L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

venerdì 11 settembre 2020

Racconti di mezz'estate - 5 - La moneta è carta straccia come negli anni dopo il 1345 a Firenze


La storia si ripete: cos'e meglio la carta o l'oro?


20 settembre 2020

C’è un libro molto interessante che ho letto alcuni anni fa che si intitola “IL GOVERNO DELLA MONETA A FIRENZE E A MILANO NEI SECOLI XIV E XVI”, scritto dal grandissimo studioso e storico Carlo M. Cipolla. Ai tempi non riuscii a comprare il libro perché non si trovava in commercio, o per lo meno non seppi trovarlo, per cui lo presi in prestito alla Biblioteca delle Oblate a Firenze che ne aveva una copia. Adesso ho visto che invece si trova facilmente da acquistare anche sui noti portali online. Il libro parla delle interessantissime vicende monetarie dell’epoca. Sono vicende molto simili ai tentativi dei governi dei giorni nostri di gestire situazioni economiche impossibili maneggiando la moneta sotto la direzione delle Banche Centrali. Si osservano infatti innumerevoli stratagemmi e disperati e temporanei tentativi che, come sempre avviene, non fanno che peggiorare le cose rimandando al domani un problema che da piccolo diventa gigante. Nell’epoca trattata dal libro, la moneta era oro e argento, quindi molto più difficile da diluire rispetto ad ora, nell’epoca dei Quantitative Easing, ovvero la creazione della moneta ex nihilo con la semplice digitazione di bit. Il libro è molto divertente, come tutti gli scritti del professor Cipolla. Si possono trovare analogie con gli episodi di politica monetaria di adesso, riproposti in chiave medievale: la tosatura delle monete, per ricavare qualcosa da quelle già in circolo, la fluttuazione di un metallo rispetto ad un altro, per gestire i pagamenti secondo il tornaconto di Governi e Zecca a scapito di cittadini e artigiani, e la guerra delle valute che sfociava in veri e propri episodi militari, vedi la guerra contro Pisa, vinta da Firenze con la battaglia di Cascina e raffigurata in varie opere d’arte e poi ripresa anche successivamente dal Giambologna in una statua che si può anche sbirciare dalla vetrata al museo del Bargello dove si ammirano i glutei marmorei della bella Firenze, raffigurata come una donna stupenda che schiaccia Pisa sotto il piede, città allegoricamente raffigurata come un uomo orribile e cattivo sconfitto dalla Firenze trionfante con una mossa di Ju-Jitsu ante litteram.


La storia della moneta e della sua eterna imperfezione è qualcosa di veramente affascinante. Si capisce come in ogni epoca i Governi abbiano dovuto sempre affrontare i problemi relativi alla gestione della moneta che, da strumento imperfetto in quanto debitorio, deve riuscire sempre a bilanciare le esigenze egemoniche del potere con le necessità di garantire sufficiente fluidità per gli scambi commerciali e la serenità dei popoli, compito difficilissimo e soggetto a inevitabili cicli di espansione e recessione. La frase che più mi ha colpito nel libro è la seguente: “e li banchieri non pagavano che di carta”. Si riferisce all’episodio del fallimento delle banche fiorentine nel 1345 dovute ai prestiti che Bardi e Peruzzi avevano fatto al Re Edoardo III d’Inghilterra. La moneta prestata e non restituita venne a mancare e i banchieri, non potendo creare monete d’oro dal nulla, iniziarono ad emettere biglietti di carta con su scritta la promessa di pagamento. Non ci volle molto per capire che dietro a quella carta non c’era niente, i mercanti andavano da una banca a un’altra mostrando i biglietti e ricevendo in cambio, non moneta sonante ma carta frusciante. E così avvenne il disastro. E tutte le banche si tirarono giù l’una con l’altra. La storia è molto interessante; qui l’ho descritta malamente in due righe. Chiedo scusa. Ecco linkato un ottimo articolo per approfondire: https://www.ilsole24ore.com/art/il-grande-crack-firenze-AERvExPE

Sempre restando in tema, è interessante anche la lettura della storia della Banca d’Italia che è descritta molto bene sul loro sito ufficiale dove si capisce come sia sempre stato praticamente impossibile garantire, anche per tempi abbastanza brevi, la possibilità di convertire le banconote in oro, in un perenne vano tentativo di dare fiducia nella carta e di mantenere la funzione di istituto centrale d’emissione. Cercando di resistere il più duramente possibile alla tentazione che prima o poi finisce per colpire anche il più stoico dei banchieri, ovvero quella di stampare carta dicendo che è oro. Un gioco sempre basato sulla fiducia. Una bugia con le gambe corte.


