
Caratteristiche peculiari del sistema politico italiano confermatesi evidentemente irriducibili, anche verso un presunto itinerario di “occidentalizzazione” cosi’ come alcuni politologi lo avevano individuato negli anni ’90 (con relativa stagione referendaria) attraverso l’adozione della formula maggioritaria.
Adozione della formula maggioritaria (ci si assesto’ poi su di un “misto” al 75%) accompagnata dal calo della partecipazione elettorale, dovuto alla frantumazione del sistema dei partiti di massa ma considerato beneficamente fisiologico.
Il sistema alla fine si e’ trovato con una partecipazione ridotta anche nell’espressione di voto e con milioni e milioni di elettrici ed elettori privi di rappresentanza politica. Ed e’ questo della riduzione complessiva della partecipazione politica che, volenti o nolenti, deve essere considerato il vero punto di crisi sistemica. Una crisi sistematica affermatasi in una fase di vero e proprio “sfrangiamento sociale”.
Un punto di crisi sistemica in cui si sono aperti i varchi per quelle pericolose forme politiche qualunquistiche ben presenti e rappresentate che avevano al centro del loro progetto proprio quel tipo di riduzione della democrazia rappresentativa che sara’ sottoposto alla prova referendaria:
1) e’ mancata nel corso di questi anni un progetto di organizzazione e di rappresentanza delle contraddizioni sociali. L’idea di ridurre tutto al melting–pot tra un centrodestra e un centrosinistra omologati e privi di una identita’ che non fosse quella del partito personale (sulla base del quale “chiamare alle armi” il proprio elettorato ogni volta su elezioni intese come referendum riguardante una persona) e’ stato un fatto micidiale, che qualcuno vorrebbe addirittura riproporre all’insegna del disgraziato slogan “un minuto dopo la chiusura delle urne si sapra’ che governa”;
2) l’assenza di credibili soggetti di riferimento ha determinato una incapacita’ di realizzare livelli di governo, al centro come in periferia, formati attraverso un articolato sistema di alleanze politico–sociali. In periferia sono cosi’ sorte confuse aggregazioni all’insegna di un indistinto “civismo” fornendo cosi’ spazio all’avvento di soggetti espressione di un adattamento verso il basso del livello culturale e di preparazione specifica rispetto all’iniziativa politico–amministrativa;
3) al centro del sistema, inoltre, e’ mancata completamente la possibilita’ di scelta da parte delle elettrici e degli elettori. Le liste bloccate, sia pure piu’ volte stigmatizzate dalla Corte Costituzionale ma ostinatamente perseguite da soggetti politici ormai formati soltanto da “cordate” e “gigli magici”, hanno rappresentato il vero punto di saldatura su cui si e’ realizzato un vero e proprio “fallimento sistemico”.
Si e’ cosi’ creato un vuoto che potrebbe essere riempito attraverso la soddisfazione di pulsioni autoritarie sempre presenti nella cultura di un paese che ha storicamente trovato difficolta’ a ritrovare un proprio baricentro di riconoscibilita’.
Appare allora indispensabile riprendere il discorso sulla “democrazia consensuale” costruita in una forma centripeta sulla base di una chiara distinzione e confronto tra le forze politiche. Un recupero di identita’ da parte delle diverse forze appare come il fattore fondamentale utile per fronteggiare il quadro di difficolta’ fin qui sommariamente descritto. Non fu per caso come l’Assemblea Costituente avesse indicato la centralita’ dei consessi elettivi all’interno della complicata costruzione della democrazia in Italia.
La centralita’ dei consessi elettivi che, come nel caso dei due rami del Parlamento, deve significare ancora soprattutto centralita’ della loro capacita’ di incarnare la “significanza politica” (un tema del tutto dimenticato in funzione della decretazione e addirittura dei famigerati dpcm).
Sorge a questo punto il tema della formula elettorale. E’ evidente che l’unica via percorribile in materia di formula elettorale e’ quella proporzionale. Una formula elettorale proporzionale da intendersi come strumento d’appoggio per recuperare un grado sufficiente di credibilita’ e di visione consensuale in un sistema democratico fondato su di una seria articolazione delle soggettivita’ politiche.
Soggettivita’ politiche richiamate, come si diceva all’inizio, a rappresentare le contraddizioni sociali e non le ambizioni particolari di singoli o di gruppi di cordate formatesi attraverso il localismo e il familismo.
