L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

lunedì 28 settembre 2020

Decadentismo

Regressione universale

Amos Nattini, Lucifero tricipite nel Cocito

Roma, Unreal City, 27 settembre 2020

Ormai ci è talmente appiccicata addosso questa ideuzza criminale da non potercela più toglier via, come una macchia di crassume dal vestito buono. I discorsi e i sillogismi, persino i più aperti e imparziali, danno per scontato il postulato, inutile girare in tondo, in senso orario e antiorario, in alto o basso; e il postulato è questo: l'umanità che oggi, settembre 2020, respira su questa terra è la migliore possibile. Certo, ha i suoi difetti, però, a ben vedere, lo si ammetta: un qualsiasi belinone del 2020, con tutte le dovute cautele, risulta in media assai più desiderabile d'un abitante della Cappadocia del 1374, delle coste africane del 322 d.C. oppure, cito a caso, dell'Iberia precristiana nel 971 a.C.; per tacere di neolitici, palafitticoli, neandertaliani: chi vorrebbe tornare indietro? Per carità! Sì, ci riteniamo migliori, i migliori. E migliori in che senso? In questo unico miserabile senso: che l'uomo del domani sarà migliore di quello dell'oggi e questi, cioè noi, assai migliori di quelli di ieri; per tacere dell'uomo dell'altro ieri, un vero barbaro; un medioevale, addirittura, come se nella Svevia o nella Padania del Mille non fossero vissuti individui sani, pieni, felici. Anche tale aggettivo, medioevale, è infatti ben presente nella zucche postmoderne col suo carico di indesiderabilità.

Sarebbe bene dimenticarlo, l'uomo dello ieri e dell'altro ieri, da sostituire con l'utopia del dopodomani: il dopodomani, infatti, sarà ancor migliore, il migliore di sempre, luminoso e ampio, dolce e ultimativo.

Il progresso lavora a fianco dei migliori, con i migliori, alimentato dai migliori. Ogni giorno che passa ci avviciniamo alla civiltà, perfettibile e, fra qualche decennio, assolutamente perfetta.

Mi permetto, però, dopo qualche decennio di frequentazione con i peggiori ceffi letterari e filosofici, di amaramente dissentire da tale più o meno conscia convinzione. La visione giusta, infatti, mi pare l'opposta: l'uomo decade, da sempre. Da quando fu uomo, ovviamente: dal momento, cioè, in cui le primissime formazioni encefaliche donarono i rudimenti dell'autocoscienza. Quel giorno, maledetto dagli dei, cominciò la lunga traversata verso il deserto. E nel deserto siamo ora, e vi moriremo, inevitabilmente; e con ferrea logica rispetto alle premesse. L'uomo venne congegnato dal caso per la dissoluzione. Il caso oppure Dio, nella Sua infinita Sapienza, provvidero, tuttavia, dei katechon, credenze e fedi per ritardare, trattenere. A esempio, chi, centinaia di migliaia di anni fa, dipinse la propria mano sulla parete d'una caverna o tentò maldestro alcuni accordi su un osso d'animale, percorse inavvertitamente i sentieri della salvezza; l'arte, la bellezza, furono i primi trucchi per costituire un freno alla devianza e all'anarchia. La religione e la conoscenza metafisica, anch'esse ci donarono celesti avvertimenti. L'uomo probo, timorato di Dio, in ciò consisteva: nell'arginare sé stesso e, perciò, la fuga verso la catastrofe. La paura, l'adorazione degli idoli, la sapienza nelle mani di pochi eletti, l'arte come tecnica per generare bellezza e, soprattutto, senso, tutto questo formava il limite.

Roma è una città fantasma. Sono bastati un paio di decreti per piegare ciò che rimaneva della capitale d'Italia. Di fatto questo è un colpo di Stato sotto mentite spoglie sanitarie. Gli uffici pubblici sono deserti e non rispondono più ad alcuna sollecitazione esterna; il reparto del turismo collassa lentamente; commercianti, addetti privati, professionisti si stanno mitridatizzando all'idea del sussidio: qualcuno provvederà, prima o poi. Piccole astuzie, falsità, dichiarazioni mendaci sostituiscono l'iniziativa, la creatività e l'olio di gomito; distrutto il comparto privato, dapprima sul piano economico e poi su quello mentale, si avrà via libera per i redditi digitali imperiali. Assistenzialismo universale. Il resto della cittadinanza già gravita in tali orbite da welfare doloso: statali e parastatali, innanzitutto, quindi studenti e pensionati. Gli studenti sempre meno studiosi, un gliommero di accidia, superficialità e ideuzze corrette; i pensionati in via di demolizione controllata, esposti ai refoli della negligenza e della burocrazia, confinati nei corridoi d'ospedale, con tubicini e protesi, ammucchiati nelle camere di tortura di uno Stato inesistente: vittime di una riconfigurazione antropologica che non li classifica più fra le specie da tutelare. Causa Covid, il virus necessario alla ridefinizione del mondo, tumori e angioplastiche sono trattati alla stregua di raffreddori e i raffreddori come tumori e angioplastiche; la vita media si riaccorcia, le malattie compaiono ai piedi del letto, ospiti mal accette, antichi mali accampano nuovamente la signoria. Le statistiche, però, opportunamente manipolate, ci dicono di una terra felice.