Ai giorni nostri possiamo dire che la funzione di istituto centrale di emissione sia affidata alla Federal Reserve. Questo perché il dollaro americano è tuttora la valuta di riserva globale e la valuta in cui è espressa la maggior parte dei commerci globali, la valuta in cui sono quotati tutti i beni incluso l’oro e la valuta di Wall Street. I dollari sono anche sotto il riflettore di tutti i più accorti analisti economici proprio perché, in questi ultimi anni, con un’accelerazione verticale, la dimensione con cui vengono creati e distribuiti inizia a preoccupare e a dare segnali d’allarme sul piano della sostenibilità. Qui si può controllare in tempo reale: https://www.usdebtclock.org/

Di questo argomento parla molto accuratamente Peter Schiff. Molto apprezzabile questo suo recente podcast poi trascritto sul suo sito web.


Peter Schiff ci indica correttamente che la bolla del mercato azionario è la più grande bolla di sempre, ma si tratta della soltanto più grande bolla azionaria di sempre. Ci fa notare che c’è una bolla molto più grande di quella azionaria ed è la bolla del dollaro. Su questo argomento si sono espressi molti altri analisti bravissimi tra cui l’ottimo Michael Pento https://pentoport.com/ .

Praticamente i Buoni del Tesoro Americani (Treasuries) non sono altro che Dollari. Dollari e Buoni del Tesoro sono la stessa cosa. Una banconota da 100 dollari è la stessa cosa di un Buono del Tesoro zero coupon con valore facciale di 100 dollari. La differenza è quindi quella che i Buoni del Tesoro sono Dollari che pagano un po’ d’interesse. Chi ha sottoscritto dei Buoni del Tesoro, praticamente ha in mano dei dollari e deve solo aspettare la maturazione per entrarne in possesso. Chi ha questi buoni detti Treasury ha prestato soldi al Tesoro americano manifestando la sua fiducia nel Dollaro sperando che un Treasury con un tasso dell’1,4% e scadenza a 30 anni potrà ancora aver valore a quella data, pur sapendo che il tasso di inflazione è molto più alto, per stessa ammissione del Governo. Non è facile convincere gli investitori a investire in questa bolla. La gente non è poi così stupida da comprare qualcosa che sicuramente farà incorrere in una perdita certa. Infatti, scrive sempre Schiff, è la Banca Centrale stessa che compra questi bond stampando dal nulla i soldi necessari all’acquisto. Un investitore privato dovrebbe destinare i soldi che ha guadagnato con il duro lavoro all’acquisto di Buoni del Tesoro che gli garantirebbero un rendimento scarsamente appetibile. È molto più facile per una Banca Centrale creare i soldi dal niente per comprare quei buoni. In questo caso non c’è né fatica né lavoro, tranne lo sforzo di digitare una scrittura contabile con un computer. Ci sono però i trader. Sono investitori che, grazie a questa artificiosa dinamica, sono così rassicurati dai suddetti interventi della Banca Centrale che continuano comunque ad acquistare i Buoni del Tesoro sovrapprezzo perché sono convinti che siano tutto sommato un bene rifugio. Accade infatti che molti investitori si rifugino nei Treasury quando si verificano pesanti perdite sui mercati azionari. Ma la Banca Centrale, stampando Dollari e comprando Treasury, crea una domanda fasulla di Buoni del Tesoro, tirandosi dietro anche gli altri investitori che si trovano però a dover pagare così un prezzo maggiorato artificialmente. Trovandosi di fronte ad una stampa insensata di dollari in questa spirale di creazione monetaria e di acquisto di Buoni del Tesoro, il pubblico dei sottoscrittori inizia a preoccuparsi, non solo del pericolo inflattivo scarsamente compensato dal rendimento dei Bond, ma soprattutto della tenuta del sistema. Quando gli investitori si accorgono della presenza di un rischio, iniziano a chiedere un interesse più alto, ma la Banca Centrale non vuole che ciò avvenga e l’unico sistema che ha per non far salire i tassi è quello di stampare ancora più soldi e comprare ancora più Buoni del Tesoro. Alimentando questo circolo vizioso che erode ancora più velocemente la fiducia nel Dollaro.

