L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

domenica 4 ottobre 2020

Euroimbecilandia ci aiuta a buttarci nel baratro e i nostri euroimbecilli agognano il Vincolo Esterno

Vi racconto la confusione del Tesoro su manovra, Recovery e debito

4 ottobre 2020


Il punto di Giuseppe Liturri su Recovery Fund e non solo

Settimana importante quella appena trascorsa per comprendere le sorti dello strumento per la ripresa economica (Next Generation EU) che i Leader dei Paesi UE definirono a grandi linee nell’accordo politico del 21 luglio. Dopo due mesi in cui siamo stati vox clamantis in deserto, finalmente anche sulla grande stampa – fino a ieri osannante verso le magnifiche sorti e progressive di questo strumento – ha avuto inizio un bagno nella realtà che sta provocando il brivido freddo dato dall’inconsistenza e fragilità dell’intera costruzione del Next Generation EU (NgEU).

Nello stesso tempo, il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri è alle prese con la Nota di aggiornamento al Documento di Economia e Finanza (Nadef), che dovrebbe delineare lo scenario macroeconomico alla base della legge di bilancio 2021. Avrebbe dovuto presentarla entro il 27 settembre, ma non è sicuro che avvenga nemmeno in occasione del Consiglio dei Ministri convocato per lunedì 5 ottobre. C’è da capire la difficoltà in cui si dibatte: non c’è certezza sui progetti che potrebbero ricevere i sussidi o i prestiti della Ue, i quali potranno essere sottoposti formalmente solo dal 1/1/2021 e potrebbero richiedere fino a 3 mesi per la definitiva approvazione del Consiglio UE; inoltre, dopo aver preso atto che i prestiti faranno sicuramente aumentare il debito pubblico, come un qualsiasi BTP, non è nemmeno sicuro, finché non si pronuncerà Eurostat, che i sussidi siano fuori dall’indebitamento netto. Non va dimenticato che il rimborso dei bond UE è pur sempre garantito dai maggiori contributi degli Stati membri e tasse dei relativi cittadini, ed i precedenti non sono affatto rassicuranti. Il denaro che arriverà attraverso i sussidi è comunque debito, con l’aggravante che, qualora non riuscissimo a sfruttare tutti i sussidi (65 miliardi del RRF), saremmo comunque chiamati a contribuire al rimborso del debito complessivo con la nostra quota del 13%, a prescindere dalla distribuzione del beneficio tra gli Stati Membri.

La sintesi delle difficoltà l’ha fornita il ministro stesso, la scorsa settimana in audizione parlamentare, affermando che “la Nadef quest’anno è un esercizio complesso“. Infatti a via XX Settembre stanno lavorando affannosamente per trovare leggi di spesa già incluse nell’indebitamento netto tendenziale (che così non aumenterebbe) da finanziare attraverso i fondi europei, anziché ricorrere al mercato dei titoli di Stato, che però riescano contemporaneamente a superare la strettissima griglia di selezione predisposta dai burocrati di Bruxelles. Un dedalo inestricabile, che ci porta dritto verso il primo grande difetto del NgEU: come ha finalmente scoperto anche Federico Fubini sul Corriere della Sera di mercoledì, la spesa aggiuntiva generata dal fondo sarà nettamente inferiore ai 100 miliardi. È molto probabile che il Governo si limiti ad inserire nel bilancio 2021 solo maggiori spese finanziate da sussidi che non dovrebbero far aumentare il deficit e si riservi di ricorrere ai prestiti solo per finanziare spese già a bilancio. Ma questo fa clamorosamente crollare l’impatto macroeconomico del NgEU, ai fini del quale contano solo le spese aggiuntive, poiché a rilanciare il PIL del 2021 concorreranno somme davvero modeste. In poche settimane i 209 miliardi si sono liquefatti: 127 sono prestiti che è meglio non nominare nemmeno per non aumentare ancora il debito; i 64 miliardi di sussidi del dispositivo per la ripresa (Rrf), ancorché sperabilmente impegnati tra 2021 e 2023, saranno pagati con estrema lentezza (solo il 7% nel 2021 ed il 22% dopo il 2027); gli altri 15/16 di sussidi sono frazionati su altri strumenti ancora in alto mare. Qualcuno davvero ritiene che pagamenti dalla Ue nel 2021 largamente inferiori al 1% del PIL, possano costituire quella svolta epocale annunciata urbi et orbi da mesi per rilanciare la nostra economia?