Unreal city! Dopo mesi di nullafacenza, l'Italiano ci ha preso gusto; un mesetto di lavoro e poi le ferie. Caldo, caldissimo, ma il mare è lì, a un passo ristoratore; l'autunno entra, col suo carico molle e dolcissimo e gli Italiani, inavvertitamente, son ancora in vacanza, la voglia di fare, declinante sempre quando non si ha un pungolo, scivola via dalle mani; subentra malizioso il demone dell'abbandono, dell'inerzia. É un ozio fradicio quello che serpeggia fra noi, muschioso, da ventre molle di ratto; mancando il negozio, l'attività fruttuosa che tutto sovraintende, vien meno il nec-otium e quindi il riposo; come si è spesso ripetuto è la guerra che forma la pace, e la fame la sazietà. Nulla di troppo? Macché, si rilancia. La scuola sciopera! E quando? Il giovedì e il venerdì, ovvio, così il sabato e la domenica ci si rilassa delle lotte infrasettimanali. I ministeri? Misura anti-Covid sino al 15 dicembre, tuonano i sindacati. Poi, per loro sfortuna, il subentro delle ferie natalizie ... se ne parla dopo la Befana ... ma non vorrei dare l’aria della partita IVA antistatalista ... qui l’aria mefitica dei tempi ha contagiato anche avvocati, ragionieri e commessi di drogheria. La nuova civiltà si basa sulla poltrona e sul ponte.

Da sempre appassionato di letteratura fantastica, a volte cercai di subornare qualche traduttore o editore di nicchia. “Ma come fate a trascurare Hanns Heinz Ewers? Certo, fu nazista, ma solo un pocolino ... un dandy, più che altro ... Alraune, sicuro, l’ha scritto lui quel romanzo ... fate uno sforzetto ... e poi, sono dritte da appassionato completista ... già che ci sei dai un’occhiata a Karl Strobl ... Crucco? Come no, e pure nazista ... d’acciaio, peraltro ... inferiore al primo, ma ... e che sarà mai, nel Ventunesimo Secolo! Un nazista! Come a pubblicare le memorie di Robespierre! Strobl, un tipo da Blut und Boden, ma vanta qualche raccontino di pregio ...”. Ewers l’hanno pubblicato, bene, negli ultimi anni; ora, tale lo scandalo, vede gemere i torchi anche Lemuria, silloge di racconti di Karl Hans Strobl. L’editore li ha ben stretti fra un’introduzione e una postfazione molto corretti, inutilmente corretti ... come a depotenziare l’intera operazione ... quasi a dire: ecco il nazista, ma noi siamo dall’altra parte, non sia mai ... il sandwich politicamente corretto dei due saggetti lascia tuttavia trapelare Qualcosa ... Qualcosa ... la mia maledizione, sicuramente ... l’afrore di un’intuizione completamente folle, da vero Regressore Universale.

Ecco qui: “Nel suo Mondo di ieri, Ricordi di un europeo (1942) Stephen Zweig guardava all’indietro, verso l’Impero asburgico della sua giovinezza, come a un eden perduto in cui popolazioni diverse convivevano in armonia all’ombra dell’aquila bicefala, ciascuna di esse integra nella propria storia e nelle proprie tradizioni e tutte insieme parte del benevolo duplice regno. Un’utopia rivolta al passato ... Per Karl Hans Strobl (quasi coetaneo di Zweig ...) il coacervo di genti, di abitudini, di costumi che l’Austria-Ungheria aveva garantito .... era un incubo che si affacciava nei tratti frotteschi di personaggi mostruosi, nelle usanze e nelle lingue incomprensibili degli altri, nell'angoscia di fronte al diverso – sconosciuto, straniero, donna – che traduceva la paura profonda di essere spazzato via, annullato nella propria sostanziale individualità.

