L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

martedì 6 ottobre 2020

La politica monetaria della Bce dava soldi mentre gli stati erano obbligati a togliere la moneta in circolazione, uno scontro, un incontro di pugilato. Il covid-19 ha obbligato la Bce a fornire assistenza agli stati, la Francia sarebbe collassata, ma ora i tedeschi dicono basta, sempre perseveranti nel loro obiettivo che è quello poi del Progetto Criminale dell'Euro di uccidere l'economie di Euroimbecilandia per papparsele a una a una. Porto di Trieste docet

Punire per Educare
Nella BCE è scontro aperto sul PEPP

di Guido Salerno Aletta
26 settembre 2020

C'è baruffa a Francoforte: il quantitative easing in corso, denominato PEPP (Pandemic Emergency Purchase Program) è oggetto di revisione: mentre da una parte c'è chi propende per incrementarne ancora la dotazione, arrivata a 1350 miliardi di euro da spendere entro la fine di giugno del 2021, ci sono altrettante resistenze. Si temono effetti negativi, per via dei tassi di interesse negativi sui titoli pubblici che danneggiano gli investitori. La Corte tedesca di Karlsruhe è stata durissima, con una sentenza che ha obbligato la BCE a dimostrare la congruità e la proporzionalità dei propri interventi che possono penalizzare gravemente l'economia della Germania avvantaggiando quella di altri paesi, come l'Italia, che invece hanno un beneficio rilevante dalla riduzione dei tassi di interesse sul debito pubblico.

Vediamo quale è lo schema teorico sulla cui base agiscono le banche centrali.

Quando c'è una situazione di grave difficoltà per l'economia, e l'epidemia di Covid-19 l'ha determinata a livello mondiale, le banche centrali intervengono per sostenerla: riducono i tassi di interesse per dare sollievo ai debitori ed iniettano liquidità, al fine di evitare che si crei una deflazione dei prezzi.

Se chi produce non solo vende di meno, ma vende anche a prezzi inferiori rispetto a quelli precedenti, si avvia al fallimento in quanto non solo rinuncerebbe al profitto ma non rientrerebbe neppure nei costi sopportati.

Quando invece l'economia è surriscaldata, cresce troppo, avviene il contrario: i prezzi aumentano molto velocemente ed i risparmiatori si possono vedere restituita una somma inferiore a quella che hanno investito: se hanno prestato 100 lire al 5% per un anno, avranno indietro 105 lire. Ma se nel corso dell'anno i prezzi sono aumentati del 10%, anziché ottenere un interesse di 5 lire dal prestito si vedranno decurtato il capitale: le 105 lire incassate non bastano infatti per acquistare un prodotto che nel frattempo ha visto lievitare il suo prezzo del 10%, passando da 100 a 110 lire. Ecco perché si dice che l'inflazione è la più subdola delle tasse e va combattuta: danneggia i risparmiatori.

La BCE, organo di vertice del Sistema delle Banche Centrali Nazionali (SBCN), persegue come obiettivo principale la stabilità dei prezzi; l'articolo 282 del TUFUE stabilisce però che: "Fatto salvo tale obiettivo, esso sostiene le politiche economiche generali nell'Unione per contribuire alla realizzazione degli obiettivi di quest'ultima".

Dopo la crisi americana del 2008, sono iniziate le politiche monetarie fortemente espansive, con la sola inopinata interruzione decisa dal Governatore Jean Claude Trichet con la Exit Strategy, iniziata a fine 2009 e proseguita fino all'estate del 2010, quando subentrò Mario Draghi che provvide immediatamente ad abbassare i tassi di interesse ed a lanciare a cavallo della fine d'anno ben due LTRO's senza limiti di importo per rifornire di liquidità il sistema bancario.

L'obiettivo, sempre proclamato dalla BCE di fronte alla tendenze recessive dell'economia, è sempre stato uno solo: la stabilità della moneta si raggiunge quando il tasso annuo di inflazione dei beni al consumo è "vicino ma non superiore al 2%". L'abbassamento dei tassi di riferimento per le operazioni di rifinanziamento delle banche, così come la penalizzazione dei depositi presso la BCE eccedenti la riserva obbligatoria, avevano come finalità la riduzione del costo del debito: ciò avrebbe accelerato la crescita economica e, conseguentemente, l'inflazione.

Non c'è solo la politica monetaria, ma anche quella fiscale che dipende dal modo con cui si gestiscono i bilanci pubblici.

Per fronteggiare le conseguenze della crisi, i Paesi dell'Unione europea hanno approvato il Patto per la Stabilità e la Crescita (il famoso "Fiscal Compact") che impone il pareggio di bilancio come regola della politica fiscale, con aggiustamenti strutturali annuali volti ad azzerare il deficit, e l'obiettivo di portare il rapporto debito/PIL al 60% con riduzioni dell'eccedenza al ritmo di 1/20 l'anno.