L’eccessiva fiducia riposta in questa iniziativa comincia a vacillare anche alla luce delle difficili trattative in corso a Bruxelles. La stentata maggioranza qualificata (con 9 voti contrari) con cui il comitato degli ambasciatori presso la UE (Coreper) ha adottato mercoledì una bozza di regolamento sullo Stato di diritto che la settimana prossima sarà negoziata con l’Europarlamento è solo la punta dell’iceberg. Entro dicembre dovranno essere approvati numerosi regolamenti di spesa, tra cui il più importante è quello sul Rrf, da approvarsi a maggioranza qualificata del Consiglio e dall’Europarlamento. Poi c’è il bilancio 2021-2027 da 1.074 miliardi, per il quale serve però l’unanimità del Consiglio ed il voto a maggioranza dell’assise legislativa di Strasburgo. Infine c’è la decisione sulle risorse proprie, la più importante perché senza di essa la Commissione non potrà indebitarsi sui mercati per 750 miliardi ed erogare sussidi e prestiti. Tale decisione deve essere approvata all’unanimità dal Consiglio e ratificata da ciascun Stato membro. Al confronto, i marines americani avrebbero preferito affrontare i Vietcong nelle paludi del Vietnam. E le parole dell’ambasciatore tedesco presso la Ue, Michael Clauss (“Il programma continua ad essere ritardato. Già ora, saranno molto probabilmente inevitabili ritardi con conseguenze per la ripresa economica dell’Europa”) sono la prova delle difficoltà e, allo stesso tempo, della forza con cui la Germania sta serrando i tempi del confronto. Sarebbe uno smacco troppo grave per il Consiglio, alla cui presidenza è di turno la Cancelliera Merkel, non riuscire a rispettare i tempi.

I tre pilastri sopra elencati, pur avendo percorsi diversi si tengono tutti tra loro e sono negoziati in una logica di pacchetto in cui ciascuno Stato difende i propri diritti ed interessi. Dopo settimane di ottimismo di facciata, Gualtieri ha scoperto che condizionare questi fondi al rispetto delle raccomandazioni Paese del Semestre Europeo, significa reintrodurre dalla finestra il Patto di Stabilità attualmente sospeso e che le discussioni “esaustive” – qualora anche un solo Stato abbia perplessità sul conseguimento degli obiettivi del Rrf da parte di un altro Stato beneficiario – potranno rallentare di molto i pagamenti.

Speriamo che questo risveglio non sia tardivo e che la necessità di fare presto (ricordiamo ancora la fretta che portò all’approvazione del famigerato bail-in, ben testimoniata dallo scomparso ministro Fabrizio Saccomanni che parlò di un clima di velate minacce verso l’Italia) non ci costringa ad ingoiare i soliti bocconi amari che arrivano da Palazzo Berlaymont. Perché appare questo l’esito più probabile: si chiuderà un minuto prima della mezzanotte in quanto nessun Paese può permettersi di finire additato come il colpevole della ritardata, o peggio mancata, erogazione dei fondi e quindi azionerà il freno un metro prima del baratro, massimizzando la propria posizione negoziale. Chi ha tutto da perdere è il nostro Paese, che potrebbe essere costretto ad accettare compromessi al ribasso nascosti nelle mille pieghe dei regolamenti che non sono “attuativi”, come vengono sbrigativamente definiti, ma sono un atto legislativo di primaria importanza, immediatamente esecutivo in tutti i Paesi UE. Senza di essi il NextGenEU non esisterebbe giuridicamente.

Tutti questi dubbi hanno ricevuto solo ulteriore conferma dopo il Consiglio Europeo del 1 e 2 ottobre. Ufficialmente si è discusso di politica estera, mercato unico, industria e transizione digitale, ma è ovvio che il convitato di pietra è stato il Recovery Fund. Il Presidente Giuseppe Conte già alla vigilia aveva ben focalizzato il problema dichiarando che “non sono preoccupato, dopo quello che è stato fatto non è possibile non procedere speditamente”. Ancora più esplicito è stato dopo la riunione, rimarcando che “Il Recovery fund non può essere alterato o ritardato, nessuno può permettersi di farlo e l’Italia non lo permetterà […] Non si può assolutamente mettere in discussione un impegno politico assunto quando tutta Europa ci guardava. Nessuno oggi può e deve permettersi di mettere in discussione un impegno politico assunto a 27″. Conte ha ribadito che “i nostri cittadini non possono contemplare affatto discussioni tecniche che possano ritardare il Next generation Eu”.

Parole che descrivono puntualmente, meglio di qualsiasi sintesi, il “cul de sac” in cui è finito il nostro Paese.

