L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

lunedì 14 settembre 2020

Capire costa fatica, bisogna avere costanza e fuoco interiore che divora per trovarsi sulla strada della conoscenza, non è per tutti ma solo per i pochi maledetti, fortunati e sfortunati che probabilmente per caso si trovano a percorrere questo sentiero impervio. La moltitudine è presa nelle piccole/grandi vicende umane e viene trasportata dalle correnti di chi solo per proprio interesse strategico riesce a dirigerle. Panem et circenses

IL PENSIERO ALICE

Maurizio Blondet 13 Settembre 2020 
di Roberto PECCHIOLI

Il pensiero corrente dell’Europa e dell’Occidente terminale può essere definito in vari modi. A noi piace un’espressione coniata nel 2006 da Gustavo Bueno, filosofo spagnolo: pensiero Alice. Quasi tutti ricordano il libro per l’infanzia Alice nel paese nelle meraviglie, dell’inglese Lewis Carroll. Narra le vicende di una ragazzina, Alice, che cade in una tana di coniglio – il Bianconiglio – ed entra in un mondo fantastico popolato da strane creature antropomorfe. Carroll gioca con la logica e penetra nel territorio del nonsenso, in un racconto che sa affascinare anche gli adulti. Alice nel paese delle meraviglie (Wonderland) non trasfigura la realtà, la sostituisce con immagini apparentemente infantili, talvolta oniriche, e costruisce un universo parallelo la cui caratteristica principale è la leggerezza. Non ha ambizioni filosofiche o pruderie sociologiche: è un racconto per fanciulli in cui l’insostenibile leggerezza dell’essere è nascosta dalla scoperta infantile, dallo stupore di Alice.

E’ celebre un dialogo, quello tra la protagonista e Humpty Dumpty, un personaggio a forma di uovo dal sorprendente linguaggio. Humpty Dumpty rivela ad Alice il suo approccio all’uso delle parole, che precorre il bis pensiero e la neo lingua di Orwell e, per molti aspetti, la rivoluzione semantica del politicamente corretto. Quando io uso una parola, spiega Humpty Dumpty- metafora del potere di ogni tempo- essa significa esattamente ciò che io voglio che significhi. All’osservazione di Alice che le parole possono avere tanti significati, l’ometto a forma di uovo replica: “quando faccio fare a una parola un simile lavoro, la pago sempre di più”. Modernissimo, anzi contemporaneo.

Gustavo Bueno pubblicò un libro- apparentemente di semplice polemica politica- dal titolo Zapatero e il pensiero Alice. Il tema era lo sconcerto dinanzi a un dirigente politico, José Luìs Rodrìguez Zapatero, del tutto privo di idee proprie, relativista all’eccesso, un capo di governo che affermava tranquillamente la propria indifferenza nei confronti della nazione spagnola che era chiamato a dirigere, che faceva propri – trasformandoli in leggi- tutti i luoghi comuni della sottocultura progressista di ascendenza americana: socialista di nome, radicale di fatto. Pensiero Alice, nel vasto mondo ispanofono, è presto divenuto sinonimo di un modello, di una filosofia politica che è – ahimè- imperante in Occidente. E’ un pensiero che descrive enormi obiettivi senza spiegare come conseguirli; parla, enuncia proposizioni, sempre apodittiche, universali, indiscutibili per la loro ovvietà, e ne fa altrettanti punti di un’agenda di ingegneria sociale. No alla guerra, “mai più”, riferito a tragedie o errori del passato, alleanza delle civiltà, sono espressioni tipiche di un pensiero zoppo che enuncia senza spiegare, le cui soluzioni sono contenute in slogan a effetto.

