L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

venerdì 11 settembre 2020

Perché pagare 45 miliardi quando se ne può fare a meno?

Gli inglesi non vogliono pagare i 45 miliardi di euro della Brexit

Con la ripresa dei negoziati il gioco si fa duro fra Londra e Bruxelles. Siamo all’ultima chance

ALBERTO NEGRI | 09 SET. 2020 11:32 | 0


Ma con la Brexit non dovevamo rivederci più? Invece no, anche nell’era post-Covid siamo ancora qui a parlare degli inglesi e del premier Boris Johnson che sta facendo di tutto pur di non sborsare nelle casse dell’Unione europea 45 miliardi di euro per impegni già presi con i partner Bruxelles. E proprio oggi Johnson si gioca il suo bluff per mettere gli europei spalle al muro.

Con la ripresa dei negoziati il gioco si fa duro fra Londra e Bruxelles sulla Brexit perché questa è ultima chance per cercare di concludere un accordo entro il 15 ottobre, data ultima per chiudere le trattative e far sì che l’intesa sia approvata delle due parti, l’Europarlamento ed il Parlamento britannico. In caso contrario si va al “No Deal” e gli inglesi, come da copione, non pagano.

L’ipotesi del “No Deal”, ovvero un’uscita senza accordo, è sempre più concreta ma in alternativa si propende a regolare i futuri rapporti, a partire dal 1° gennaio 2021, sulla base delle regole del Wto, vale a dire sul modello delle relazioni che l’Ue intrattiene con l’Australia.

Il nodo resta sempre la questione “Irlanda”, con l’Unione che punta a garantire il massimo interscambio senza frontiere mentre Londra vuole garantirsi l’accesso al mercato unico senza fare concessioni in tema di sovranità e pesca.

E proprio sull’Irlanda il gioco si è fatto più apro ed il premier britannico Boris Johnson si prepara a mettere sul tavolo la sua carta migliore portando oggi in Parlamento una legge, l’Internal Market Bill, in base alla quale Londra derogherebbe a parte degli impegni presi con il primo accordo sulla Brexit, di fatto proteggendo i confini nazionali e chiudendo le frontiere fra l’Irlanda del Nord e quella britannica.

Quello dei confini resta un’annosa questione, commerciale e politica. Gli irlandesi non vogliono il ritorno di un confine fisico tra le due Irlande perché temono di mettere a rischio l’Accordo del Venerdì Santo (Good Friday Agreement). Con quell’intesa, di cui sono garanti gli Stati Uniti, nel 1998 si è posto fine a decenni di guerra civile strisciante tra i fautori dell’annessione dei territori nordirlandesi alla Repubblica d’Irlanda e i sostenitori della lealtà al Regno Unito. Per questo motivo l’Ue ha sempre chiesto, con gli irlandesi, che il confine tra Repubblica d’Irlanda e Irlanda del Nord restasse invisibile (“no hard border”) anche dopo la Brexit.

La proposta di legge ha messo già in allarme Bruxelles, con lo spauracchio di un ritorno di dogane e frontiere, che si vuole evitare a tutti i costi, ma in molti ritengono che si tratti solo di un bluff, uno stratagemma per portare a casa un accordo più conveniente per Londra.

I toni si sono alzati alla vigilia dei negoziati, specie dopo che il negoziatore britannico, David Frost, ha chiarito che il Regno Unito propende per la linea dura e “non diventerà uno Stato satellite della Ue”.

«L’Unione ha fatto numerose proposte costruttive per sbloccare i negoziati», ha affermato il portavoce della Commissione europea per la Brexit, Daniel Ferrie, aggiungendo «faremo tutto ciò che è in nostro potere per raggiungere un accordo, che deve essere in linea con gli interessi politici ed economici dell’Ue nel lungo termine». Ma il tempo stringe, dal momento che l’accordo dovrà poi essere sottoposto all’Europarlamento ed al Consiglio europeo.

Per allentare la tensione il presidente del Consiglio europeo, Charles Michel, ha commentato su Twitter: «Potremmo perdere il Regno Unito, ma non perderemo la nostra forza d’animo».

In realtà anche lui sa perfettamente che Johnson punta un obiettivo: non pagare per la Brexit.

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