L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

martedì 8 settembre 2020

Le pretese del Kossovo rimangono pretese, la Serbia non si sposta, la novità sono gli ebrei sionisti che entrano nelle dichiarazioni come cavoli a merenda


07 set 2020
by Redazione

Venerdì 4 settembre il presidente serbo Vučić e il primo ministro kosovaro Hoti hanno firmato a Washington un accordo sulla normalizzazione delle relazioni. Fortemente voluta da Trump, non risolve i problemi tra i due paesi ma puntella l’asse Usa pro-Israele e contro Cina, Hezbollah e Iran

Il presidente serbo Vucic e il primo ministro kosovaro Hoti

di Marco Siragusa

Roma, 7 settembre 2020, Nena News – “Tra i due litiganti, il terzo gode”. Potrebbe essere riassunto così l’accordo raggiunto venerdì scorso a Washington tra il presidente serbo Vučić e il primo ministro kosovaro Hoti. A beneficiarne maggiormente è stato infatti Israele che ha ottenuto importanti e significative garanzie sul proprio riconoscimento.

Presentato dal presidente Trump come un “accordo storico”, l’intesa lascia in realtà aperte tutte le questioni fondamentali che minano il rapporto tra Serbia e Kosovo. In un’intervista dello scorso giugno al quotidiano kosovaro Gazeta Express, l’inviato speciale della Casa Bianca, Richard Grenell, chiariva il senso dell’operazione statunitense parlando di “prima fase” a guida Usa su questioni prettamente economiche. All’Ue sarebbe invece spettata la gestione della “seconda fase” dedicata ai ben più complicati aspetti politici.

Il documento sottoscritto, separatamente, dai due leader impegna le parti ad una “normalizzazione delle relazioni economiche”. I punti dell’accordo riguardano l’implementazione di una ferrovia e di un’autostrada, già prevista in un documento congiunto del febbraio scorso. Dalla normalizzazione delle relazioni ne beneficiano particolarmente gli Usa che parteciperanno alle fasi attuative attraverso l’U.S. International Development Finance Corporation. Il Dipartimento per l’Energia del governo statunitense parteciperà invece allo studio di fattibilità per l’utilizzo condiviso delle acque del lago di Gazivode/Ujmani, da anni elemento di contrasto tra i due paesi.

Nonostante sia stato presentata come un’intesa economica, il documento contiene alcune importanti questioni di carattere politico. Belgrado si impegna ad interrompere, per un anno, la campagna internazionale per il ritiro del riconoscimento del Kosovo. Da parte sua Pristina sospenderà, per lo stesso lasso di tempo, le domande di adesione alle organizzazioni internazionali. Entrambi i paesi hanno poi accettato di entrare a far parte della “mini-Schengen” con Albania e Macedonia del Nord e a diversificare le proprie fonti di approvvigionamento energetico. Un punto che ha come obiettivo il ridimensionamento della Russia, primo fornitore di gas nell’area.

Tra gli altri punti, il mutuo riconoscimento dei diplomi, la promozione della libertà religiosa, un maggiore impegno negli sforzi per identificare le persone ancora scomparse dai tempi della guerra del 1998-99 e per la decriminalizzazione dell’omosessualità.

Fin qui nulla di particolarmente “storico” né risolutivo. Ci sono però alcuni punti che lasciano trasparire il reale obiettivo di tutta questa operazione. Serbia e Kosovo hanno deciso di non utilizzare la tecnologia 5G fornita da soggetti non affidabili e di rimuovere gli strumenti che già la utilizzano. Se la diversificazione energetica ha come obiettivo la Russia, questo punto è un diretto attacco alla Cina che nella regione rappresenta uno degli attori più attivi. Già nell’ottobre 2019 la compagnia cinese Huawei, al centro di un duro scontro con Trump, aveva sottoscritto un accordo con il governo serbo per la fornitura di centinaia di telecamere con riconoscimento facciale da utilizzare nelle strade di Belgrado.

Ancora più significativi e veramente “storici” gli altri due punti del documento. In uno, le parti riconoscono Hezbollah come organizzazione terroristica. Nell’altro, si stabilisce il mutuo riconoscimento tra Kosovo e Israele. Un passo importante che fa del Kosovo il primo paese a maggioranza musulmana a voler aprire un’ambasciata a Gerusalemme. Al di fuori dell’accordo, il presidente Vučić si è impegnato a spostare l’ambasciata serba da Tel Aviv a Gerusalemme entro luglio 2021. Come ricordato dal premier israeliano Benyamin Netanyahu, se questa intenzione dovesse essere confermata la Serbia sarebbe il primo paese europeo a compiere tale atto.

Quanto sottoscritto a Washington può esser considerato un successo diplomatico per Trump, i cui benefici ricadono anche sui due leader regionali. Il presidente americano può, a pochi mesi dalle elezioni, rivendicarsi un successo in politica estera. In questo modo non solo vede confermata la sua intenzione di riconoscere Gerusalemme come capitale di Israele ma permette anche di allargare il percorso di normalizzazione delle relazioni lanciato nelle ultime settimane con gli stati arabi. A questo va aggiunto un ritorno non indifferente in termini di presenza economica nella regione.

Questo accordo potrebbe essere un punto a favore anche per Vučić e il governo kosovaro. Il presidente serbo può continuare a presentarsi all’esterno come interlocutore affidabile, disposto a fare concessioni pur di giungere ad una risoluzione definitiva senza per questo esser costretto a riconoscere l’indipendenza di Pristina. Vučić ha inoltre voluto sottolineare come l’accordo sia stato raggiunto con gli Stati Uniti e non con il Kosovo. Posizione confermata dallo stratagemma di apporre le firme in due documenti separati. La firma congiunta avrebbe infatti rappresentato un riconoscimento de facto del Kosovo come soggetto autonomo.

Sia Vučić che Hoti sanno benissimo che in caso di disaccordo la parte economica potrà, all’occorrenza, rimanere lettera morta senza provocare nessuna conseguenza reale. L’unico rischio è quello di infastidire Russia e Cina, alleati strategici che potrebbero rivedere la loro politica verso Belgrado. Un rischio solo potenziale visti gli enormi interessi, soprattutto cinesi, in Serbia.

Per il primo ministro Hoti, la firma all’accordo rappresenta una sorta di ringraziamento per le pressioni esercitate dall’amministrazione Trump nei confronti del vecchio governo guidato da Albin Kurti, sfiduciato nel mese di marzo in seguito al disaccordo sull’eliminazione dei dazi sui prodotti serbi. Con il mutuo riconoscimento con Israele, Pristina ottiene un importante attestato della sua esistenza confermando lo stretto legame con gli Stati Uniti. La partecipazione ad una mini-Schengen balcanica e il ripristino dei collegamenti ferroviari con la Serbia potrebbero favorire gli scambi regionali e di conseguenza sostenere un afflusso di risorse nelle già povere casse dello stato.

La palla passa ora all’Unione Europea che oggi a Bruxelles, ha in programma un incontro cui parteciperanno Vučić, Hoti e il capo della diplomazia europea Josep Borrell. Appare molto complicato che si giunga ad un risultato concreto. Sia per l’estrema difficoltà nel risolvere questioni decennali, sia per l’incapacità dell’Unione di garantire benefici concreti e immediati, al di là del già poco credibile processo di adesione.

Nel frattempo Trump incassa un successo da spendere in campagna elettorale. Ma non è detto che basti. Nena News

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