L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

martedì 4 agosto 2020

Una cultura millenaria non si perde in parole ma agisce fattivamente

La lucidità dell’Iran e altre notizie interessanti

Carta di Laura Canali.

3/08/2020
La rassegna geopolitica del 3 agosto.
a cura di Daniele Santoro

L’IRAN AL CENTRO [di Daniele Santoro]

Il ministro degli Esteri degli Emirati Arabi Uniti Sheikh Abdullah bin Zayed al-Nahyan ha incontrato in videoconferenza il suo omologo iraniano Javad Zarif. La conversazione ha avuto a oggetto l’emergenza coronavirus e le principali crisi regionali.

Perché conta: È un esempio della lucidità con la quale l’Iran legge le dinamiche regionali, capacità che permette ai persiani di restare al centro delle partite mediorientali anche in un momento di estrema difficoltà come quello attuale. Il (raro) incontro virtuale tra i ministri iraniano ed emiratino segue di pochi giorni l’annuncio della formazione di un nuovo governo nazionale yemenita guidato dagli agenti di prossimità di Abu Dhabi. Circostanza che delega di fatto a quest’ultima la difesa del confine meridionale dell’Arabia Saudita (minacciato dagli huthi filoiraniani), rende la Repubblica Islamica e gli Emirati i protagonisti assoluti del conflitto e permette dunque a Teheran di fare leva sulle ambizioni del principe ereditario emiratino Mohammed bin Zayed (MbZ) per mettere ulteriormente all’angolo Riyad. Con un occhio al ruolo che gli ex Stati della tregua – meno ostili dei sauditi, di fatto neutrali – potrebbero rivestire negli eventuali negoziati sulla normalizzazione delle relazioni con l’arcinemico.

Riservandosi di giocare contro MbZ la carta qatarina qualora dovesse superare i limiti. Doha finanzianeppure troppo sottobanco le campagne militari degli huthi. Circostanza che dimostra come la Turchia non sia l’unico paese a possedere la combinazione della cassaforte dell’emiro al-Thani e soprattutto la capacità dell’Iran di avvalersi in modo strumentale dell’asse forgiato da Ankara con Doha. La connessione strutturale tra le penisole anatolica e qatarina è uno degli obiettivi fondamentali della geopolitica turca. Il contenimento della Turchia all’altezza di Idlib (Hezbollah) e Mosul (milizie irachene) da parte dei persiani rende l’altopiano iranico uno snodo logistico inaggirabile tra Anatolia e Penisola Arabica. Come dimostrano i numerosi progetti infrastrutturali pianificati o in corso di realizzazione per connettere la ferrovia Baku-Tblisi-Kars alle sezioni turca, azera e iraniana del Caucaso e queste ultime tra loro. Particolarmente strategica è la realizzazione della connessione ferroviaria tra Iran e Azerbaigian, di cui i persiani rilanciano il completamento proprio mentre Ankara invia soldati e carrarmati nel Nahçıvan. Per prepararsi a combattere gli armeni, ma soprattutto per sigillare Baku nella propria sfera d’influenza.

L’asse turco-qatarino ha dunque una fondamentale dimensione iraniana. Nel medio periodo la Turchia non può connettersi al Qatar, dunque al Golfo, senza passare per l’altopiano iranico. Soprattutto, manipolando Doha l’Iran può costringere Ankara a estendere eccessivamente il fronte per impedire che – come in Yemen – i qatarini valutino altre opzioni, creando pericolosi precedenti. Dunque, a sovraesporsi.

Teheran replica queste acrobazie anche tra Mesopotamia e Mediterraneo. Qui asseconda attivamente il desiderio della Turchia di aprire un fronte nell’alto Iraq, legittima la campagna turca in Libia, festeggia la riconversione di Ayasofya in Moschea. Compiace il nemico con l’intenzione punirlo dove se lo aspetta, a Idlib, ma non come se lo aspetta(va). L’arrivo di 150 soldati egiziani a Saraqib, punto più sensibile del conflitto tra Turchia e Russia-Iran in Siria, alla vigilia della ripresa delle operazioni militari nella provincia da parte di Mosca e Teheran è stata una doccia gelata per Ankara. Teheran ha intuito il desiderio degli egiziani di mettere le mani addosso ai turchi e l’incapacità di saperlo fare dove sarebbe più naturale, a Sirte. Ha dunque offerto loro la possibilità di vendicarsi a Idlib, inquadrandoli nei propri ranghi. Circostanza che mette a rischio il piano di Erdoğan di costringere l’Egitto a capitolare senza doverlo combattere.

Il pericolo che la prossima battaglia di Idlib si concluda con un incidente turco-egiziano è reale. Eventualità che nella migliore delle ipotesi impedirebbe alla Turchia di stabilizzare il fronte libico e di raggiungere un’intesa con Il Cairo. Dunque, farebbe impantanare i turchi in Nordafrica. Costringendo specularmente gli egiziani – assediati a Sirte e minacciati di essere privati del loro bene più prezioso, le acque del Nilo, dagli etiopi – a spendersi in un conflitto totalmente secondario come quello di Idlib. A ulteriore dimostrazione della capacità dei persiani di manipolare tatticamente le ambizioni e le rivalità regionali e di metterle al servizio della propria grande strategia.

Per approfondire: Turchia-Iran, nemici utili

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