L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

lunedì 31 agosto 2020

Stati Uniti - fanno disfano sono in piena confusione mentale. Iran 12 miliardi anno per gli armamenti, Arabia Saudita 60 miliardi, ebrei sionisti 20 miliardi

Embargo all’Iran, e se si fermasse anche la vendita di armi agli alleati Usa?

Luciana Borsatti Giornalista e scrittrice
28 agosto 2020

JIM WATSON VIA GETTY IMAGES

Una legnata a Donald Trump. In piena convention repubblicana che si prende tutti i titoli sui giornali. E dunque la oscura. A dargliela è stato il presidente di turno del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, l’ambasciatore indonesiano Dian Triansyah Djani, che ha respinto – per mancanza di consenso interno - la richiesta dell’amministrazione Usa di ripristinare le sanzioni delle Nazioni Unite contro l’Iran.

Quelle relative al suo programma nucleare, per intenderci, sospese dopo l’accordo multilaterale del 2015 e da cui gli Usa sono usciti nel maggio 2018. E che potrebbero essere reintrodotte, in caso di inadempienza iraniana, attraverso il Dispute Resolution Mechanism, meglio noto come sanction snapback. Insieme, conseguentemente, al rinnovo dell’embargo sulle armi convenzionali all’Iran, in scadenza il 18 ottobre.

Ma il fatto che l’accordo a sei (Cina, Russia, Usa, Gran Bretagna, Francia e Germania) con Teheran, il Jcpoa, abbia perduto uno dei suo firmatari non implica una caduta di quel patto sul piano della legalità internazionale - anche se l’amministrazione Trump ha fatto di tutto, e con successo, per vanificarlo sul piano sostanziale. Il Jcpoa infatti resta in piedi per volontà degli altri firmatari (con gli europei difficoltà di fronte alle pressioni di Washington), ma anche perché inglobato in una Risoluzione del Consiglio di sicurezza dell’Onu, la 2231, che nel contempo stabiliva che l’embargo sulle armi convenzionali all’Iran sarebbe scaduto il 18 ottobre 2020. Ossia, fra meno da due mesi.

È per questo che l’amministrazione Trump è in fibrillazione, dopo essersi messa da sola in una posizione critica: è uscita unilateralmente dall’accordo sul nucleare, inducendo l’Iran a reagire (ma solo un anno dopo) non rispettandone più i limiti sull’arricchimento dell’uranio. Con il risultato che i suoi ingegneri nucleari potrebbero ora essere più vicini alla capacità di produrre un ordigno atomico – sempre che l’Iran ne abbia la volontà politica e le risorse, vista l’emergenza economica e sanitaria da Covid-19 in atto.

Ed è proprio per questo parziale disimpegno di Teheran che Washington ha invocato il meccanismo dello snapback delle sanzioni. E con esso anche il prolungamento dell’embargo sulle armi. Ma gli Usa, è il parere del Consiglio di Sicurezza Onu, non hanno più titolo per applicare quel meccanismo proprio in quanto se ne sono tirati fuori nel maggio 2018. Parere che coincide con quello dell’Iran, precisato in una dettagliata lettera del ministro degli Esteri Javad Zarif: semmai è stato proprio l’Iran, ha detto il ministro, ad aver attivato il Dispute Resolution Mechanism già due giorni dopo l’uscita Usa, pur congelandolo in segno di “buona fede” verso gli altri partner.

Il fatto è che “l’amministrazione Trump – scrive ancora Zarif - stava chiaramente sperando che l’illegale ritiro dal Jcpoa, unito alla sua politica di massima pressione, avrebbe causato o il collasso del governo iraniano, la messa in ginocchio della nazione o un reciproco ritiro iraniano dal Jcpoa. Poiché questi assunti si sono rilevati erronei, sta ora vergognosamente tentando di cambiare strada – in un esempio estremo di cattiva fede – convenientemente facendo ricorso alla procedura che inizialmente – e permanentemente – si erano preclusi”.

