L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

domenica 18 ottobre 2020

Il covid-19/lockdown strumento per distruggere uomini, merci, capitali e mezzi di produzione compie la sua opera nei confronti del settore petrolifero. Il reset del sistema produttivo Occidentale continua e il ciclo di accumulazione ricomincerà su nuove basi, a tutt'oggi difficile prevedere in quale direzione

Il petrolio è in declino?

18 ottobre 2020


Petrolio: l’approfondimento di Le Monde

La crisi sanitaria, scrive Le Monde, ha arrestato l’aumento della domanda globale. Le aziende europee stanno iniziando a investire massicciamente nelle energie rinnovabili, anche se si tratta solo di una piccola parte del loro portafoglio.

E se Covid-19 fosse stato un colpo fatale per la dipendenza del mondo dall’oro nero? Prima della crisi sanitaria, la domanda globale di petrolio sembrava non conoscere limiti. Nel 2019 il pianeta aveva superato la soglia dei 100 milioni di barili al giorno. Da allora, la domanda ha continuato a crescere, spinta dalle colossali esigenze della Cina, della petrolchimica e del traffico aereo. Ma la crisi sanitaria e le misure di contenimento hanno fermato drasticamente questa tendenza.

Nell’aprile 2020, ad esempio, la domanda è scesa del 30% per la prima volta nella storia. La crisi dell’oro nero ha spinto il prezzo del petrolio a livelli molto bassi: il prezzo del barile di Brent, il petrolio di riferimento mondiale, è sceso a meno di 20 dollari al barile. Il petrolio americano ha avuto anche episodi di prezzi negativi. Quest’estate, diversi analisti ritenevano che la domanda sarebbe gradualmente aumentata, credendo che i prezzi del petrolio sarebbero risaliti gradualmente sulla traiettoria pre-crisi.

Ma il petrolio sembra essere entrato in una spirale infernale, il cui modello dondola da ogni parte. In primo luogo, il calo dei prezzi ha portato le imprese a ridurre drasticamente i loro investimenti. Senza nuovi progetti, i settori attuali tenderanno a diminuire. Alcune regioni ne stanno già soffrendo, in primo luogo gli Stati Uniti.

DOMANDA ESISTENZIALE

Il modello americano del petrolio scistoso ha permesso agli Stati Uniti di superare i 13 milioni di barili al giorno prodotti all’inizio del 2020 e di diventare il primo produttore mondiale davanti a Russia e Arabia Saudita. Ma per sostenere questa crescita, per continuare a trivellare è necessario investire ingenti somme di denaro in modo permanente. Dalla crisi sanitaria, una ventina di aziende specializzate in scisto americano sono già fallite. Il problema è che, secondo le proiezioni dell’Agenzia Internazionale per l’Energia, è proprio grazie alla crescita della produzione di questo petrolio di scisto americano che si potrebbe riuscire a soddisfare la domanda per i prossimi dieci anni.

Secondo le analisi del gruppo britannico BP, l’oro nero ha già raggiunto un picco di domanda e non tornerà mai ai livelli del 2019. Altre società, come Total, stimano che questo picco non sarà raggiunto per altri dieci anni. Prima della crisi, molti analisti consideravano questa prospettiva relativamente lontana; intorno al 2040.

Ma la pandemia sembra avere fatto precipitare la situazione. L’aumento del telelavoro e la limitazione duratura dei viaggi aerei rischiano di trasformare le abitudini e quindi di ridurre la domanda di carburante. Analogamente, piani massicci a sostegno dell’elettrificazione del settore automobilistico accelereranno probabilmente il passaggio ai veicoli elettrici e all'efficienza energetica.

Si tratta di una questione esistenziale per i paesi produttori e le compagnie petrolifere. Se la domanda non cresce più, ha ancora senso investire nella perforazione di nuovi pozzi che produrranno per più di vent’anni? Soprattutto in un mercato in cui i prezzi rimarranno volatili per lungo tempo.

RIDUZIONE DEGLI INVESTIMENTI

“Siamo vicini a un punto di svolta. Ci sono diversi fattori che spingono in questa direzione, anche dal lato dell’offerta”, dice Patrice Geoffron, del Centro di Geopolitica dell’Energia e delle Materie Prime dell’Università di Parigi-Dauphine. Di fronte al calo dei prezzi, i principali produttori hanno già ridotto significativamente i loro investimenti nell'esplorazione e nella produzione di idrocarburi.

Tanto più che i dati della società di consulenza specializzata Rystad Energy, analizzati dal think tank francese The Shift Project, hanno dimostrato che alcuni dei principali paesi produttori, come la Russia, l’Algeria e l’Angola, stanno vivendo un inevitabile calo della produzione. Tuttavia, il radicale calo del prezzo del petrolio rende improbabile la ripresa di importanti investimenti nei prossimi mesi per sviluppare progetti a prezzi competitivi.

Contemporaneamente, importanti aziende europee come BP, l’anglo-olandese Shell, la francese Total e l’italiana ENI stanno iniziando a investire massicciamente nelle energie rinnovabili, anche se questo cambiamento rappresenta attualmente solo una piccola parte del loro portafoglio. Le aziende americane, dal canto loro, continuano a credere fermamente nell’oro nero.

Questo significa che il petrolio scomparirà nei prossimi vent’anni? “Ci sarà ancora petrolio nel 2050”, ha risposto il CEO di Total Patrick Pouyanné, che giovedì 1° ottobre ha presentato gli scenari energetici del Gruppo. Secondo le traiettorie tracciate da Total, il pianeta consumerebbe ancora tra i 40 e gli 85 milioni di barili al giorno nel 2050. Non è proprio la fine del regno della botte. Ma l’inizio di un lungo declino.

(Estratto dalla rassegna stampa estera a cura di Epr)

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