L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 12 settembre 2020

Non saranno le aziende a contribuire a far nascere un ceto politico diverso ma solo chi ha chiaro in testa che bisogna cambiare i parametri di cosa COME quanto dove chi deve produrre

Ecco come le aziende tengono a galla l’economia italiana

11 settembre 2020


Il commento di Gianfranco Polillo non solo sui dissidi fra governo e Confindustria

Nemmeno la pandemia è riuscita a frenare il dinamismo delle imprese italiane. E mentre la politica sembra sfogliare la margherita, baloccandosi con mille cose politicanti, si pensi al Mes, ancora una volta le imprese, pur muovendosi in totale solitudine, hanno mostrato al mondo le cose migliori di questo Paese. Sono i dati Istat a confermare questo piccolo miracolo. Nei primi sei mesi di quest’anno, nonostante chiusure e lockdown, il saldo attivo delle partite correnti della bilancia dei pagamenti è stato di oltre 23 miliardi di euro. Sebbene il turismo sia andato com’è andato ed il Pil, nel secondo trimestre, abbia “registrato un calo senza precedenti (–12,8% rispetto al primo trimestre) condizionato negativamente sia dalla domanda interna (–9,5 punti percentuali) sia da quella estera netta (–2,4 punti percentuali)”. Secondo l’asettica certificazione dell’Istat.

Ancora meglio era andata nel periodo precedente: sette anni di vacche grasse. Dei 39 Paesi europei censiti dall’Eurostat – dalla Svezia alla Turchia – solo 14 hanno fatto registrare, nel periodo 2012 – 2019, un attivo delle partite correnti della bilancia dei pagamenti. In testa ovviamente la Germania, che ha fatto la parte del leone: 50 per cento del totale, quindi l’Olanda (14 per cento), ed infine Italia ed Irlanda, più o meno a pari merito, con il 10 per cento. Performance più che soddisfacente. La speranza è che duri. Con il dollaro che, a seguito della politica monetaria della Fed, si muove a ribasso, mantenere quelle posizioni sarà sempre più difficile.

Particolare la situazione italiana, dove quei forti attivi sono in aperto contrasto con il tono più generale della sua economia: un tasso di crescita di lungo periodo da ultima della classe, un livello di disoccupazione e di sottoccupazione ai massimi storici, un welfare sempre più inadeguato per far fronte alle nuove e vecchie povertà, enormi squilibri territoriali, un sistema formativo in quel marasma che tutti conosciamo, anni luce lontano dagli standard europei. Un quadro disarmante. Che si colora di pessimismo.

Durante quell’intervallo di tempo, il risparmio derivante dal surplus delle partite correnti della bilancia dei pagamenti, sempre secondo l’Eurostat, in Italia è stato pari ad un totale di 189,5 miliardi. Se a questa somma, di per sé gigantesca, si sommano gli altri 23 di cui si diceva all’inizio abbiamo un importo maggiore dei benefici del Recovery Fund. La loro gestione pluriennale ha prodotto risultati positivi? Non sembrerebbe, visto che sono stati messi a disposizione dell’estero, a causa della carenza di investimenti interni. Investimenti pubblici e privati: distinzione necessaria ai fini di una corretta impostazione di politica economica.

Perché questi risultati poco edificanti? Ma perché non si è avuto la forza o la volontà di modificare il meccanismo allocativo. Quei “rapporti di produzione”, per riprendere il vecchio Marx, dai quali dipende la produzione e distribuzione della ricchezza. Avendo privilegiato lo status quo i risultati sono stati quelli indicati: eccesso di risparmio, rispetto alle capacità di investimento; eccesso di disoccupazione; eccesso di debito pubblico, originato dalla compressione del Pil. E via dicendo. Unico aspetto positivo: la maggiore ricchezza finanziaria degli italiani, seppure malamente distribuita.

La grande disponibilità di risorse finanziarie, messe a disposizione dall’Europa, modificherà questo andazzo? Ne dubitiamo: stando almeno a quel che si vede. Di come modificare quei meccanismi, al di là delle astrazioni sul “modello di sviluppo”, non se ne parla. Anzi, finora, più che dalle parole, dagli atti compiuti dei responsabili del Governo sembra proprio il contrario. Che si punti cioè a ricomporre quei vecchi equilibri, che la crisi aveva sconvolto. Come risulta evidente dalla gestione delle politiche per il lavoro. Il blocco dei licenziamenti ha un senso se, nel frattempo, si favoriscono le necessarie riconversioni produttive. Altrimenti è solo una misura assistenziale che nega, in radice, il monito di Mario Draghi, con il quale, tartufescamente, gli stessi esponenti si erano dichiarati d’accordo.

Nonostante tutto, Carlo Bonomi, Presidente di Confindustria, può quindi ritenersi se non soddisfatto. Almeno gratificato. I dati confermano la veridicità della sua analisi. Da una parte ci sono le imprese che mantengono alto il bandierone del Paese. Dall’altro politici inconsistenti. Tutti ripiegati su se stessi, con l’unica idea di continuare. Circondati da tecnici che si limitano a condurre l’asino dove vuole il padrone, perché partecipi della stessa sindrome.

Magra consolazione, lo riconosciamo. Ma all’origine di questa diarchia ci sono, anche, le loro responsabilità. Finora si sono limitati a gestire al meglio la loro attività. Spesso soli contro tutti. Il che, come abbiamo visto, ha creato forti attivi valutari, ma non la crescita complessiva del Paese. Forse è giunto il momento di cambiare registro. Occuparsi di più delle altre cose. Insomma scendere nell’arena per contribuire, anche nel proprio interesse, a far nascere un ceto politico diverso.

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