L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

domenica 18 ottobre 2020

Il ritorno alle nazioni imperiali, forse, di certo gli Stati Uniti non hanno mai smesso di esserlo con le centinaia e centinaia di basi militari sparse per il mondo

Che cosa cela lo scontro Cina-India

18 ottobre 2020


Prima la Russia, poi la Cina, adesso l’India e la Turchia; le vecchie nazioni imperiali sembrano essere tornate protagoniste nelle relazioni internazionali

Come riportato dalla rivista Foreign Policy, lunedì scorso i vertici militari di Cina e India si sono incontrati per il settimo round di negoziati, volti a placare le tensioni lungo il confine tra i due giganti asiatici, la cosiddetta Linea di Controllo Effettivo, già luogo di violenti scontri nel corso degli ultimi mesi.

Non sono stati rilasciati comunicati ufficiali, ma le notizie che sono traspirate non sembrano particolarmente positive, alla luce delle posizioni irriconciliabili tra i due paesi e dalla decisione di non ridurre la rispettiva presenza militare lungo la Linea.

Tuttavia, è incoraggiante notare che dopo il sesto round di negoziati tenutosi il 22 settembre u.s., Cina e India hanno rilasciato una dichiarazione congiunta, ai sensi della quale si impegnavano ad evitare un’escalation, assumendosi l’impegno di “fermare l’invio di ulteriori truppe, astenersi da ogni cambiamento unilaterale della situazione sul campo ed evitare ogni azione che possa complicare la situazione” (qui il link al comunicato ufficiale).

Ovviamente gli Stati Uniti non si sono fatti attendere e, per mezzo delle parole del Segretario di Stato Pompeo e del National Security Advisor O’Brien, hanno assicurato l’appoggio a New Delhi, minacciando –anche se indirettamente- la Cina, accusata di essere l’artefice dell’escalation delle tensioni.

Dalle tensioni tra Cina e India emergono alcuni spunti di riflessione.
CINA

La Cina di Xi Jinping ha cambiato completamente atteggiamento in tema di relazioni internazionali, diventando sempre più assertiva e aggressiva. Le ragioni sono facilmente spiegabili: è il paese più grande del mondo per popolazione, è la seconda economia del mondo (e a breve, diventerà la prima) con una crescita che non si è ridotta neanche in tempi di pandemia, ha messo a segno alcuni colpi diplomatici importanti, quali l’accordo con il Vaticano e la Belt and Road Initiative, che ha visto anche l’adesione dell’Italia.

Tuttavia, questa nuovo atteggiamento muscolare cinese rischia di portare più danni che benefici.

La Cina è infatti storicamente la principale potenza regionale nel Sud Est Asiatico, pertanto i vicini della Cina hanno storicamente timore del potente vicino e il risveglio cinese sta coincidendo con il risveglio delle preoccupazioni di paesi quali Taiwan, Giappone, Corea del Sud, Vietnam e Tailandia. Più la Cina diventa aggressiva, più questi paesi saranno costretti ad allearsi con gli Stati Uniti, in chiave di protezione da Pechino.

D’altra parte, Australia e Giappone hanno già manifestato chiaramente le loro preoccupazioni e hanno rafforzato le loro relazioni con lo Zio Sam. La Cina rischia così di rimanere isolata e accerchiata da paesi ostili.

INDIA

L’altro gigante asiatico sembra giocare una partita di rimessa, attende le mosse della Cina e non ha altra scelta che rimanere alleata degli Stati Uniti (almeno fino a quando la sua economia, molto più fragile di quella cinese, non le consentirà una maggiore autonomia). Tuttavia, non deve sfuggire il fatto che si tratta di un paese enorme, con una popolazione giovane e in crescita, dotata di armi nucleari.

Le dimensioni delle due nazioni, infatti, potrebbero consentire loro di pagare un prezzo in termini di vite umane che invece non potrebbe essere neanche minimamente considerato dagli altri paesi. Questo potrebbe far sorgere cattive idee nei loro vertici politico-militari.

Pertanto, uno scontro tra gli unici due paesi al mondo con più di un miliardo di abitanti, entrambi dotati di armi nucleari, dovrebbe essere evitato a tutti i costi, il prezzo sarebbe intollerabile.

NEL RESTO DEL MONDO

L’escalation delle tensioni tra Cina e India porta a riflettere su un dato degli ultimi anni: il ritorno delle nazioni imperiali. Prima la Russia, poi la Cina, adesso l’India e sempre di più la Turchia; le vecchie nazioni imperiali sembrano essere tornate protagoniste nelle relazioni internazionali.

D’altra parte, anche in Europa si assiste ad un ritorno ad una politica di potenza unilaterale da parte del Regno Unito (si veda l’uscita dall’Ue) e, in parte, della Francia, che con Macron sembra aver rispolverato il vecchio piano di De Gaulle, di utilizzare la dimensione europea per affermare la potenza francese.

Secondo le parole di De Gaulle, la Francia avrebbe fatto da “fantino” mentre la Germania avrebbe avuto il ruolo del “cavallo”; sembra tuttavia difficile che Berlino accetti di buon grado tale piano, alla luce dei mutati rapporti di forza tra i due paesi (sia in termini di popolazione, sia in termini di economia) e del maggior peso esercitato dalla Germania in seno all’UE.

Riuscirà in questo contesto l’Ue a creare una politica estera autonoma?

In ogni caso, quanto sopra non può che preoccupare.

Sembrano, infatti, essere state accantonate le idee e le aspirazioni che apparivano dominanti fino a pochi anni fa: multilateralismo, tutela dei diritti umani, supremazia della democrazia, ricerca di accordi di pace. Realpolitik e i rapporti di forza sembrano essere gli unici fattori che contano nei rapporti internazionali. Purtroppo, il mondo di domani sembra sempre più simile al mondo di ieri.

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