L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 3 ottobre 2020

Zingaretti ci vuole annichilire, distruggere, annullare le nostre volontà, da qui nasce l'iniziativa di farci respirare anidride carbonica prodotta da noi stessi invece di aria attraverso l'obbligo delle mascherine fuori casa, si aggrega a quel fanfulla di De Luca collega di quel coacervo di consorterie che chiamiamo Pd. Hanno creato una rete amministrativa micidiale per importi a fare il tampone, cercano il covid-19 soprattutto gli asintomatici per enunciare attraverso le televisioni gli aumenti del numero dei contagiati e le ore interminabili di attesa sono parte integrante per darci la nostra dose di terrore quotidiano in ossequio alla Strategia della Paura. Tutto ciò non è normale è cercare volutamente l'isteria collettiva

3 Ottobre 2020
Attesa interminabile - Una giornata di ordinaria follia per fare un tampone nel Lazio di Zingaretti

Il drive-in di viale Palmiro Togliatti, periferia est della Capitale, è uno dei 21 allestiti dalla Regione nella provincia di Roma che permette di accedere al test. Peccato che disponga solo di due postazioni a fronte di un afflusso quotidiano di persone straordinario


«Mamma non torno a pranzo e forse nemmeno a cena, qua famo notte». La voce, romana e sconsolata, è quella di un ragazzo con la testa che ciondola sul volante della Smart e il cellulare pigiato sull’orecchio. La sua, come centinaia di altre auto, è incolonnata in un tetris immobile. Giovani, anziani, disabili, famiglie con bambini. Migliaia di persone in attesa di un tampone che, nel migliore dei casi, arriverà dopo sei ore trascorse sui sedili. Il drive-in di viale Palmiro Togliatti, periferia est della Capitale, è uno dei 21 allestiti dalla Regione Lazio nella provincia di Roma, ricavato in fretta e furia all’interno del centro carni della città, tra camion frigo che fanno la spola e un’insegna che avvisa: «Qui si noleggiano coltelli e camici da lavoro».

Si contano due sole postazioni per fare i tamponi, a fronte di un’impennata di contagi in una Regione che si prepara all’emergenza. Il drive-in è aperto dalle 9 alle 19, ma alle 17.30 si chiudono i cancelli per smaltire le macchine già entrate nella struttura. Per avere la certezza di fare il test, bisogna giocare d’anticipo e ipotecare la giornata. «Quando arrivo la mattina alle 7 per iniziare il turno c’è già una fila incredibile di auto. Non so da che ora si piazzino lì, forse all’alba», racconta un’infermiera che raccoglie le impegnative degli aspiranti tamponati.

Quella per fare il test è un’odissea, senza esagerazioni. Noi ci presentiamo all’orario di apertura. Sono le 9 del mattino: una coda di due chilometri si snoda lungo tutte le vie limitrofe. Si sta fermi per ore, senza muoversi di un metro. Sotto il sole, i motori accesi e le facce scocciate. Ogni tanto dalla corsia opposta si ferma qualche auto: «Ma perché siete tutti in fila? Che succede?». Qualcuno pensa a una campagna sconti o a un grande evento. «Buona fortuna!»

C’è chi telefona e chi dorme. L’attesa è snervante, ma nessuno vuole mollare. Anche perché non ci sono alternative. Il Lazio del segretario Pd Nicola Zingaretti, al contrario di regioni come Lombardia, Veneto, Liguria e Piemonte, non ammette la possibilità di fare i tamponi nei laboratori privati. Una decisione inspiegabile per molti. Nelle strutture convenzionate si possono effettuare sierologici e test rapidi. Questi ultimi, gli stessi che si somministrano negli aeroporti, sono stati autorizzati da pochi giorni a livello regionale. 

L’amministrazione di Zingaretti ha chiesto alle Asl di privilegiare i rapidi rispetto ai tamponi classici, da utilizzare in una seconda fase: quella della conferma diagnostica. Mentre nelle scuole arriveranno i salivari. Ma al momento i test rapidi sono introvabili nei laboratori privati. Non se ne parlerà prima di metà ottobre, fanno sapere alcuni degli studi più importanti della Capitale. Quindi tutti in macchina, a far la coda.

Al drive-in di via Togliatti vengono respinte le persone che si presentano a piedi. «Qui si fa il test solo in auto, ce lo impone un’ordinanza. Senza macchina bisogna andare all’ospedale San Giovanni», spiega l’infermiere a una pensionata incredula. Il San Giovanni è a dieci chilometri da lì. Arrivederci e grazie. 

Una beffa, se si pensa che qui le auto procedono a passo d’uomo. Solo per entrare nella pancia del centro carni, presidiato da un paio di vigilantes, ci vorranno più di quattro ore. E non è finita. All'ingresso gli infermieri controllano la ricetta del medico curante, necessaria per accedere al test. Si può fare il molecolare classico o il l’antigenico rapido, per chi rientra da Paesi a rischio come Grecia e Spagna. Ma, a giudicare dalle facce degli automobilisti, non c’è aria di controllo post-vacanza. 

Una volta dentro, la coda si sdoppia in due corsie segnalate da birilli e transenne. Altre due ore di attesa, e passa la paura. Le persone cominciano ad aprire le portiere per sgranchirsi le gambe. Qualche coraggioso, dopo una mattinata di resistenza eroica, usa i quattro bagni chimici messi a disposizione dall’Asl. Altri scattano foto e video, almeno finché non se ne accorgono i paramedici.


All'interno del drive-in ci sono solo due postazioni che effettuano tamponi. Due alla volta, per migliaia di utenti. Accanto al tavolino con le provette, quattro infermieri. Si cambiano i guanti e si disinfettano continuamente. Bardati e volenterosi. Comunque troppo pochi per fronteggiare un esercito di automobili destinato a ingrossarsi nelle prossime settimane. L’inverno è alle porte e i timori di una seconda ondata si sprecano. D’altronde i contagi nel Lazio sono in aumento costante, sale la pressione sugli ospedali e da oggi è in vigore l’obbligo dell’uso delle mascherine anche all’aperto.

Non mancano momenti di tensione al drive-in. Lo raccontano gli infermieri, professionali e pure simpatici. Parlano di automobilisti che perdono la pazienza e alzano i toni. Mentre siamo lì, invece, regnano ordine e silenzio. Educazione mista a rassegnazione di chi aspetta il proprio turno. Da un’autoradio parte “Piazza Grande” di Lucio Dalla, qualcuno comincia a canticchiare. Una botta di vita inaspettata dopo ore di letargo. «Signori, per favore spegnete i motori altrimenti ci affumicate», chiede un paramedico.

Sono passate sei ore. Una giornata di lavoro più stressante che in ufficio. È arrivato il nostro turno. «Signore, apra la bocca prego. Ora il bastoncino entrerà nella narice. Abbiamo fatto, grazie. Le risposte arriveranno via mail tra tre o quattro giorni, ma potrebbe volerci di più se c’è molto afflusso». 

Tempo qualche secondo e siamo fuori, quasi disorientati. Un’ordinaria giornata di follia per fare un tampone ai tempi del Covid. Un segnale inquietante in vista dei prossimi mesi. Per dirla con le parole del sindaco di Bergamo Giorgio Gori: «Se arrivasse una seconda ondata scopriremmo di avere quasi le stesse debolezze che avevamo in primavera». Questa volta, però, resteremmo in auto anziché a casa.

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