Nulla a che fare con il “pensiero debole” di un Gianni Vattimo, il cui principio è l’inesistenza della verità. Il pensiero Alice ha verità multiple, una o più per ogni stagione, valori cangianti, liquidi. E’ fragile, non debole, leggero perché privo di peso e spessore. Per questo funziona, nella terra e al tempo del tramonto. I suoi esponenti non formulano pensieri, lanciano invocazioni. Le loro asserzioni implicano che loro soltanto promuovono fini nobili, a differenza di chi non è d’accordo con l’asserita bontà “emotiva”, leggera come una piuma, ma implacabile verso i dissidenti malvagi. Le loro proposizioni a cavallo tra utopia e sogno visionario trasportano, come Alice dopo la caduta nella tana del Bianconiglio, in un mondo virtuale, modellato da un volontarismo superficiale e parolaio, eccitato, che trasuda melassa dolciastra, diabetica. Un paese delle (sedicenti) meraviglie dove tutte le fantasie sono possibili se davvero lo vogliamo. Viene in mente lo slogan privo di contenuto, ma di ardente successo, di Barack Obama. Yes, we can, sì, possiamo.

In questa forma generica, indistinta, infantilizzata, tanto gradita all’europeo liquido del XXI secolo, si può realizzare la pace perpetua o approvare leggi che stabiliscano l’uguaglianza e l’equivalenza, che attribuiscono diritti “umani” ai primati superiori (la Spagna di Zapatero, primo “pianeta delle scimmie “!), promulgare norme per le quali è evidente l’insussistenza o l’insufficienza di risorse economiche.

Eppure, la critica volta a smascherare l’irrealismo del pensiero Alice brilla per la sua inesistenza. Zapatero affermò che “tutto ciò che non è iscritto a bilancio non esiste “. Humpty Dumpty al potere, il Cappellaio Matto e lo Stregatto ministri di Stato. Il successo è stato strepitoso: il pensiero Alice è al potere e l’allucinazione, il trip psichedelico divenuto programma hanno sostituito la realtà. Non sarebbe accaduto senza l’adesione acritica dei mezzi di comunicazione, ovvero senza il placet di chi detiene le chiavi del potere. Ben piantata nella realtà materiale che domina e possiede, l’oligarchia promuove, prescrive dosi sempre più massicce di pensiero Alice. La critica non gode di buona stampa: non bisogna disturbare il manovratore, che ha costruito per noi un paese dei balocchi, una Wonderland planetaria, superando Peter Pan e l’Isola che non c’è. Il paese delle meraviglie esiste perché ne sussiste l’idea, perché noi abbiamo deciso così. La correttezza politica, architrave del pensiero Alice, sparge empatia e bontà a buon mercato, e nulla importa che sia semplicista ed irreale. Le anime belle autoproclamate sono altrettante Alici che pendono dalle parole di Humpty Dumpty, applaudite freneticamente senza sospettare l’imbroglio. Esistono tanti paesi delle meraviglie quante sono le gracili, esangui Alici contemporanee.

La realtà, presto o tardi, rompe lo specchio e fa sentire la sua voce. Il problema è la leggerezza delle generazioni “fiocchi di neve”. Milioni di Alici d’Occidente non reggeranno il colpo, non sopravvivranno alla caduta delle illusioni dell’ annus horribilis 2020, con il virus e la restrizione improvvisa delle libertà, il distanziamento sociale, la paura sparsa a piene mani, l’egoismo che ne è frutto. A differenza del paese delle meraviglie, la salvezza, la stessa vita sono soggettive, riguardano “me” e “tu” sei un mio nemico, un potenziale untore.

L’ assurdo e il ridicolo prevalgono e ricevono la sbavante approvazione di una generazione che non capisce in quanto non ragiona e non vede oltre il naso. Nel pensiero Alice non valgono gli argomenti: yes, we can, sì possiamo: così è deciso e qualunque ostacolo si frapponga è un segno di empietà. Quanto piace questo decisionismo totalitario alle greggi umane al pascolo, desiderose di un pifferaio come ad Hamelin, anche se il flauto magico conduce nell’abisso. Serve il genio creativo di un García Márquez – che immaginò il suo pazzo Macondo, così reale sotto molti aspetti – la perspicace intelligenza di un Gustavo Bueno per sbrogliare l’intricata matassa di sciocchezze, i fili ingannevoli di cui è intessuto il pensiero Alice.

