L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

martedì 1 settembre 2020

Mare Nostrum, questi politici incapaci euroimbecilli a tutto tondo, devono investire nella nostra marina militare subito e con tanti soldi veri

TURCHIA SEMPRE PIÙ AGGRESSIVA. GLI INTERESSI ITALIANI NEL MEDITERRANEO ORIENTALE


(di Renato Scarfi)
31/08/20 

Visto che i problemi economici e sanitari causati dalla pandemia non erano sufficienti, sull’area del Mediterraneo continua a imperversare l’aggressiva politica estera di una Turchia sempre più alla ricerca di aree dove espandere la propria influenza politica, economica e (probabilmente) religiosa.

Non bastava, infatti, la provocazione delle navi militari turche contro le navi militari francesi1 (nazione ancora formalmente alleata nella NATO), non bastava la provocazione altamente simbolica (e religiosa) di una Hagia Sofia riconvertita in moschea, non bastava la precedente provocazione lanciata con un Navtex2 lo scorso luglio, che annunciava una fantomatica ricerca petrolifera nelle acque limitrofe a Kastellorizzo, isola greca a soli tre chilometri dalle coste turche3.

Ci voleva anche l’ultima (in ordine di tempo) provocazione turca che, sempre con un Navtex, annunciava il ritorno in forze nelle acque greche per altre ricerche petrolifere, questa volta collegate a esercitazioni navali. Una serie di provocazioni che sta rischiando di far incendiare il Mar di Levante e di trascinare con sé tanti altri attori. Ma andiamo con ordine.


Lo scorso 10 giugno, nel corso dell’operazione NATO di sorveglianza marittima “Sea Guardian” (che dal novembre 2016 ha sostituito la NATO “Active Endeavour”), una nave militare turca ha effettuato il puntamento del suo radar del tiro contro un’unità militare francese (foto). Un’azione provocatoria ed estremamente aggressiva che ha scatenato le proteste formali di Parigi e il ritiro temporaneo francese dall’operazione NATO a partire dal 1 luglio, ma che avrebbe potuto innescare reazioni e controreazioni ben più gravi.

È poi noto a tutti che, a partire dal 24 luglio il museo di Hagia Sofia non è più un museo, di immenso valore storico, artistico e religioso, ma una moschea. Le pressioni della comunità internazionale per far rivedere questa decisione altamente simbolica non hanno avuto alcun seguito. Al danno si è aggiunta anche la beffa giacché Erdoğan, che aveva cercato di tranquillizzare il mondo circa il mantenimento dei preziosi e stupendi mosaici bizantini di ispirazione cristiana, contenuti all’interno del museo, affermando che non sarebbero stati toccati, li ha oscurati, sottraendoli alla vista di quanti avrebbero voluto ammirare quelle splendide opere d’arte. Non è azzardato pensare che esse non saranno oggetto, in futuro, di alcun tipo di manutenzione o restauro e che saranno probabilmente destinate a un irrecuperabile deterioramento, colpevoli di non essere musulmane.

Le più recenti rivendicazioni marittime, invece, traggono spunto dall’accordo sottoscritto con la Libia di al-Serraj lo scorso 27 novembre 2019, riguardante la delimitazione dei confini delle rispettive Zone Economiche Esclusive (ZEE) marittime. Un accordo che è considerato illegale sia da parte dell’Unione Europea che da parte degli Stati Uniti e ha fatto sollevare dubbi e perplessità di ordine giuridico ed economico da parte di molti altri paesi rivieraschi. Ciò nonostante Ankara ha deciso di avviare attività militari nell’area che rappresentano palesemente una provocazione e una minaccia alla sovranità nazionale greca, in quanto condotte sembra anche entrando senza preventiva autorizzazione nelle acque territoriali elleniche. Ciò ha fatto sollevare dure proteste formali da parte di Atene, che ha denunciato la violazione delle sue acque territoriali.


Solo l’intervento del gruppo navale statunitense della portaerei Eisenhower (foto), impegnato in esercitazioni congiunte con le navi greche, ha calmato le “acque”, suggerendo alla Turchia di concludere le “ricerche” in anticipo sui tempi dichiarati. Purtroppo solo temporaneamente perché, non appena gli USA si sono allontanati dall’Egeo, all’inizio di agosto Ankara è tornata nella stessa area di Kastellorizzo per una nuova campagna di ricerche di fonti energetiche, attività svolta congiuntamente a un’esercitazione navale nell’area a sud est delle isole di Kastellorizzo e Rodi, a ridosso dello spazio aereo e marittimo greco. Atene ha immediatamente sollecitato la convocazione urgente di una riunione dell’Unione Europea sulla questione e Bruxelles ha “prontamente” risposto che sarebbe stata convocata per… la fine del mese di agosto.