Come scrive Marianne Wünsch, tale paura si incarna narrativamente in ciò che ella chiama ‘minaccia dell’amorfo’, regressione a uno stato indifferenziato dell’essere, sia che si manifesti, sia che si manifesti come senso del proprio retaggio culturale e di se stessi come massa informe e inindividuata, sia venga trasferita ‘su un’altra razza, in figure innaturali e amorfe, in perdita di forma della materia, fino al complesso figurativo Sumpf-Schleim-Schlamm [palude-muco-melma]’, proiettando le proprie incertezze nell'ansia di essere sostituiti da una forma non –organizzata di vita, o meglio di una vita organizzata secondo altri principi rispetto a quella consueta”.

Zweig, un agiato Ebreo della Belle Époque, prova nostalgia del tempo andato: luci scintillanti, fontane, caffè letterari, curiosità colte (fu un avido collezionista di carte autografe); Strobl, prosatore manierato, seppur vivo, pre-sente, invece, la disfatta. Proprio la Belle Époque, col carico suo di pace e benessere, le etnie formicolanti sotto la benigna potestà dell'imperatore, gli pare il prodromo della dissoluzione; anche Lovecraft, americano che rimpiange l’Impero inglese, userà qualche decennio più tardi le stesse parole di Strobl mentre assiste impotente al dissolvimento di ciò che rimane dell'antico ordine sotto i colpi dell'immigrazione e della montante industrializzazione di massa. Entrambi, Lovecraft e Strobl, sono autori marginali nel quadro generale della letteratura colta, entrambi versati nella pittura di deformità e mostruosità inemendabili. La paura dell’Ignoto coincide con quella dell’Indifferenziato. I mostri di Lovecrat, addirittura, sono eterni poiché hanno esaurito la potenzialità di corrompersi ulteriormente. Ma cosa accomuna questi tre autori? Lo sguardo al passato, ovvio; il rimpianto di Zweig, tuttavia, è proprio di chi è inserito nelle caselle ufficiali del potere. Egli lenisce la nostalgia per il mondo d’antan coi balsami del riconoscimento borghese: ed è tale “forma”, in tal caso, sotto le vesti dell’encomio e della lode ufficiale, a risarcirlo della sparizione di ciò che diede senso alla sua esistenza. Lovecraft e Strobl, invece, naturalmente eccentrici rispetto alla parabola della gloria, non hanno di tali unguenti; la "forma", per loro, risiede unicamente nel ricordo di ciò che sparisce o sta sparendo; sotto tale punto di vista, al netto dell’abilità artistica, essi possono definirsi sinceramente disperati e, perso tutto, pronti a tutto. Le impennate “naziste” di Lovecraft o il rifugiarsi nel nazionalsocialismo positivo di Strobl significano questo: resistenza. Qui, però, per non ingenerare fraintendimenti, occorre lavorare col bisturi, come l’archeologo che disseppellisce un antico scheletro; ogni particola di fango deve essere rimossa con cautela, ogni grumo spolverato col pennellino, ciascuna scheggia esaminata, il terriccio più comune setacciato con cura per tema che possa nascondere elementi d’importanza vitale. Zweig, Strobl e Lovecraft resistono. A vario modo, come si diceva. Essi cercano di trattenere la forma. Zweig con fare benpensante; Lovecraft e Strobl da veri birichini del pensiero, estranei alla riconoscibilità accademica: questi ultimi sono, proprio per ciò, maggiormente indicativi di tale vasta mozione dell’animo. Resistono. Ognuno di loro è, inconsapevolmente, un katéchon della regressione universale; il nazismo, quindi, quale temporanea aggrumazione, feroce e inconsulta, d’un sentimento universale, può considerarsi una delle innumerevoli incarnazioni della resistenza alla dissoluzione. I campi di concentramento, Hitler, la marcia su Mosca, il Fascismo latino, nient’altro che corollari di tale reazione: come di chi striscia le unghie sanguinanti sulle pareti di uno strapiombo. 