E’ una farsa che dispiega il suo trompe l’oeil davanti ai nostri occhi, per truffare una volta di più il sedicente popolo sovrano. Poiché tutto è stato fatto male, finora, vogliono ripartire da zero, abolendo il passato, novelli Adami o buoni selvaggi alla Rousseau, infantili e stupidi. Si può applicare ai seguaci del pensiero Alice ciò che García Márquez scrive nelle prime righe di Cent’anni di solitudine. “Il mondo era così recente che molte cose non avevano un nome e, per dirle, dovevi segnarle a dito” La sinistra – la Sinistra “divina “(Alain Finkielkraut) con la maiuscola – reinventa tutto, anche il vocabolario, o meglio “de-inventa”, decostruisce, come voleva Derrida, uno dei suoi sacerdoti – tutto ciò che la incomoda. Hanno posto l’idea di Stato, nazione, di Italia, nel loro particolare indice delle parole proibite. L’ Italia non esiste, e, se è esistita, va annientata. E’ solo “questo paese”.

Il pensiero Alice muove dalla rappresentazione di un mondo diverso dal mondo reale, l’opposto del nostro, perché lo immagina riflesso oltre lo specchio. Alice detesta essere consapevole delle difficoltà da superare per raggiungere il mondo immaginario e impossibile. “Tutto è molto più semplice, se hai la volontà di entrare nel mondo a rovescio.”

Il pensiero Alice perde tutto il mordente critico e funziona come una fantasticheria semplicistica, tipica dell’adolescente che vede le cose dall’esterno, senza penetrare nella loro realtà e circostanza. Ciò non esclude che possa essere “molto efficace e trionfante per la folla frumentaria” (G. Bueno).

Il Pensiero Alice procede disegnando un mondo diverso dal mondo reale e, cosa bizzarra, capovolto come negli specchi. Rovescia la dura realtà, non vuole essere consapevole delle difficoltà, dei metodi e dei percorsi. In questo differisce dal modo di pensare utopico, che per quanto tenda a prefigurare un mondo perfetto (“un altro mondo è possibile”), mantiene la coscienza delle difficoltà, che possono richiedere anche rivoluzioni sanguinose. Una consapevolezza che serve a misurare la distanza tra la realtà effettiva e quella ideale, a formulare obiettivi intermedi, misurare le speranze e la possibilità dei progetti di trasformazione, analizzare le possibilità di successo.

Nessuna di queste implicazioni tecniche o filosofiche sfiora il pensiero Alice, che funziona come una reverie semplicistica, una fantasticheria immatura, un sonno della ragione che finisce per coprire la realtà più che analizzarla, ragionando per linee rette, elementari, senza tener conto e addirittura senza riconoscere le infinite variabili. Dà vita a una razionalità astratta, cieca e rigida. Il pensiero Alice tira solo un capo della matassa senza voler sapere nulla degli altri fili in cui è impigliata. Procede affermando una somiglianza tra diverse realtà per estenderla all’intera gamma delle possibilità. Si comporta come un bambino assetato che beve il liquido alcolico trasparente in bottiglia, confidando nella somiglianza con l’acqua pura offerta dai genitori.

Si tratta di una falsa razionalità semplificatrice, la stessa dei discorsi da bar di chi risolve i problemi del mondo con apparente senso comune, senza conoscere i termini dei problemi. Idee di corto respiro, che si accontentano della superficie. Il pensiero Alice è una forma ingenua, ottimista ma molto pericolosa di fare politica consistente in formulare proposte “buoniste” la cui intenzione è di riuscire gradevoli all’orecchio dell’opinione pubblica meno provveduta, l’assoluta maggioranza. Da questo punto di vista, qualsiasi evento è accettabile fintanto che si adatta ideologicamente al vento favorevole della correttezza politica, il pozzo dei consensi di un idealismo da mercato rionale, convinto che a problemi complessi possano essere date soluzioni semplici.