Il caso dell’embargo è tuttavia tutt’altro che chiuso. Lo dimostrano le parole del ministro degli Esteri tedesco Heiko Maas a Berlino, dopo un incontro con i colleghi europei e l’omologo israeliano Gabi Ashkenazi. Quest’ultimo non ha mancato di rilanciare il consueto allarme sul rischio che l’Iran raggiunga la capacità di produrre un’arma atomica: “Siamo preoccupati che si possa arrivare a una gara sul nucleare”, ha detto. Quasi che Israele non abbia ordigni atomici (benché mai ufficialmente dichiarati) e l’Arabia Saudita, principale alleato Usa tra i Paesi arabi del Golfo Persico, non stia rafforzando il proprio programma nucleare con l’aiuto della Cina, tanto da creare inquietudine tra gli 007 americani.

E quasi che non sia stata proprio l’uscita Usa del Jcpoa a mettere a rischio un accordo internazionale che, ha ricordato Maas, era “il migliore per prevenire che il paese sviluppasse un’arma atomica”. E quasi che, infine, una corsa agli armamenti in funzione anti-iraniana non sia fra le implicazioni del recente accordo di pace proprio tra Israele e gli Emirati Arabi Uniti, come ha dimostrato l’allarme israeliano sulla possibile vendita di F-35 statunitensi anche al suo nuovo alleato.

Tuttavia anche Maas – il cui governo ha la presidenza di turno della Ue – ritiene che l’embargo sulle armi convenzionali all’Iran vada prolungato, pur tenendo in piedi il Jcpoa. La Germania sta infatti cercando con altri Paesi un terreno intermedio che incontri l’approvazione di Mosca e Pechino – principali candidati alla fornitura di armi convenzionali a Teheran – ma che non incorra nel veto Usa, spiega l’Associated Press.

“Stiamo cercando di raggiungere una soluzione diplomatica in modo che ci sia un embargo di armi contro l’Iran in futuro”, ha detto il ministro tedesco, affrontando così il nodo dei missili balistici iraniani e l’influenza di Teheran in Siria, Libano e Iraq. Ma anche a questo proposito sarebbe utile ricordare che in base ai dati dello Stockholm International Peace Research Institute (Sipri), relativi al 2019, è l’Arabia Saudita e non l’Iran a figurare tra i dieci Paesi che più spendono in armamenti, con oltre 60 miliardi di dollari. E che le spese di Israele, per circa 20 miliardi, superano di gran lunga quelle dell’Iran, ferme ai 12 miliardi.

Inoltre le vendite di armi negli anni 2015-2019 sono aumentate del 5,5% rispetto al quinquennio precedente, e i maggiori esportatori sono Usa, Russia, Francia, Germania e Cina. Con un aumento dei flussi verso il Medio Oriente, dove ancora Riad è il più grande importatore mondiale. Con meno parole e qualche dato in più in mano, sarebbe dunque interessante se l’Europa, invece di cercare vie diplomatiche per risolvere l’empasse con gli Stati Uniti sull’embargo delle armi a Teheran (definito da Zarif un ostacolo alla “legittima normalizzazione della cooperazione dell’Iran con il mondo in campo militare”), si adoperasse invece per rallentare la corsa agli armamenti nella regione, corsa la cui dichiarata funzione è proprio quella di arginare il “maligno” – termine preferito dei falchi Usa, amanti di un linguaggio morale al bisogno - Iran.

Accordo fatto invece tra l’Iran e l’Aiea: al termine della visita del suo nuovo direttore generale Raphael Grossi, le due parti hanno concordato sulla “imparzialità” e “indipendenza” dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica, e sulla “volontarietà” con cui Teheran fornisce ai suoi ispettori l’accesso a due siti “sospettati” dall’intelligence israeliana di aver ospitato attività nucleari non dichiarate. Ma risalenti – dettaglio non irrilevante - ai primi anni del Duemila. E cioè una dozzina di anni prima del Jcpoa.

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