L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

martedì 6 ottobre 2020

Lo strumento fornito dal covid-19 serve per distruggere merci, uomini, capitali e mezzi di produzione, distruggere l'OFFERTA, alle banche centrali il compito di attenuare ed accompagnare il massacro sociale

Dalla BCE all'Unione Bancaria
Così i diktat tedeschi frenano l’Italia (e l’Europa)

Lorenzo Torrisi intervista Sergio Cesaratto
29 settembre 2020

Se la Bce, come la Fed, avesse l’obiettivo di contrastare la disoccupazione emergerebbe la necessità di una politica fiscale europea

Le Banche centrali in questi mesi sono tornate ad avere un ruolo primario per cercare di contrastare gli effetti della crisi da coronavirus. Parlando con Repubblica, Ignazio Visco ha evidenziato come la Bce non stia facendo meno della Fed. Spesso, e specialmente in fasi di crisi come quella attuale, si ricorda infatti che la Banca centrale americana ha un doppio obiettivo, mentre quella europea uno solo. Per il Governatore della Banca d’Italia “non è così. Noi abbiamo un obiettivo primario che è la stabilità dei prezzi. Ma poi abbiamo quello, scritto nel Trattato, in base al quale, pur soggetti alla stabilità dei prezzi, dobbiamo fare di tutto per contribuire agli obiettivi dell’Unione europea”, che “sono la piena occupazione con uno stato sociale soddisfacente, e la stabilità finanziaria”. Per Sergio Cesaratto, professore di Politica monetaria europea all’Università di Siena, «in linea di principio Visco ha ragione. Tuttavia, se per la Fed gli obiettivi riguardanti la stabilità dei prezzi e l’occupazione sono allo stesso livello, per la Bce il secondo è subordinato al primo».

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Questa differenza è importante?

Draghi non ha mai giustificato l’attivismo della Bce parlando esplicitamente di occupazione, ma ha sempre dovuto indicare la necessità di portare l’inflazione vicina al target del 2%. L’Eurotower ha cercato e cerca ancora di evitare di nominare l’occupazione come obiettivo perché nei fatti continua a essere anatema, è politicamente delicato perché troppo keynesiano. È evidente comunque che combattendo la deflazione si cerca di stimolare la ripresa economica contrastando quindi la disoccupazione. In ogni caso la differenza più importante tra le due sponde dell’Atlantico è un’altra.

Quale?

Per aumentare l’occupazione serve la politica fiscale, solo un cretino perfino in Germania lo negherebbe. In pratica occorre che ci sia la fiscal dominance: se si vuole mirare alla piena occupazione, la politica fiscale deve essere lo strumento principale e la politica monetaria deve mettersi a suo servizio consentendo che, tramite tassi di interessi bassi, non cresca il debito pubblico su Pil. Se l’obiettivo esplicito primario, accanto a quello della stabilità dei prezzi, fosse combattere la disoccupazione, l’Europa (EUROIMBECILANDIA) sarebbe in un certo senso costretta ad ammettere la necessità di una politica fiscale federale

Non c’è però una politica fiscale europea.

Questo è infatti vero. Comunque l’obiettivo di tenere bassi i tassi di interesse sui debiti pubblici nazionali è in buona sostanza quello che la Bce ha cercato di fare finora, anche se non ha mai potuto esplicitamente dire di agire per sostenere l’occupazione, perché i tedeschi si oppongono. Sarebbe certamente necessaria una politica fiscale europea, perché la politica monetaria ha armi spuntate, ma la Germania non la vuole.

Perché dice che la politica monetaria ha armi spuntate?

Perché è efficace quando si tratta di bloccare l’economia, mentre per cercare di favorire una sua espansione non è ugualmente potente: si possono portare anche i tassi sotto zero, aprire gli sportelli bancari sette giorni su sette, ma se le imprese non investono (c'è crisi di sovrapproduzione), le famiglie non chiedono credito, magari perché si stanno leccando le ferite dei debiti precedenti che non sanno come ripagare perché il fatturato crolla o perché si perde il lavoro (in prospettiva il precariato per tutti), l’economia non riparte. La politica monetaria ha un effetto importante sul costo del debito pubblico, permettendo una politica fiscale che però l’Europa non ha. Negli Stati Uniti, invece, politica monetaria e fiscale cooperano per l’espansione.

Oltre che di Bce e Fed, Visco ha parlato del Mes sanitario sottolineando che non esiste il rischio Troika. Cosa ne pensa?

L’Italia dovrà sostenere spese sanitarie e potrebbe anche essere utile avere risorse a bassi tassi per farlo. Il problema è che purtroppo non c’è da fidarsi dell’Europa. Adesso la Troika non c’è, ma considerando che il prestito del Mes sanitario va rimborsato in tempi non lunghi, dieci anni, potremmo trovarci in difficoltà al momento di quella scadenza e dover rinnovare il prestito, che a quel punto sarà con il Mes vero e proprio e allora la Troika ci sarà eccome! Occorre quindi fare bene i conti in tasca, posto che non è per forza necessario prendere tutti i 36 miliardi (i medesimi soldi si possono ottenere con titoli di stato a interessi controllati), ed essere politicamente espliciti sottolineando l’ambiguità di questo strumento se, come sembra, si è intenzionati a farvi ricorso.

Nel frattempo sta proseguendo il processo di riforma del Mes vero e proprio. C’è qualche rischio che il nostro Paese sta sottovalutando?

Mi sembra che l’Italia appaia ancora più isolata di prima nel dire ancora no a questa riforma. Non dobbiamo però dimenticare che proprio Visco, in buona compagnia, aveva espresso forti perplessità sulla riforma del Mes. Quel che è più preoccupante è che il Mes viene rafforzato come meccanismo tecnocratico di controllo dei bilanci pubblici nazionali. In buona sostanza si toglierebbe il controllo dei vincoli sui bilanci alla Commissione, che valuta eventuali procedure di infrazione fondamentalmente sulla base di considerazioni politiche, per darlo a un organo tecnocratico che agisce in base ad automatismi. Questo non va bene. La Commissione deve avere pieno controllo dei meccanismi e di sorveglianza e di eventuale intervento in caso di crisi finanziaria, che non possono finire in mano a un organismo totalmente tecnocratico.

Il Mes è altresì un tassello importante dell’unione bancaria. Anche su questo fronte sarebbe pericoloso?

Al Mes com’è ora può essere benissimo attribuita la funzione di prestatore di ultima istanza in caso di crisi bancarie sistemiche, dopo il ricorso al bail-in e ai fondi nazionali ed europei. Il problema sull’unione bancaria è che permane l’opposizione della Germania a costituire un fondo di salvataggio europeo per i depositi sotto i 100.000 euro se non vengono posti limiti di detenzione di titoli di stato alle banche, che rappresenterebbero naturalmente un problema per l’Italia. Trovo che la richiesta tedesca sia priva di senso dal momento che finché la Bce agisce come acquirente a garanzia dei bilanci pubblici le banche italiane possono benissimo detenere titoli di stato in pancia, dato che sarebbero sicuri.

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