Non è strano che il paradigma del pensiero Alice sia stato Zapatero, detto Bambi, il cui utopismo morbido lo portò a circondarsi di un gineceo di collaboratrici incapaci – interessava che fossero donne, non che sapessero affrontare i problemi- promuovere un’equivoca e mai spiegata “alleanza delle civiltà”, ad aderire al progetto ultra animalista “grande scimmia”. L’esito fu il vuoto politico mascherato da buone intenzioni, la retorica progressista con la mano sul cuore e l’incapacità di affrontare i veri temi dell’agenda politica, sociale civile. E’ come lasciare il comando della nave nel mare in tempesta – l’analogia con il folgorante successo del Movimento 5 Stelle inquieta – a uno scolaretto sorridente e ottimista, ma ignaro, sciocco e incapace, che attrae i passeggeri incapaci di vedere gli scogli e le onde.

Nel mondo di Alice che ha attraversato lo specchio c’è la magia del fuoco che non brucia e delle cose che galleggiano nell’aria. Un pensiero suggestivo, ma irreale, chiuso nell’ingenuità adolescenziale che vuol farsi regola, nonostante nella vita tutto costi fatica, il tributo obbligato per vivere nel mondo. E’ la proposta /imposizione di un senso della vita che ruota attorno ai ridicoli tic e tabù del politicamente corretto, in cui avanza la frustrazione di scontrarsi con una realtà in cui gli specchi, come i corpi, sono impenetrabili. Il pensiero Alice rappresenta una minaccia dalle conseguenze incalcolabili Se la gente accetta la sua lettura fuorviante, si diffonde la confusione. Buonismo, indifferenza per la verità, equivalenza ossessiva di tutto e tutti, identitarismo rancoroso di infiniti gruppetti rivendicativi e capricciosi, anti umanesimo, emotività puberale, entusiasmo per ogni idea nuova, per quanto assurda. Un’era dell’acquario delirante e incoerente ad uso di menti illuse e ristrette.

Alice e le sue storie appartengono al genere letterario nonsense e, per estensione, al fantastico. Ecco perché il prestigio di cui gode questa tendenza in certi settori d’opinione è sorprendente e può essere compreso solo a partire da una diagnosi terribile ma veritiera: il mondo è uno sciame di mediocri. Questo pensiero acritico, che va ben oltre i limiti dell’utopia, può chiamare persone le scimmie; genitori A e B i membri di coppie omosessuali a cui è stato concesso un figlio in adozione; fascisti tutti coloro che dissentono dalla loro manichea visione del mondo; coprire i veri problemi della gente sotto una nebulosa astratta priva di contenuto , senza neppure definirli, dietro un ebete sorriso permanente, un’insopportabile attitudine angelica, un fiume di retorica tra pensieri falsi, ipocriti e in malafede.

È la fase terminale della degenerazione della sinistra progressista, liberata dal fardello dei poveri e degli operai Non è un pensiero utopico: il pensiero Alice incede descrivendo – e purtroppo realizzando – un mondo estraneo alla realtà, sottosopra, trasparente, liquido, visto e giudicato attraverso uno specchio spezzato. E’ una deformazione ideologica della coscienza di un tipo umano infantile, disinformato, sprovveduto, ma inflessibile nei suoi pseudo convincimenti. Volontarismo fatto di slogan contro realtà, relativismo contro rigore, ingenuità di fronte alla minaccia, sono alcune delle caratteristiche del pensiero Alice, fase terminale del progressismo, a sua volta patologia della sinistra orfana di principi. Perdute le bandiere del socialismo reale, l’irreale è arrivato a noi; una sorta di complesso di autocastrazione giunto a maturazione nel momento in cui l’Europa e l’Italia sono minacciate nella loro stessa esistenza, come accadde, con ben altri anticorpi reattivi, nell’alto medioevo e dopo la rotta di Costantinopoli.

Il pensiero Alice, fragile, etereo, senza radici, fluttuante in assenza di peso, per cui “tutti hanno un po’ ragione”, che ha un’idea “ma anche “- Veltroni insegna- il suo contrario, è il frutto tipico dei tempi di decadenza, in cui, infine, vince Humpty Dumpty, che paga le parole affinché assumano il significato che egli vuole.

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