L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

lunedì 28 settembre 2020

E' guerra vera è guerra totale, niente illusioni -Trump l'ha dichiarata, il motivo è l'ascesa della Cina e il netto declino degli Stati Uniti che non vuole perdere il dominio del mondo

“L’America post globale”, l’ultimo libro di Andrew Spannaus

26 settembre 2020 


Lo choc del coronavirus sta accelerando la crisi già in atto della globalizzazione, che ha anteposto i parametri monetari e la speculazione al benessere e all’economia reale. Il cambiamento inaugurato con l’elezione di Donald Trump richiede un’analisi realistica, per capire quanto rimarrà del tentativo di rimodulare produzione, rapporti commerciali e politica estera.

E mentre l’establishment resiste alle pulsioni populiste e si difende manipolando l’informazione, su alcuni punti non si torna indietro: occorre ripensare l’economia dei bassi costi, il ruolo dello Stato e del debito pubblico, e lo stesso concetto di sicurezza nazionale, tutto nel contesto di nuovi equilibri globali. Spannaus racconta l’America senza passare dal politically correct, per capire come l’intreccio tra politica, economia e identità plasmerà la società dopo il populismo e la pandemia.

Con la prefazione di Giulio Sapelli, l’opera contiene ampi approfondimenti sui rapporti tra Trump e i militari, sulle operazioni belliche oltremare, la politica estera, la percezione e i rapporti con la NATO dell’attuale Amministrazuone USA.


Andrew Spannaus è un giornalista e analista politico americano, noto per aver anticipato la rivolta populista negli Stati Uniti e in Europa con i suoi libri Perché vince Trump (2016) e La rivolta degli elettori (2017). Fondatore della newsletter Transatlantico.info, collabora con “Consortium News” e “Aspenia”, e commenta la politica americana per Rai News 24 e RSI (Radiotelevisione svizzera). Ha guidato l’Associazione Stampa Estera di Milano dal 2018 al 2020 ed è docente nel Master in Economia e politiche internazionali all’ASERI, Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano.

Cosa resterà della globalizzazione, sottoposta oggi a un processo internazionale di revisione generale, e cosa resterà di Donald Trump, il Tycoon la cui parabola pare cominciare a discendere? Sono questi i temi di ‘L’America post-globale’ (Mimesis). Un libro che mette al centro ‘Trump, il Coronavirus e il futuro’ nell’analisi di Andrew Spannaus, il giornalista americano che dall’Italia, controcorrente rispetto a tutti, predisse l’elezione di The Donald quando nessuno ci credeva e che oggi ci spiega cosa accadrà. La prefazione è dell’economista Giulio Sapelli, intervenuto in streaming alla presentazione che si è tenuta alla Stampa estera a Milano.

“Innanzitutto – dice all’Ansa Spannaus – il volume è nato per tracciare un bilancio, per vedere se le promesse che Trump ha fatto durante la campagna elettorale che portò alla sua elezione sono state mantenute. Lui è stato sicuramente un presidente che ha impresso un cambiamento di direzione, una virata forte su questioni di primo piano in economia e in politica estera. Già per questo – continua – rimarrà un presidente ‘storico’. Oggi non si produce più solo per ottenere il miglior profitto senza ritenere importante dove si produce; oggi non si guarda più alla Cina con sguardo diplomatico, sperando che aumentando benessere dei suoi cittadini si converta a uno stile di mercato e di vita occidentali: la Cina è il nemico e va tenuta sotto pressione”.

Basterebbero già queste due cose, probabilmente, per fare fare dell’era Trump un periodo epocale. Se vincerà Biden, invece, ci sarà una politica estera molto più diplomatica, sia verso l’Europa sia verso altri Paesi.

Ma soprattutto ci sarà uno stop dei grandi favoritismi alla produzione petrolifera dello shale “a causa – spiega ancora Spannaus – delle forti componenti ambientaliste presenti nella compagine democratica”. Un libro da leggere, quindi, se ci si vuole aggiornare su una nazione che tanta influenza ha sul costume e sulla vita politica italiana (ANSA).

Nessun commento:

Posta un commento