Ricapitolando: la Federal Reserve, stampando Dollari crea inflazione che erode il valore dei Buoni del Tesoro e ciò fa si che i sottoscrittori richiedano un interesse più alto sul loro investimento per compensare la perdita di potere d’acquisto dei Dollari che hanno prestato al tesoro americano proprio perché la Federal Reserve ha creato dollari per comprarli. Diciamolo ancora più semplicemente: più dollari più inflazione – più inflazione più tasso d’interesse – per far scendere il tasso si creano nuovi dollari per comprare nuovi buoni e così via. Praticamente ogni azione crea l’effetto opposto ma si continua a farla perché non si può smettere.

In questo modo la spirale perpetua si auto alimenta e prende energia vorticosa. Una forza stritolatrice che attrae tutti i soggetti dentro queste spire mortali, mentre la bolla, non più contenibile, continua a espandersi fino ad avviluppare tutto e tutti. E vorrebbero convincerci che questi Buoni del Tesoro sono un bene rifugio!

Nel passato una banconota da 20 dollari dava diritto a un’oncia d’oro. 


In qualsiasi banca sia andasse, bastava esibire il biglietto per ricevere indietro una moneta di metallo prezioso. Con questo sistema si capisce come il biglietto di carta fosse solo la ricevuta. Come quando si lascia il cappotto al guardaroba. Il valore non è il bigliettino rilasciato dalla guardarobiera, ma il cappotto stesso, appeso allo stendino e lasciato al sicuro in custodia.

Questa possibilità è andata progressivamente a sparire fino ad essere totalmente abolita nel 1971.

Di fatto gli USA sono falliti nel 1971, non essendo stati più in grado di onorare con la moneta sonante le proprie promesse di pagamento cartacee. “E li banchieri non pagavano che di carta”. La storia si ripete. I banchieri promettono sulla carta, ma non mantengono mai. “Di carta ve ne diamo quanta ne volete, anche di bit ne abbiamo a volontà”. Una promessa di carta si paga con un’altra promessa di carta che diluisce il valore della precedente. Perpetuamente.

Ma il metallo, scarso per natura, non si crea dal niente. 

La storia dell’umanità e quella dell’oro vanno a braccetto da sempre. Ci sono cicli economici in cui la fiducia nella carta, (e adesso nella moneta elettronica) ha fatto funzionare benissimo quel pratico strumento di scambio. Finché c’è la fiducia, la carta funziona benissimo, è molto comoda, ma quando la fiducia scricchiola è sempre stata una buona precauzione affrettarsi a convertire la carta in qualcosa di tangibile prima che tutti quanti abbiano la stessa idea nello stesso momento. Non deve necessariamente essere oro. Ogni bene tangibile ha comunque valore. In Germania, durante la crisi iperinflazionistica del 1923, chi trovava una valigia piena di marchi, gettava via le banconote e si teneva la valigia. Le banconote che uscivano dalla tipografia già non avevano più valore perché il tempo necessario a stamparle le aveva già azzerate. Non sappiamo se ciò accadrà nuovamente. Speriamo di no, ma le azioni di creazione monetaria esponenziale che vediamo non fanno presagire niente di buono.


È molto lungo quindi non ce la faccio proprio a tradurlo, ma il succo è questo: se avete investito in oro e non avete il metallo fisico “in saccoccia”, è meglio non fidarsi dei contratti cartacei che promettono di garantire l’equivalente in oro presso i caveau. Probabilmente il vostro oro o non c’è più o esistono centinaia di contratti sullo stesso lingotto che è stato prestato o venduto a chissà quanti soggetti. Non si compra l’oro per cercare di guadagnare. L’oro si compra per difendere nel tempo il potere d’acquisto del denaro che, come abbiamo visto, nella storia viene sempre eroso per la sua natura debitoria e quindi inflattiva che necessita di nuovo debito per pagare quello precedente. L’oro è un’assicurazione contro la svalutazione della moneta e per salvarsi se la carta si vaporizza. È come le scialuppe di salvataggio o le ruote di scorta: si spera di non doverle mai usare, ma se la barca va a fondo o se si fora l’auto, siamo contenti di averle a bordo e di poterle usare. La carta brucia in un attimo, l’oro è per sempre. Questo è il vero bene rifugio. Sennò c’è sempre la carta.


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