Sin dal Consiglio del 23 aprile, quando i leader affidarono alla Commissione il compito di mettere a punto un piano per la ripresa, il nostro governo investì un enorme capitale politico su questo strumento. Né assunse un atteggiamento più guardingo il 28 maggio, quando Ursula Von der Leyen presentò il Next Generation Eu e la lettura delle bozze dei regolamenti, zeppe di condizioni quasi capestro, avrebbe dovuto suggerire una strategia negoziale più prudente. L’esultanza sopra le righe con cui è stato poi salutato l’accordo del 21 luglio, che avrebbe invece dovuto essere realisticamente accolto con una buona dose di scetticismo, ha alzato ulteriormente le aspettative ed aumentato il distacco con la realtà.

Ora ci ritroviamo a meno di 90 giorni dal 1/1/2021, data prevista per l’entrata in vigore del regolamento che disciplina il NGEU e prima data utile per l’invio formale dei piani nazionali per la ripresa (da inviarsi al più tardi entro il 30 aprile), e sono ancora in alto mare tutte le norme che dovrebbero disciplinare questo complesso pacchetto. E senza norme in Gazzetta Ufficiale della UE, non sarà possibile presentare i piani nazionali per la ripresa e nessuno vedrà un centesimo.

Il Commissario Paolo Gentiloni venerdì ha descritto la delicatezza del momento ed ha confermato che tutto, tanto per cambiare, è nelle mani della presidenza tedesca del Consiglio Ue che “sta lavorando molto duramente con il Parlamento per una cosa mai fatta, avere debito comune per obiettivi di tutta l’Ue. Non è una cosa normale, ma straordinaria. Confido che potremo approvare questo piano di rilancio alla scadenza dell’aprile 2021″.

Tutto è riposto nella capacità di mediazione di Angela Merkel protagonista venerdì di un siparietto con il Presidente Conte che, avvicinatosi pronto a salutarla con il tocco del gomito, ha visto la Cancelliera fare un rapido balzo all’indietro, teso ad evitare il contatto ravvicinato. La Merkel deve tutelare la sua salute per riuscire in uno sforzo titanico: sbloccare lo stallo in corso tra Consiglio ed Europarlamento sul bilancio ordinario del prossimo settennato 201-2027, sulla decisione relativa alle entrate per finanziare il rimborso dei bond del NGEU, e sui regolamenti (tra cui spicca la tutela dello Stato di diritto e proprio il NGEU). Tuttavia è forse eccessiva l’enfasi data in questi giorni alla presunta opposizione di Polonia e Ungheria sul tema dello Stato di diritto. La vera disputa è quella sulle entrate future della UE, senza le quali non parte nulla e su questo punto chi si oppone a nuove tasse sono i Paesi in cui la pianificazione fiscale aggressiva è benvenuta, come l’Olanda, il cui Premier Mark Rutte ha già minacciato il veto del proprio Parlamento. Polacchi ed Ungheresi si muovono di conserva. Al nostro Paese non resta che inseguire e recriminare di aver messo tutte le uova nello stesso paniere (o meglio, ginepraio) troppo presto e trovarsi così in una posizione negoziale debolissima. Pur di fare presto, rischiamo di accettare di tutto, prestito del Mes incluso. La recriminazione è ancora maggiore se si osservano i dati pubblicati giovedì dal Mef: a settembre il fabbisogno del settore statale è pari a 22 miliardi (rispetto ai 23 del settembre 2019) e da gennaio il fabbisogno si attesta a 128 miliardi (73 miliardi in più rispetto al 2019) e, nonostante ciò, la spesa per interessi cala, in nove mesi, di ben 4,5 miliardi (-10%). Il Tesoro ha emesso più debito ma a tassi decrescenti (sfruttando anche scadenze più brevi a tassi negativi) facendo scendere il conto finale che calerà ancor più quando Bankitalia girerà al Mef, sotto forma di dividendi, gli interessi incassati sui titoli di Stato.

Allora le perplessità sulla condotta di questo Governo non fanno che aumentare. Perché non abbiamo sfruttato a fondo questa congiuntura favorevole, che la Bce sosterrà ancora a lungo, per definire un nostro autonomo piano di rilancio, senza condizioni ed estenuanti negoziati? La seconda potenza manifatturiera d’Europa ha bisogno di indebitarsi con la UE, anziché col mercato, “risparmiando” forse un piatto di lenticchie (ma sappiamo che così non è, perché è frutto del paragone di mele con pere), ma perdendo la libertà di decidere cosa e quanto spendere per la ripresa?

O c’è l’esplicita scelta di perpetuare il vincolo esterno fino al 2058, rafforzando il pilota automatico che governa la nostra economia ormai da diversi anni, cominciando magari proprio dal prestito del Mes, definito tempo fa da un insospettabile Giampaolo Galli una pistola puntata alla tempia?

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