Vi fu il nazismo, i fascismi; ma questi sono fenomeni conosciuti, analizzati e di cui, però, non si conosce l’esatta scaturigine psicologica. Perché?, si chiedono ancor oggi gli storici. Perché qui, in tale momento, un portaordini della Prima Guerra divenne la figura centrale del Ventesimo Secolo? Inutile negare. Hitler e il Reich costituiscono tuttora il Verbo della postmodernità: nulla può dirsi, nessuno, che sia democratico, liberale, libertario o illiberale, fascista, populista, può parlare del suo tempo senza riferirsi, pur implicitamente, alla “follia” nazionalsocialista. E questo avviene perché la follia nazionalsocialista è uno degli ultimi tentativi di rimanere nella Forma, contro la dissoluzione. Che il nazismo sia stato un regno del terrore non importa: qui si esamina la storia sub specie aeternitatis non sub specie polcorii; e di tale follie la storia ne è piena tanto che la si potrebbe riformulare, la Storia, e riscriverla e raccontarla sotto tale unico punto di vista: la resistenza alla regressione universale. Thomas Stearns Eliot ne La terra desolata si inscrive, peraltro, in tale ottica: le sue opposizioni concettuali, ben studiate da Alessandro Serpieri, a ciò rimandano; anche Goethe col suo “Fermati, sei bello!”; ogni movimento “estetizzante”, i periodici lavacri di sangue, l’inesausta ansia metafisica, paludata sotto categorie, modi e idee, la volontà di fermare gli attimi, renderli aere perennius; l’appagamento che dona la bella forma; l’intera vita dell’uomo che sfugge, da sempre, all’ordine e lì, sotto vesti menzognere, trova il suo posto eterno - come pittura, statuaria, danza; qual è in fondo l’unica aspirazione e il solo rimpianto se non quello di raggelare il momento e, in tale possente sforzo, trovare la breve felicità? La nostra epoca ridicola ha nominato la dissoluzione “progresso” quando invece era un regresso; e regresso (fascismo, restaurazione, nazismo, passatismo, estetismo) ciò che si opponeva alla fuga verso il Nulla. Un vero e proprio mondo al contrario!

Per il Sapiente il nazismo e il fascismo non esistono se non come pulsioni eterne, consustanziali all'uomo, di resistere al Nulla. In altre epoche ebbero altri nomi e sfumature infinite; da notti oscure tale volontà di potenza, l'unica possibile, ci accompagna, raggrumandosi a formare improvvisate trincee e limiti sacri. 

Considero la storia umana quale inevitabile crollo, rovina, distruzione; in tale moto tumultuoso, poiché dominato e condotto da leggi fisiche universali, si “formano” bolle di resistenza, imperii in cui la discesa nell’abisso (là-bas) pare arrestarsi: di qui il rimpianto di Zweig, Lovecraft, Strobl; che è, però, il rimpianto d’ogni poeta e filosofo, e persino del popolicchio che ama ripetere, da sempre, sotto le spoglie di racconti e leggende, le perdute età dell’oro.

Queste resistenze alla corsa insensata richiedono tempi di preparazione, fatiche e guerre; interminabili guerre, colle conseguenze che ha ogni guerra: fame, sacrifici, sterminio. Noi, quasi sempre, arretriamo illividiti di fronte alle conseguenze: lo trovo umano. E però dobbiamo riconoscere la verità, che è riservata ai pochi, ai pochissimi: la vita si ciba della guerra, del sangue e dello scontro. Senza guerra non è la vita né ciò che rende la vita degna d'essere vissuta: l'arte, a esempio, e la bellezza che ognuno, in cuor suo, riconosce immediatamente, al di fuori d'ogni concettualizzazione. Per questo la bellezza è il discrimine fra giusto e sbagliato, per questo in ogni epoca gli artisti hanno decretato l'esatto grado di equità sociale; per tale motivo ha ragione Pound ad affermare che un quadro, un affresco o un mosaico rappresentano la prova, definitiva, dell'invadenza dell'usura e dell'iniquità in un dato momento dello sviluppo umano; per le medesime cause non dobbiamo farci scoraggiare dalle accuse di estetismo poiché l'estetica è la sola etica oggi disponibile.

Dicono: così assolvi i carnefici. Ma io non cerco colpe, analizzo il decorso della malattia. Nessuno rimprovera il medico che, per salvare un uomo, ne amputa la parte in cancrena.