Le attuali forze politiche agiscono, infatti, in prevalenza in una pericolosa commistione di ambizioni personali, tentazioni plebiscitarie, imposizioni verticistiche destinate inevitabilmente a cozzare contro una societa’ ormai organizzata orizzontalmente.
L’organizzazione sociale ormai si realizza attraverso, da una parte l’espressione di lobbies e neo–corporazioni, e dall’altra da ampie frange indistinte sul piano della coscienza politica e sociale eternamente in attesa di accedere a uno “scambio politico” di tipo assistenzialista.
Per stare dentro a questo tipo di scontro che ha ormai assunto aspetti quasi completamente “impolitici” la sola prospettiva adatta per gli imprenditori del consenso sembra essere diventata quella della teatralita’ della scena. Si e’ valorizzato l’agire dell’immediatezza comunicativa in luogo della determinazione strategica.
L’esprimersi effimero di una comunicazione esclusivamente propagandistica rappresenta cosi’ il solo vero, possibile, punto di contatto con la dimensione “orizzontale” della societa’, nell’omissione totale di un rapporto tra cultura e informazione.
Anche la piu’ stridente contraddizione sociale viene demandata alla “sovrastruttura” e il pubblico considerato oggetto soltanto di un processo di una gigantesca “rivoluzione passiva”. Una “rivoluzione passiva” che avanza nel quadro dell’esercizio di una presunta “democrazia del pubblico”.
Una “democrazia del pubblico” (da qualcuno mistificata come democrazia diretta) che viene esercitata in gran parte in agora’ virtuali nelle quali si sta proprio imponendo una “egemonia della sovrastruttura” definendo di conseguenza il prevalere dell’estetica e l’estinzione della legge morale.
E’ stato anche detto: un’estetica utilizzata da una politica il cui obiettivo e’ soltanto quello dell’anestetizzazione del “dolore sociale” (vedi reddito di cittadinanza, bonus, incentivi).
Lenire e sopire il “dolore sociale” e’ cosi’ diventato l’imperativo categorico dell’agire politico cosi’ da rendere le masse docili e lontane. Il dolore sociale avrebbe invece necessita’ di essere rielaborato partendo da quella che storicamente abbiamo definito come “contraddizione principale”.
La “contraddizione principale” va di nuovo individuata e portata alla ribalta del conflitto intrecciandola con altri due elementi: quello del limite che incontra il dominio umano sulla natura e quello del nuovo tipo di esercizio dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo, comprensivo anche dell’ulteriore livello dello sfruttamento di genere.
In questa fase lo sfruttamento e’ comunque esercitato socialmente in una dimensione ben piu’ vasta di quello agita a suo tempo poggiando sul “lavoro vivo”.
La domanda finale e’ questa: quello dell’egemonia della sovrastruttura appare ormai il solo orizzonte possibile? Quindi siamo alla fine della capacita’ di disporre di una “legge morale” che ci consente di distinguere i diversi piani dello sfruttamento in modo da poter proporre la riunificazione di una proposta di alternativa?
Ormai la forma esclusiva dell’azione politica si colloca all’interno di una logica dominata dalla ricerca di un definitivo ““potere sull’estetica”? Sarebbe necessario essere capaci di esprimere con semplicita’ un secco “NO” ma la replica appare invece quanto mai difficile e complicata.
Per esempio: sembra incontrovertibile il dominio della “tecnica della casualita’” intesa come esclusivo strumento di accesso al nodo vitale dell’informazione. Invece, avremmo bisogno di recuperare antiche categorie e inventarne di nuove.
Nel frattempo risulterebbe fortemente negativo abdicare da una difesa di ruolo delle istituzioni rappresentative a partire dalla loro capacita’ di espressione politica e territoriale. Il prossimo 20 settembre non sara’ sufficiente l’espressione di un “NO” nel referendum.
Bisognera’ accompagnare la proposta del “NO” con quella di una riaggregazione politica capace di porre un’alternativa sul piano costituzionale recuperando insieme l’idea di una espressione di legge morale attraverso i cui canoni tornare a essere capaci di distinguere.
Vale la pena in conclusione di ricordare Gramsci e lo “spirito di scissione”: “Cosa si puo’ contrapporre, da parte di una classe innovatrice al complesso formidabile di trincee e fortificazioni della classe dominante? Lo spirito di scissione, cioe’ il progressivo acquisto della coscienza della propria personalita’ storica”.

