L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

mercoledì 2 settembre 2020

Diritto Internazionale fottiti - La Turchia mette a nudo il niente di Euroimbecilandia e il fatto che la Nato serve solo agli interessi degli Stati Uniti

Perché Nato e Ue intervengono poco nella disputa tra Grecia e Turchia?

1 settembre 2020


Il corsivo di Teodoro Dalavecuras sulle tensioni fra Turchia e Grecia, con il ruolo di Nato e Ue

Mentre il ministro degli Esteri della Germania Heiko Maas incontrava i ministri degli Esteri di Atene e Ankara, impegnato con commovente senso del dovere (lo dico senza la minima ironia) in un tentativo, condannato in partenza, di allentare la crisi, la più grave dopo l’invasione turca di Cipro del 1974, dei rapporti tra Grecia e Turchia, Recep Tayyip Erdogan lanciava nell’infosfera un video di un minuto, celebrativo della battaglia di Manzikert (26 agosto 1071) quando le armate della dinastia selgiuchide agli ordini di Alp Arslān inflissero una rovinosa sconfitta all’esercito dell’Impero bizantino, catturandone l’imperatore Romano IV Diogene. Iniziava così la parabola discendente della Nuova Roma, destinata a concludersi il 29 maggio 1453 con la presa di Costantinopoli ad opera di Maometto II il Conquistatore. Messaggio inequivocabile, se ancora ce ne fosse bisogno, della determinazione con la quale Erdogan persegue il proprio disegno neo-ottomano di espansione territoriale, dopo aver dilapidato in tre lustri di espansione economica alquanto precaria gli ultimi spiccioli dell’eredità di Kemal Atatürk, il fondatore della Turchia stato nazionale laico.

Mentre Maas, rappresentante “politico” degli affari esteri Ue nel semestre di presidenza della Germania, consumava l’inutile tentativo, il rappresentante “burocratico” di questi stessi affari esteri Ue, il catalano Josep Borrell, “giustificava” le minacce ormai sostanzialmente esplicite di aggressione militare turca ai danni della Grecia, con il recentissimo accordo Grecia-Egitto sulle rispettive Zone economiche esclusive (Zee), accordo che avrebbe “innervosito” i turchi. L’uscita dell’Alto Rappresentante ha – quella sì – profondamente irritato il governo di Atene non risultando che lo stesso Borrell si fosse altrettanto preoccupato dell’umore della Grecia (paese membro dell’Ue) nell’autunno scorso quando la Turchia firmava con la Libia di Fayez Al-Sarraj un accordo analogo “facendo propria” una fascia di Mar Mediterraneo che attraversa, tra le altre, le acque territoriali di isole come Rodi e Creta: accordo preceduto da una cartografia diffusa dal governo turco, nella quale perfino una porzione della stessa isola di Creta risultava assorbita nell’area d’influenza turca.

L’atteggiamento di Borrell è tutto fuorché casuale, naturalmente: da un lato si allinea al suo “collega” segretario generale della Nato Jens Stoltenberg, che tende sempre a girarsi dall’altra parte quando tra Grecia e Turchia si alza la temperatura, visto che entrambi i Paesi fanno parte dell’Alleanza atlantica; dall’altro tiene conto dei legami storici, oltre che economici, della Germania (e anche dell’Italia se è per questo) con la Turchia, e soprattutto del fatto che l’Unione europea non è un soggetto della politica internazionale perché è priva di quel trascurabile requisito della personalità internazionale che è la sovranità: peggio, ne ha 27.

A questo “dettaglio” non è elegante, forse è addirittura politicamente scorretto far cenno perché la Ue si vanta di essere una comunità di valori e di regole che, come tale, avrebbe addirittura superato il mito vestfaliano della sovranità con forme istituzionali più “avanzate”. Quanto ai valori, non potendo per mille motivi essere severa con la Turchia, Bruxelles “si consola” con un atteggiamento inflessibile nei confronti della Bielorussia. Sulle regole, invece, quello dei rapporti con la Turchia rischia di diventare un problema: si offre a Erdogan la possibilità di dimostrare con i fatti che l’Ue, oltre a essere politicamente disarticolata come non mai (basta pensare alle rispettive posizioni di Germania e Francia sull’espansionismo turco), non è nemmeno una comunità di regole.

