L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

domenica 13 settembre 2020

NO - Solo l'incultura del falso ideologico del M5S poteva proporre quell'abominio del cambio della Costituzione

Il taglio dei senatori è irragionevole

12.09.2020 - Rocco Artifoni


Nella proposta di riduzione dei parlamentari oggetto del referendum costituzionale sicuramente il punto più controverso è la diminuzione del numero dei senatori. Vediamo perché:

In Assemblea Costituente si stabilisce di eleggere 1 deputato ogni 80 mila abitanti e 1 senatore ogni 200 mila abitanti. Quindi, nel 1948 il rapporto tra senatori e deputati è di 1 a 2,5 (2 senatori ogni 5 deputati).

Nel 1963 i deputati e i senatori diventano un numero fisso, non più relativo al numero di abitanti: 630 deputati e 315 senatori. In quel momento comunque 630 deputati corrispondono a 1 deputato ogni 80 mila abitanti. Ma 315 senatori corrispondono a 1 senatore ogni 160 mila abitanti. Infatti, applicando la regola stabilità nella Costituzione del 1948, i senatori sarebbero stati 260, ma il Parlamento decise di aumentarli del 20%, portandoli a 315, evidentemente perché riteneva che 260 senatori fossero un numero insufficiente per svolgere le funzioni di un’Assemblea legislativa.

La revisione costituzionale sottoposta a referendum, riducendo i senatori da 315 a 200, modificherebbe in modo sostanziale il rapporto tra senatori e abitanti. Già attualmente con una popolazione di 60 milioni il rapporto è diventato di 1 a 192 mila (quindi vicino a 1 a 200 mila previsti nel 1948). Se venisse confermata la revisione, si passerebbe ad un rapporto di 1 senatore ogni 300 mila abitanti. In Europa non esistono Assemblee legislative così poco rappresentative: l’Italia si collocherebbe assai lontano da tutti gli altri Paesi (di fatto fuori dal quadro europeo).

Il confronto con il Senato della Germania (69 senatori) e degli Stati Uniti (100 senatori) è fuorviante, poiché si tratta di Stati Federali. Se comunque volessimo fare un raffronto, dovremmo inserire nel calcolo anche gli eletti degli Stati, dei Lander e delle Regioni. In tal caso attualmente abbiamo questa situazione: Stati Uniti = 7.918 politici (435 deputati, 100 senatori e 7.383 parlamentari degli Stati), Germania = 2.604 politici (709 deputati, 69 senatori e 1.826 eletti nei Lander), Italia = 1.847 (630 deputati, 320 senatori e 897 eletti nei Consigli regionali). Se venisse confermata la revisione costituzionale, i rappresentanti in Italia si ridurrebbero a 1.502 (400 deputati, 205 senatori e 897 regionali).

La riduzione a 200 senatori potrebbe creare alcuni problemi nella composizione delle Commissioni sia dal punto di vista del pluralismo sia dell’efficienza nel funzionamento del Senato.

Nella Costituzione vigente (art. 57) si stabilisce che “il Senato è eletto a base regionale” e che “nessuna Regione può avere un numero di senatori inferiore a sette” (con le eccezioni del Molisem,2 senatori, e della Valle d’Aosta, 1 senatore. Da queste prescrizioni si evince che i Costituenti volessero che il Senato fosse anche espressione delle realtà regionali e che alle Regioni più piccole si dovesse applicare un “premio di minoranza”, stabilendo un numero minimo di rappresentanti anche se non corrispondente al rapporto con gli abitanti. La revisione costituzione prevede che il numero minimo dei senatori eletti da ogni Regione scenda da 7 a 3, con una notevole “compressione”.

Tra i cosiddetti “correttivi” alla riduzione del numero dei parlamentari, viene proposta un’ulteriore revisione costituzionale, per eliminare la base regionale dei seggi del Senato. Inoltre, circola la proposta di ridimensionare il numero dei delegati regionali per l’elezione del Presidente della Repubblica (attualmente sono 58, che verrebbero ridotti a 39). Il colmo è che molti dei sostenitori di queste ulteriori revisioni dichiarano di essere regionalisti e/o autonomisti convinti.

Quasi tutte le forze politiche dichiarano di essere favorevoli al superamento del bicameralismo paritario (detto anche “perfetto”). Di fatto i “correttivi” proposti vanno in direzione opposta: eleggere i senatori con collegi circoscrizionali (come avviene per la Camera) e uniformare l’età dell’elettorato attivo e passivo per il Senato a quelle della Camera. Di conseguenza avremmo due Camere ancora più simili. A quel punto al Senato bisognerebbe persino cambiare il nome, non essendo più l’Assemblea legislativa dei più anziani.

Se la riduzione dei deputati da 630 a 400 lascia assai perplessi, la diminuzione dei senatori da 315 a 200 appare del tutto irragionevole. Purtroppo il testo di revisione costituzionale comprende entrambe le riduzioni, realizzate in modo proporzionale, ma che hanno implicazioni e conseguenze non paragonabili. Sarebbe stato più corretto approvare e proporre due revisioni distinte: una per la Camera e l’altra per il Senato, in modo che l’elettore potesse scegliere in modo autonomo il numero degli eletti per ciascun ramo del Parlamento. Invece abbiamo a disposizione un solo quesito e una sola risposta. Una ragione in più per non accettare riforme costruite in modo così approssimativo.

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