L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

lunedì 14 settembre 2020

Gualtieri ignora per ben due volte il mandato parlamentare, ormai le regole valgono solo per noi ma non per loro

Merkel e Macron spingono sulla riforma del Mes per tutelare le banche di Germania e Francia?

14 settembre 2020


Tutte le ultime novità sulla riforma del Mes analizzate da Giuseppe Liturri

Decisamente preoccupante il bilancio dei due giorni berlinesi che hanno visto il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri partecipare prima all’Eurogruppo e poi ad una riunione informale del Consiglio Ue nella configurazione Ecofin.

Sono passati in effetti solo pochi mesi dalle analoghe riunioni del 4 dicembre 2019 e del 20 gennaio 2020 che terminarono con la conferma dell’accordo “in linea di massima” della riforma del Mes, e l’intesa di mettere a punto gli ultimi dettagli entro marzo per poi procedere alla firma. Il processo rallentò non certo per merito di Gualtieri, ma per un problema giuridico sollevato dai francesi. Da allora ad oggi è cambiato tutto, tranne l’agenda di questi consessi che è tornata ad essere esattamente sovrapponibile a quella di nove mesi fa.

Ieri abbiamo già sottolineato l’inusuale e pubblico sostegno riservato dal Presidente Pascal Donohoe a Gualtieri che evidentemente ci teneva a far sapere agli italiani, attraverso la voce dell’irlandese, che nelle trattative sulla riforma del Mes si era battuto come un leone. Nel secondo giorno di lavori, Gualtieri non ha esitato a sfruttare l’assist del collega per dichiarare, come se nulla fosse, che “abbiamo convenuto sull’opportunità di lavorare per avere l’introduzione anticipata del backstop da fine anno prossimo. Questo richiede alcuni passaggi e consentirà a noi in Italia di affrontare questo tema che era stato un po’ congelato”. Parole che confermano che la riforma del Mes è ormai cosa fatta e che il dibattito si è spostato solo sull’eventuale anticipo, a fine 2021, della operatività del paracadute (backstop) al Fondo di Risoluzione Unico per le crisi bancarie (Srf), seconda gamba ancora incompleta della, ancor più incompleta, unione bancaria. Ora noi, non conoscendo le condizioni del congelatore del ministro, non ci fidiamo delle sue parole e ci lasciamo guidare dalla lettura degli atti. E la contraddizione tra le prime ed i secondi è evidente. Infatti la risoluzione parlamentare del 11 dicembre 2019 impegnava il governo a “mantenere la logica di pacchetto (MES, BICC, Unione bancaria) […] In particolare, escludere interventi di carattere restrittivo sulla detenzione di titoli sovrani da parte di banche ed istituti finanziari e comunque la ponderazione dei rischi dei titoli di stato attraverso la revisione del loro trattamento prudenziale, ed escludendo le disposizioni che prevedono una contribuzione degli istituti finanziari all’EDIS in base al rischio di portafoglio dei titoli di stato”.

Quindi Gualtieri ignora per ben due volte il mandato parlamentare: non rispetta la logica di pacchetto a cui l’aveva impegnato il Parlamento, lasciando che la riforma del Mes proceda indisturbata e addirittura ragionando senza alcuna remora sull’anticipo del paracadute al Srf fornito dal Mes. Inoltre, ben consapevole della pericolosità della proposta tedesca di garanzia comune sui depositi (Edis) – che prevede proprio ciò che il Parlamento ha recisamente voluto escludere – lascia che questa proposta resti sul tavolo e proceda con i suoi tempi. Ci chiediamo quale potere contrattuale potrà mai avere Gualtieri in futuro quando, approvata la riforma del Mes, dovrà avere il coraggio di respingere la proposta tedesca. Il timore che anche questa passi, magari sulla pressione di qualche “fate presto” inventato ad hoc, non è infondato. Ma tutta questa fretta – metodo abituale in Europa, quando il gioco si fa duro – sui tempi di definitiva approvazione della riforma del Mes genera altri sospetti.

Poiché il Srf è alimentato dai contributi delle banche ed è previsto che raggiunga il suo livello definitivo di 55 miliardi ad inizio 2024, cosa nasconde la volontà di sostenerlo, già entro il 2021, con ulteriori 68 miliardi prestati dal Mes, qualora esaurisca le sue disponibilità? C’è forse qualche grande banca in giro per l’Europa che somiglia più ad uno zombie? Qualche lontano scricchiolio del sistema bancario spagnolo e francese avvalora questo sospetto. Poiché il nostro Paese nel 2010-2012 ha già salvato una volta, via prestiti bilaterali e dell’EFSF agli ellenici, le banche tedesche e francesi incaute creditrici, non vorremmo che la storia si ripetesse.
Inoltre Gualtieri crede che noi non ricordiamo che a gennaio l’Eurogruppo concordò di condizionare l’eventuale anticipo del backstop a favore del Srf, alla verifica, da eseguirsi nel corso del 2020, di sufficienti progressi nella riduzione dei rischi nei bilanci bancari. Come crede sia possibile eseguire tale valutazione nell’attuale scenario di crisi finanziaria, che promette una nuova impennata di prestiti inesigibili?

Gualtieri tenta di farci digerire la riforma del Mes parlando solo del paracadute per le banche ma ci nasconde il peggio: la valutazione preventiva della sostenibilità del debito e l’uso di parametri automatici (per noi penalizzanti) per spedirci direttamente tra i beneficiari della linea di credito a condizioni rafforzate (ECCL) con tanto di misure correttive. La trappola perfetta per installare la Troika a Palazzo Chigi.

Infine, appaiono niente affatto rassicuranti le dichiarazioni del titolare del Mef relative alle entrate proprie della UE per finanziare il Recovery Fund. Affermare che “positivamente abbiamo accolto la volontà della Commissione e di diversi Paesi di rilanciare e affrontare il tema delle risorse proprie”, significa, nel linguaggio felpato di Bruxelles, che sono in altissimo mare le ipotesi di digital tax ed altre tasse che possano sostituire il peso dei contributi calcolati in base al Pil che, nel 2019, hanno costituito il 76% dei 17 miliardi pagati complessivamente alla UE. Ma in fondo, sia che si tratti di tasse o di contributi, il ruolo di contribuente netto della Ue è una gabbia senza vie d’uscita. Forse.

(Articolo pubblicato sul quotidiano La Verità)

Nessun commento:

Posta un commento