(*) dal sito www.lasinistraquotidiana.it: intervento del 14 agosto con il titolo “Il NO al referendum: un ricostituente democratico e sociale”


REFERENDUM DEMOCRAZIA

di Franco Astengo

«Il Parlamento non ha più l’esclusività del potere normativo. Con la riduzione di deputati e senatori ci saranno solo vantaggi, una maggiore razionalizzazione e un sistema più funzionale». Stefano Ceccanti, deputato del Partito democratico, è tra i sostenitori del Sì al referendum costituzionale sul taglio dei parlamentari fortemente voluto dai 5 Stelle, che si terrà il prossimo 20-21 settembre. Se vincessero i Sì, i deputati passerebbero da 630 a 400 e i senatori da 315 a 200.

Questa dichiarazione di Ceccanti, noto sostenitore del maggioritario e della “democrazia governante” coglie in pieno un punto fondamentale e può essere giudicata molto pericolosa per la struttura democratica del Paese, ancora fondata piaccia o no sull’impianto della Costituzione del ‘48.

Deve essere chiaro che il nostro livello di replica ad affermazioni di questo genere deve essere quello del richiamo costituzionale nel suo complesso.

E’ necessario imporre al giudizio dell’elettorato un quadro di vera e propria ispirazione ai princìpi non negoziabili che storicamente si sono espressi nella nostra (pur martoriata) democrazia repubblicana.

L’esclusività o la pluralità di sedi di esercizio del potere normativo non è, come fraintende volutamente Ceccanti, la questione che è in gioco rispetto al referendum ex-articolo 138 che – abbinato alle elezioni regionali e amministrative – si dovrebbe tenere il prossimo 20 settembre.

Il confronto politico che dovrà svolgersi nel corso della campagna elettorale invece riguarda prioritariamente i temi della rappresentanza politica.

Un confronto che dovrà essere portato avanti aprendo anche una riflessione più ampia su altre questioni:

a) E’ emersa, in questi mesi, la tentazione di rendere accettabile il disarmo della pluralità delle presenze politiche con il relativo affidamento di poteri border line rispetto alla Costituzione ad una élite ristretta, bypassando il Parlamento attraverso l’utilizzo dei dpcm, della comunicazione svolta “in solitaire”, della formazione di task force;

b) appare evidente l’intento di puntare su di una subalternità della politica verso un ruolo della “tecnica” libera di agire in nome di un non meglio identificato “bene superiore”. Ceccanti quando parla di superamento nella «esclusività del potere normativo» evoca, inconsapevolmente, questo rischio molto grave per la democrazia. E’ lo stesso quadro di riferimento usato dal presidente del Consiglio Conte nel corso dell’emergenza sanitaria. Una involuzione tecnocratica che deve essere sconfitta;

c) A proposito di sedi diverse di espressione del «potere normativo» va considerata, infine, la grande difficoltà emersa nel rapporto tra potere centrale e potere locale. Vengono a galla tutte le storture derivanti dagli errori commessi nelle modifiche costituzionali a suo tempo attuate come modificazione soprattutto nel ruolo delle Regioni al riguardo di delicatissime materie prima fra le quali la sanità.

In questo quadro il “NO” alla riduzione del numero dei parlamentari assume così un significato ben preciso di contrasto a un tentativo di stravolgimento dei princìpi fondamentali della democrazia repubblicana e di relativo salto nel buio verso una deriva di tipo presidenzialistico-tecnocratico.

NOTA DELLA “BOTTEGA”

Con questo intervento di Franco Astengo la “bottega” apre la discussione sul referendum costituzionale; sinora ne abbiamo scritto solo una volta: Silenzio sul referendum “confermativo”

Vale segnalare che ieri (20 agosto) il quotidiano «il manifesto» ha pubblicato due pagine, a cura di Andrea Fabozzi, che riassumono bene – in 10 punti – le ragioni del NO: si possono recuperare digitando Referendum costituzionale sul taglio del parlamento: perché No | il …

Da qualche giorno l’attivissimo “Centro di ricerca per la pace” (di Viterbo) pubblica una newsletter quotidiana intitolata «NO ALL’ANTIPARLAMENTARISMO, NO AL FASCISMO, NO ALLA BARBARIE» con questo sottotitolo: «No alla riforma costituzionale che mutila la democrazia rappresentativa e mira ad imporre un regime totalitario nel nostro Paese. Al referendum del 20-21 settembre votiamo no all’antiparlamentarismo, no al fascismo, no alla barbarie». Chi volesse riceverla può scrivere a centropacevt@gmail.com

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