L’inadeguata flemma europea ha portato la Francia a intervenire in un’area di suo forte interesse economico (Total) e in una situazione in preoccupante deterioramento, rafforzando la propria presenza militare nell’area del Mediterraneo orientale e avviando un’esercitazione congiunta con la Marina greca, cui si è aggiunta anche una unità della Marina italiana, finalmente sbloccata dai lacciuoli di una politica negli ultimi anni troppo intenta alle beghe nazionali e spesso cieca fuori dai nostri confini. Una partecipazione, quella della Marina italiana, dall’alto significato geopolitico e che vuole, congiuntamente alle altre Marine alleate, sollecitare la Turchia a una politica meno muscolare e più ispirata al dialogo, ma che ha anche un forte significato di volontà di ritorno alla difesa degli interessi nazionali a tutto tondo, in particolare sul mare, principale via degli scambi commerciali mondiali, per noi indispensabili, e fonte di importanti risorse energetiche.

È noto, infatti, che il Mediterraneo orientale è sede di enormi giacimenti di gas naturale che l’ENI, pur avendo in passato ottenuto delle concessioni per la trivellazione da parte di Nicosia, non ha potuto sfruttare per il deciso intervento ostruzionistico della Turchia che ha impedito, con le sue navi militari, le operazioni di trivellazione da parte della nave italiana SAIPEM 120004.

In attesa di una doverosa presa di posizione da parte dell’Unione Europea la Germania, presidente di turno del Consiglio, ha inviato il proprio ministro degli Esteri ad Atene e ad Ankara per incontrare gli omologhi greco e turco e sondarne le reali intenzioni negoziali, per poi riferire le impressioni avute nel corso della citata riunione dei Ministri degli Esteri dell’Unione Europea del 27 e 28 agosto a Berlino.


Nel frattempo la Turchia ha diffuso un nuovo Navtex, con il quale avvisa che all’inizio di settembre verranno condotte nuove esercitazioni navali nel Mediterraneo orientale. Secondo quanto riportano alcuni media, le manovre riguarderanno diverse unità militari che saranno impegnate in attività di addestramento al tiro.

L’aggressività marittima dimostrata da Ankara non deve, comunque, essere letta con la sola chiave politico-economica che le ha fatto imboccare la rotta della politica del “Navtex”, una sorta di nuova "diplomazia delle cannoniere", usata per proteggere e ampliare in modo aggressivo i suoi confini marittimi. Il veemente, e prepotente, attivismo turco in mare e in politica estera deve essere anche letto in chiave interna in un momento nel quale, per effetto delle numerose epurazioni, la figura del presidente Erdoğan non sembra brillare in modo particolare. A ciò si aggiunge anche il tentativo di proporsi al mondo musulmano come un riferimento politico, in grado di sfidare la potenza occidentale anche nel campo religioso. Ricordo ancora, a tal proposito, le decisioni relative alla già citata Santa Sofia, dello scorso luglio, e la trasformazione in moschea il 21 agosto scorso di un reliquiario della tradizione cristiana bizantina a Istanbul, la chiesa di San Salvatore in Chora.

Tuttavia, sembra che il tentativo di non rimanere politicamente emarginata, compattando il mondo-arabo-islamico attorno alle rivendicazioni territoriali/marittime turche non stia andando a buon fine, dato che Ankara ha trovato a Il Cairo un antagonista deciso a contenerne le aspirazioni espansionistiche. L’Egitto, infatti, si sta opponendo alla Turchia sia sul mare, con i recenti accordi con la Grecia sulle rispettive ZEE, sia su terra, dove in Libia sostiene il Generale Haftar. Un Egitto che ha dalla sua parte anche glie Emirati Arabi Uniti, che hanno ultimamente inviato a Creta alcuni caccia F-16, e un altro gigante politico e religioso del mondo arabo-islamico, l’Arabia Saudita sunnita, che bilancia l’Iran sciita, che invece sembra sostenere la Turchia.