Alla disperata concezione sopra accennata dà forma, inconsapevolmente, Dante Alighieri, nel canto quattordicesimo dell’Inferno, quando nel pensier si finge la ciclopica statua del Veglio di Creta:

"In mezzo mar siede un paese guasto",
diss'elli allora, “che s'appella Creta,
sotto 'l cui rege fu già 'l mondo casto.
Una montagna v'è che già fu lieta
d'acqua e di fronde, che si chiamò Ida;
or è diserta come cosa vieta ...
Dentro dal monte sta dritto un gran veglio,
che tien volte le spalle inver' Dammiata
e Roma guarda come süo speglio.
La sua testa è di fin oro formata,
e puro argento son le braccia e 'l petto,
poi è di rame infino a la forcata;
da indi in giuso è tutto ferro eletto,
salvo che 'l destro piede è terra cotta;
e sta 'n su quel più che 'n su l'altro, eretto.
Ciascuna parte, fuor che l'oro, è rotta
d'una fessura che lagrime goccia,
le quali, accolte, fóran quella grotta.
Lor corso in questa valle si diroccia;
fanno Acheronte, Stige e Flegetonta;
poi sen van giù per questa stretta doccia,
infin, là ove più non si dismonta
fanno Cocito ...”

Creta, una volta regno del nobile Saturno, non conosceva dolore; ora è un paese guasto, in rovina. Ognuno di voi potrà riconoscere in quel “paese guasto” la “terre guaste” del Re Pescatore e la “waste land” di Eliot: fra le tante allusioni letterarie. Creta, al centro esatto di Oriente e Occidente, tra Damietta e Roma, riassume l’umanità; nel suo grembo è ora la terribile apparizione del Veglio, metafora del regresso universale, di cui rimane, in oro, la sola testa; il resto si consuma lentamente trasformandosi in materia sempre più vile: argento, a modellare braccia e petto, rame sino all’inguine e, quindi, ferro; il piede destro è, invece, di volgare terracotta, instabile fermo su cui poggia l’immane colosso; una spaccatura attraversa il gigante: da qui sgorgano lacrime, forse lacrime di rimpianto, come quelle di Lovecraft e Strobl, a formare i fiumi infernali Acheronte, Stige e Flegetonte che scorrono impetuosi sino al lago ghiacciato Cocito, al fondo dell’Inferno. Cocito, senza moto, privo di vita, come la destinazione finale del mondo, teso alla massima entropia: 

Per ch'io mi volsi, e vidimi davante
e sotto i piedi un lago che per gelo
avea di vetro e non d'acqua sembiante 

Leopardi, nel Cantico del Gallo Silvestre, allude a tale destino; ma ogni mente elevata, nei millenni, da Esiodo a Ovidio a Platone, sentì, nei recessi dell’animo, tale ombra gelida; sottrarvisi significa consegnarsi ad Apollo; cedervi a Dioniso; Nietzsche, giustamente, vide la composizione dei due poli nella tragedia greca delle origini ove l’elemento perturbante viene purificato e superato dall’istituzione. Da Erinni a Eumenidi, ma per poco. La civiltà greca, per quel breve tratto, fu uno dei maggiori katechon.

Cerchiamo di ricreare in noi un’immagine dell’universo. Solo alcune sane letture possono, almeno in minima parte, recare la vertigine che dona il pensiero di tale immensità. Entro la vastità inconcepibile, che tende all’entropia e al Nulla, si crea una bolla di resistenza: il nostro universo. All’interno di questi avviene un miracolo ulteriore: dal Caos emerge la civiltà umana, strutturandosi quale trincea a fronte di tale eterno moto dissolutorio della Natura. L’uomo dapprima vive in simbiosi entro tale enclave di felicità quindi la coscienza, primo atto della dissoluzione, lo rende consapevole del proprio destino di morte al quale, come il tutto che lo sovrasta, è predestinato. E, onde resistere, mette in atto tutto ciò che trattiene; ogni suo atto ora sacralizza, limita, definisce; egli si progetta e progetta per l’eternità, per ciò che in grado di dire: “Fermati, sei bello!”. Ma il nuovo avanza, i limiti cedono, il Sacro arretra, i santi posti a guardia d’Esso cadono, uno dopo l’altro: sono davvero i martiri. La parabola umana si rimette in moto; la strada è segnata: a ciò gli Ultimi Uomini daranno il nome di progresso. Invece è un avvicinamento alla morte; non alla benigna Sorella Morte di Francesco bensì alla gelida signoria del Vuoto.

Si presenta un libro nel mio quartiere. Bloccati i centri culturali causa emergenza Covid (biblioteche, teatri, municipio, sale comunali), il prete dà la piena disponibilità della chiesa. Non del teatro annesso, o dell’oratorio; della chiesa. I banchi con l’inginocchiatoio son pronti; basta spostare l’Altissimo, come si esprime l’ex cattolico, cioè l’ostia consacrata. Il rimanente spazio, ossia ciò che rimane una volta obnubilate le particole della Transustanziazione (da relegare in qualche sgabuzzino all’uopo), vale quanto una saletta da tè. Inutile lambiccarsi su secolarizzazione e dissacrazione quando la realtà (il diavolo nei dettagli) è talmente sfacciata da riderti dietro.

