L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 3 ottobre 2020

«l’utopia post-liberale di privatizzare il mondo, all'origine di gran parte dei nostri mali». Non abbiamo un secondo pianeta, Madre Terra è unica

L'economia neoliberale? Fiabe inventate dai ricchi per sfruttare

Un'intervista della rivista Credere a Gaël Giraud* sulla sfida ecologica
2 ottobre 2020

Il 3 settembre scorso papa Francesco ha ricevuto in udienza un drappello di persone a dir poco eterogeneo. Guidato dal presidente della Conferenza episcopale francese, comprendeva politici, intellettuali, professionisti di fama e un volto notissimo del cinema: l’attrice Juliette Binoche. «Un gruppo “colorato” che può stupire per la sua composizione», commenta sorridendo padre Gaël Giraud, gesuita, anch’egli della partita. «Eppure, al di là delle nostre differenze, abbiamo sperimentato che la sfida ecologica e la speranza che ci spinge richiedono un approccio trasversale: l’ecologia non può più essere il pallino di un gruppo di eroici attivisti né di una formazione politica isolata, ma deve diventare la preoccupazione e la speranza di tutti noi. E in questo la Chiesa cattolica, tra gli altri, ha voce in capitolo».

Solo chi non lo conosce può meravigliarsi della presenza di Giraud in un gruppo del genere. Già, perché padre Gaël è un gesuita sui generis, e non solo perché normalmente sfodera un look da manager al posto della tonaca. 50 anni, economista, da anni si dedica allo studio delle dinamiche dello sviluppo economico e delle sue contraddizioni, con un’attenzione specifica al tema ambientale. «Il mio dottorato di ricerca in matematica (al laboratorio di econometria dell’Ecole Polytechnique di Parigi) si è concentrato sulle basi dell’economia neoliberale. Volevo sapere se tale teoria avesse una solida base teorica. La risposta è no. È poco più di un complicato assemblaggio di fiabe inventate dai ricchi e potenti per giustificare il loro sfruttamento dei poveri e della Terra». Oggi l’economista gesuita punta il dito contro quella che egli chiama «l’utopia post-liberale di privatizzare il mondo, all’origine di gran parte dei nostri mali».
Parole di un pericoloso sovversivo? Tutt’altro. Il curriculum accademico di Giraud parla per lui: direttore della ricerca al CNRS (Centro nazionale della ricerca scientifica) di Parigi, il religioso è da poco professore presso la Georgetown University, prestigiosa università cattolica di Washington D.C., dove dirige l’Environmental Justice Centre.

All’indomani della sua ordinazione sacerdotale nel 2013, era stato nominato capo economista presso l’Agenzia francese per lo sviluppo (una banca pubblica che finanzia progetti di sviluppo nei Paesi del Sud), esperienza che gli ha permesso di familiarizzare col mondo degli aiuti internazionali ed incontrare esponenti di molti governi di Paesi emergenti.
(...) Padre Giraud ripercorre il percorso all’origine della sua vocazione e spiega il suo impegno per concretizzare le indicazioni dell’enciclica Laudato si’. L’idea-chiave alla quale oggi è associato il nome di Giraud è “transizione ecologica”, che dà il titolo a un suo fortunato libro. Spiega Giraud: «La ricostruzione sociale ed ecologica delle nostre società è il grande progetto che abbiamo l’opportunità di realizzare nei prossimi decenni. Non è un problema, ma la soluzione. Un progetto che unisce, anziché dividere, come invece fa l’utopia postliberale di privatizzare il mondo: una volta che si pensa alla Terra come proprietà privata, diventa legittimo poterla distruggere. E prima o poi, anche il prossimo diventa proprietà privata: la schiavitù è l’esito del processo di “uberizzazione” del mercato del lavoro, che sta mandando in soffitta i rapporti salariali regolati da due secoli di lotte sociali».

Giraud è un intellettuale, ma quando si tratta di farsi capire sa trovare esempi molto comprensibili: «Mentre se rompi la tua motosega – per fare un esempio caro al compianto David Graeber (autore del bestseller Bullshit Jobs, ndr) – puoi sempre prenderne un’altra, non abbiamo un secondo pianeta. Questa unicità della Terra in cui viviamo si riferisce a un’altra, a quella della mia vita, alla tua. È qui, al crocevia di queste due unicità, che la tradizione spirituale cristiana può trovare cittadinanza nei dibattiti sulla questione ecologica. Se non siamo in grado, collettivamente, di prenderci cura della singolarità di ciascuna delle nostre esistenze, come ci prenderemo cura del pianeta, e viceversa?


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