Un mondo arabo-islamico diviso, quindi, il cui compatto supporto sarebbe invece indispensabile alla Turchia per non rimanere isolata e poter perseguire con successo la politica espansionistica neo-ottomana che caratterizza questo suo periodo storico.


E, mentre sulle acque dell’Egeo si sta giocando una partita i cui esiti avranno importanti implicazioni sull’affermazione del diritto internazionale, i nostri vertici militari della Difesa continuano a manifestare una cecità strategica incredibile e a penalizzare la nostra presenza in un teatro, quale quello Mediterraneo, che in passato ha sempre rappresentato la nostra principale direttrice di attenzione politica, ma che ultimamente sembra diventato meno importante dei giochi di potere che si svolgono all’interno dei palazzi romani.

Forse troppo intenti a coltivare la cultura del potere questo non viene usato, per esempio, per agevolare il raggiungimento della completa capacità operativa della portaerei Cavour (gli aerei F-35B destinati alla Marina sono stati inaspettatamente acquisiti dall’Aeronautica) ma per effettuare apparentemente inutili esercitazioni di rischieramento di quegli stessi aerei a Pantelleria come “proiezione di potenza” (sic!), ricalcando un visione molto in voga nel passato ventennio di una “penisola naturale portaerei protesa nel Mediterraneo”5 ma che, in tempi quali quelli che stiamo vivendo, sembra più una rappresentazione per giustificare decisioni nostalgiche, senza minimamente migliorare l’efficienza operativa dello strumento militare, di quello navale in particolare. Un’esercitazione che non ha minimamente risposto alla domanda che molti osservatori si pongono: “a cosa servono all’Aeronautica gli F-35B, velivoli a decollo corto e atterraggio verticale, progettati e costruiti per impiego navale?”.

In un momento nel quale molte importanti crisi si sviluppano in un mare dove tutti gli eventi si influenzano a vicenda e producono importanti conseguenze globali, invece di permettere alla nostra flotta e alla nostra portaerei di navigare in piena efficienza a tutela degli interessi politici ed economici nazionali, si preferisce continuare a guardare al limitato orizzonte del proprio orticello.

Tra i Paesi mediterranei solo Italia e Francia hanno la portaerei, nave che ha ampiamente dimostrato di essere un validissimo strumento di efficace proiezione di potenza, estremamente utile anche nel fornire un immediato e adeguato sostegno alle operazioni navali6. In un momento nel quale si profilano gravi crisi nel Mediterraneo, impedire che l’Italia possa schierare la sua portaerei e fare la sua parte sul teatro in questa fondamentale area politica ed economica mondiale, a tutela degli interessi nazionali appare, di conseguenza, illogico, anti-economico e anti-storico.

La storia, infatti, insegna che è spesso necessario dimostrare di avere uno strumento militare compatto e unito, ed essere decisi a usare tutta la forza di cui si dispone, qualora indispensabile, a sostegno (e non in sostituzione) delle iniziative diplomatiche. L’attuale crisi nel Mar di Levante, innescata dalle rivendicazioni turche, non fa eccezione.

Solo un sapiente bilanciamento tra dialettica diplomatica e determinazione militare da parte dei Paesi più avanzati, mediterranei in particolare, potrà indurre la Turchia ad abbandonare la rotta che porta allo scontro, contribuendo a gettare le basi per una stabilizzazione condivisa del Mediterraneo, corrispondente a un primario interesse nazionale dell'Italia.


1 Alcune considerazioni sul Mediterraneo, Difesa Online del 27 luglio 2020
2 Il Navtex ("NAVigational TEXt Messages") è un servizio internazionale automatico, trasmesso sulle medie frequenze, di stampa diretta per l'invio di avvisi alla navigazione. Viene soprattutto usato per trasmettere informazioni urgenti sulla sicurezza alle navi.
3 Alcune considerazioni sul Mediterraneo, Difesa Online del 27 luglio 2020
4 Difesa dei nostri interessi in Mediterraneo, Difesa Online del 14 maggio 2020
5 Mediterraneo sempre meno “nostrum”, controllato come e da chi? su https://www.remocontro.it/?s=RENATO+SCARFI
6 L’importanza delle portaerei in una Marina moderna, Difesa Online del 29 giugno 2020

Foto: Türk Silahlı Kuvvetleri / U.S. Navy / ministero della difesa

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