Un diciottenne accoltella alcuni parigini per protesta contro le vignette di Charlie Hebdo. Vi siete chiesti, voi, più accorti forse di altri, perché non si prova la minima simpatia verso tali fumettari satirici? Li si disprezza, nonostante siano vittime, a favore (ma si ha paura a dirlo) dei carnefici? Perché la satira di tali sessantottini avariati non è mai tale bensì l'arrogante dimostrazione di forza dello Spirito Nuovo dei Tempi. Al contrario, chi uccide è un resistente dell'Antico Ordine. Il Potere, al suo meglio, asettico, feroce e ripieno di ammirevoli sentimenti polcorretti, contro una religione morente, dipinta come anacronistica setta di facinorosi oscurantisti. L'Inciviltà montante contro un'autentica civiltà, ormai allo stremo. Gli sconfitti (in tal caso un ragazzetto) vengono sorpresi con le armi in pugno, additati al ludibrio, demonizzati; eppure il cuore non mente: l'uomo accorto trova difficile solidarizzare con i veri carnefici, gli sbeffeggiatori della moralità, del sacro, del senso; un sentimento oscuro lo reca dalla parte inevitabilmente giusta.

Pasquale Tridico si alza lo stipendio! Il presidente dell’Inps banchetta coi soldi dei pensionati! Uno stipendio, se proprio lo si vuole analizzare, inferiore a qualunque poltrone da consiglio regionale, spesso semianalfabeta. Ma così è il popolo, vuole essere ingannato; e chi gli sta sopra ama fargli perdere tempo in quisquilie. A chi importa, però, questo scialo di triti fatti? Cosa mi importa, ormai, di questi andirivieni meschini, della minutaglia che ingorga i minuti della vita?

Sistema per riconoscere i migliori. Assumete una posa gonfia di sussiego e, con un bel grugno di convinzione superciliosa, vociferate tali parole: “Al minor numero di parlamentari corrisponderà meno democrazia e, quindi, meno libertà!”. Chi cade in terra torcendosi dalle risa ... bene, quello è un brav’uomo di sicuro.

Avete presente il detto: il diavolo si nasconde nei dettagli? Lo ritengo vero. Nei dettagli (anche Lovecraft e Strobl lo sono rispetto alla letteratura), si annida davvero il Dissolutore. Inutile leggere le gazzette; ancor più vano decrittare la realtà tramite saggi di alta geopolitica. Negli anditi lerci dell’oggi si rinviene Lucifero il Progressista: siti pornografici, fogli di istruzione del cellulare, telefilm, architetture del suburbio, fumettistica, ipermercati, packaging, pubblicità istituzionale. La verità sul nostro destino è lì, tra buone intenzioni e sorrisi, ignoranza crassa e superficialità malata.

L’apocalisse secondo Ovidio:

Si vive di rapina: l'ospite è alla mercé di chi l'ospita,
il suocero del genero, e concordia tra fratelli è rara.
Trama l'uomo la morte della moglie e lei quella del coniuge;
terribili matrigne mestano veleni lividi; il figlio scruta anzitempo gli anni del padre.
Vinta giace la pietà, e la vergine Astrea,
ultima degli dei, lascia la terra madida di sangue.

Si vive di rapina: giusto. Presto vivremo tutti di rapina cioè di niente. Tecnica e usura si combineranno per concederci i Campi Elisi del Nulla. Ma la terra, in questo Ovidio sbaglia, non sarà madida di sangue, ma raggelata in un Cocito senza scampo. Tutti noi, traditori del genere, finiremo conficcati in quel lago immutabile, eternamente morto.


Ordo ab chao, il motto della Massoneria. Ma che significa, in realtà? Di quale ordine si parla se più non ne esistono? Credo che per ordine (ricordiamolo: viviamo in un mondo al contrario) s’intenda l’ordine massimo: quello entropico, bloccato, perfetto. La fine del gran casino, il gelo dello psicopatico talmente isolato dall’umanità da essersi tramutato in entità inorganica. Essere una cosa, reificarsi sino all’insensibilità: il paradiso nella massima perversione.

Al centro del lago di ghiaccio è Lucifero, il portatore di luce, l’araldo del progresso.

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