C’è un lato della questione dei rapporti tra Grecia e Turchia che non riguarda il merito delle rispettive posizioni, ma il ruolo del diritto internazionale. Ormai le rivendicazioni della Turchia sono sempre meno ancorate a una – fosse pure speciosa – argomentazione di diritto internazionale, ma solo alla determinazione “del popolo turco” a rivendicare i propri diritti; ricordano il mussoliniano “noi tireremo diritto” o magari la storia che “ci prende alla gola”, con una tattica di fatti compiuti (violazioni sistematica dello spazio aereo ellenico e, di recente, vere o presunte prospezioni geologiche con abbondante scorta di navi militari in zone marittime appartenenti alla piattaforma continentale greca). È anche significativo che la Turchia sia tra i pochi paesi al mondo che non hanno mai aderito alla Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare del 10 dicembre 1982, che pure costituisce la cornice giuridica degli accordi sulle Zee.

Naturalmente non è solo né principalmente quello del diritto internazionale il tema (nelle questioni giuridiche, come nelle religiose vale sempre il napoleonico “Parigi val bene una messa”). Il punto principale è che l’espansionismo della Turchia nel Mediterraneo, se non ha valide motivazioni giuridiche, ha pur sempre un fondamento concreto. Negli ultimi sessant’anni la Turchia, dalla nazione agricola di meno di 30 milioni di abitanti che era è diventata una potenza regionale di quasi 90 milioni, con un’economia sviluppata seppure su basi fragili, una consistente industria militare esportatrice e oggi una pericolosissima capacità decisionale fondata sui poteri dittatoriali, ancorché “a termine”, del presidente della Repubblica. È inevitabile che la Turchia “sgomiti” nel Mediterraneo (come lo fa in Africa, peraltro), con o senza Erdogan, e che a una qualche redistribuzione negoziata di aree d’influenza anche sul pano formale prima o poi si dovrà arrivare.

Ma se da un lato sono le leggi della fisica a suggerire che questo negoziato la Grecia non è certo in grado di reggerlo da sola, l’Ue continua a rimanere priva dello strumento decisivo, la sovranità, per svolgere un ruolo. E, quel che è ancora più grave, gli organi che orientano l’opinione pubblica europea continuano a fingere che il problema non sia questo (anzi, non se ne deve proprio parlare, fedeli perinde ac cadaver alla “dottrina Monnet”) ma sia costituito dai “sovranisti”, parola rispetto alla quale perfino “populismo” ha la precisione di una formula matematica.

Purtroppo le sfide della storia non aspettano e quella di questi giorni è assai più pericolosa di quanto non lascino intendere i media europei; lo dimostra il colloquio telefonico del 26 agosto con il premier ellenico Kyriakos Mitsotakis e con Erdogan di Donald Trump dalla convention repubblicana (che verosimilmente se ne infischia dei tamburi di guerra nel Mediterraneo orientale ma si preoccupa del voto, il 3 novembre, dei numerosi eredi degli immigrati greci negli States).

Il metodo Monnet suggerisce – se l’Ue vuole avere un ruolo nella crisi dell’Egeo – che si cerchi, per guadagnare tempo, di fare nuove concessioni economiche o di altro tipo alla Turchia, inventandosi qualche compensazione per Atene.

A questo punto però, forse sarebbe meglio che l’Ue rinunciasse a qualsiasi ruolo, concedesse a Borrell un meritato periodo di vacanza e si prendesse una pausa di riflessione per decidere se vuole, e come, diventare adulta, o preferisce rinunciare ai giochi per adulti come gli “affari esteri”, che purtroppo non sono sempre né solo “affari”.

Se dopo avere rinunciato di fatto a imporre i “valori” al proprio interno, come per esempio la vicenda beffarda dell’autosospensione “causa Covid” del parlamento ungherese ha dimostrato, e dopo averli promossi in maniera del tutto accidentale, o per meglio dire palesemente opportunistica, all’esterno, Bruxelles rinuncia anche al primato del diritto internazionale come è costretta a fare nel conflitto tra Grecia e Turchia non avendo nessun titolo e nessuno strumento – a parte la tipografia dove si stampano gli euro – per farlo valere, che cosa resta? E, soprattutto, in un mondo sempre più dominato da nazionalismi fisiologicamente aggressivi, quante probabilità ci sono che un’unione caparbiamente sottoposta all’autorità di 27 governi e all’ininterrotto mercanteggiamento burocratico di Bruxelles con i 25 governi che non contano, non si sfaldi nel giro di pochi anni?

Pochissime, ma nel frattempo ci saranno state decine di migliaia di persone, tra cui non pochi ex ministri e ex capi di governo, tutti scolari di Jean Monnet, che in questi decenni a Bruxelles si saranno divertiti un mondo.

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