Il minor costo degli interessi, indotto dalla politica monetaria espansiva della BCE, avrebbe dovuto facilitare il duplice e gravoso compito degli Stati: portare il bilancio in pareggio e ridurre il rapporto debito/PIL. Ci siamo trovati in una situazione paradossale: mentre la BCE cercava in ogni modo di aumentare l'inflazione per portarla vicino al 2% annuo, tutte le politiche fiscali sono state orientate alla deflazione, quella dei salari, innanzitutto. Infatti, ai fini del deficit massimo ammissibile, la Commissione europea calcola il NAWRU (Non Accelerating Wage Rate of Unemployment) cioè il livello di disoccupazione necessario per non avere una crescita inflazionistica dei salari. Ci si basa sulla Curva di Phillips, una teoria economica corroborata dalle osservazioni, da cui emerge una relazione inversa tra disoccupazione ed inflazione: più è alta la disoccupazione e più è bassa l'inflazione; più è bassa la disoccupazione e più è alta l'inflazione.

Fatto sta che negli anni scorsi la crescita reale delle economie europee è stata tanto più bassa quanto più è stata forte la pressione per ridurre il deficit strutturale: in pratica, il maggior onere per gli interessi che l'Italia paga per via del suo enorme debito pubblico si è mangiata la crescita.

Si dovette aspettare ancora un bel po' prima, fino al marzo 2015, per avere un Qe sull'euro come quelli decisi ripetutamente dalla Fed statunitense: da quella data fino al marzo 2016 gli acquisti di titoli di Stato dei Paesi dell'area euro sono proceduti a un ritmo di 60 miliardi di euro al mese; tra aprile 2016 e dicembre 2017 il volume è salito a 80 miliardi di dollari, per poi scendere a 30 a partire dal gennaio 2018. Complessivamente, la BCE ha investito 2.150 miliardi di euro, di cui 362 miliardi in titoli di Stato italiani. Il beneficio in termini di minori costi per gli interessi sul debito pubblico è sfumato a causa del carattere recessivo della politica di bilancio, orientata al contenimento progressivo del deficit.

Anche per questo motivo la politica monetaria non è riuscita nel suo intento di portare l'inflazione ad un tasso "vicino ma non superiore al 2%": mentre la BCE pompava liquidità per dare fiato all'economia, il Fiscal Compact imponeva aggiustamenti continui che andavano in senso esattamente opposto.

Per fortuna, vista la gravità della situazione economica, per il 2020 è stata applicata la clausola di sospensione generalizzata del Fiscal Compact. Questa sospensione varrà anche per il 2021.

Se l'Unione europea ha messo in campo misure straordinarie come il Recovery Fund, di cui però si attente la attuazione più avanti nel 2021, si è riaperta la bagarre in seno alla BCE: secondo i Falchi, i Paesi del Nord, i 1350 miliardi già preordinati sarebbero sufficienti ed anzi si dovrebbe capire quale è l'effetto concreto dell'abbandono del criterio del "Capital Key" nella effettuazione degli acquisti di titoli di Stato: anziché fare aste per importi proporzionali al capitale di ciascuna Banca centrale che partecipa alla BCE, che corrisponde al peso del PIL di ciascun Paese, gli acquisti sono stati proporzionalmente più consistenti per i titoli di Stato italiani, spagnoli e francesi e meno consistenti per quelli tedeschi.

Il risultato è stato fortemente positivo per l'Italia, con una compressione dello spread e soprattutto arrivando ad un tasso di interesse sul decennale mai così basso. Forse è questa minore pressione del mercato sul nostro Paese che infastidisce i Falchi: stiamo facendo ancora, e sempre immeritatamente, le Cicale.

I Falchi non si rendono conto che anche i loro Paesi, le cosiddette Formiche, hanno avuto un beneficio da questa flessibilità negli acquisti dei titoli di Stato: se le aste della BCE fossero state indette per un ammontare proporzionale alla Capital Key, i tassi di interesse sul Bund, già fortemente negativi sarebbero sprofondati ancora di più.

Praticamente, e paradossalmente, con questa flessibilità operativa della BCE le Formiche hanno solo evitato un maggior danno mentre le Cicale hanno certamente avuto un maggior vantaggio.

Ai Falchi non importa se una azione non li danneggia affatto: trovano insopportabile il fatto che abbia avvantaggiato chi non se lo merita.

Ogni Stato deve pagare un prezzo diverso.

Chi ha più debito deve essere punito, perché il debito è peccato.

Nella BCE è scontro aperto sul PEPP

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