L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

lunedì 16 novembre 2020

Brunei, Cambogia, Indonesia, Laos, Malaysia, Myanmar, Filippine, Singapore, Thailandia e Vietnam, Cina, Giappone, Corea sel Sud, Nuova Zelanda e Australia creano un mercato quasi privo di dazi trainando in positivo l'economia e il benessere collettivo

Super accordo di libero scambio nell'Asia-Pacifico

COMMERCIO 

Quindici paesi in Asia e nel Pacifico hanno siglato un’intesa globale promossa dalla Cina

© EPA/LUKAS COCH

Diats 15 novembre 2020 , 19:32Economia

La Cina incassa una nuova vittoria strategica: la firma dell’accordo di libero scambio tra 15 Paesi dell’Asia-Pacifico che, escludendo gli Usa, diventa la più grande intesa commerciale su scala globale. Il Regional Comprehensive Economic Partnership (Rcep) - questo il nome - coinvolge infatti circa un terzo del Pil e della popolazione mondiale, con quasi 3 miliardi di persone coinvolte.

In soli quattro anni Pechino ha così ribaltato le posizioni nella regione rispetto a Washington. Il Tpp, l’accordo a 12 voluto da Barack Obama che teneva fuori la Cina e valeva il 40% del Pil mondiale in una trama transpacifica, era stato affossato da Donald Trump all’Apec del 2017 in Vietnam dopo aver conquistato la Casa Bianca, motivando il ritiro Usa in nome dell’»America First».

Dopo otto anni di negoziati e su sua iniziativa, la Cina aumenta l’influenza economica grazie al Regional Comprehensive Economic Partnership, lo schema commerciale che abbatte i dazi siglato nella videoconferenza odierna con base ad Hanoi (il Vietnam ha la presidenza di turno dell’Asean), dai leader delle 10 economie del Sudest asiatico (Brunei, Cambogia, Indonesia, Laos, Malaysia, Myanmar, Filippine, Singapore, Thailandia e Vietnam), e di quelli di Cina, Giappone, Corea del Sud, Nuova Zelanda e Australia. L’India, timorosa di un aumento del deficit commerciale con la Cina, potrebbe aderire in futuro.

Per gli Stati Uniti nell’era della presidenza di Joe Biden il Rcep è un’altra chiamata, forse l’ultima, per definire strategie sul commercio durature nell’area, ritrovando un ruolo da pivot adattato ai nuovi trend.

Nel mezzo della tendenza globale al protezionismo, i Paesi partecipanti sono diventati più motivati a optare per il libero scambio dopo le turbolenze causate da Trump e dal Covid-19. L’accordo poggia su 20 capitoli di regole che vanno da commercio di beni, investimenti e commercio elettronico a proprietà intellettuale e appalti pubblici, con l’obiettivo di aumentare l’interazione economica fatta su regole in vista dell’entrata in vigore del Rcep quando i firmatari lo avranno ratificato. E’ la seconda grande intesa commerciale multilaterale per l’Asia, dopo quella transpacifica (Cptpp), la versione a 11 del Tpp senza gli Usa, che ha 7 Paesi che figurano tra l’altro tra i 15 del Rcep.

Sul piano politico è significativo che si tratti della prima iniziativa del suo genere tra Cina, Giappone e Corea del Sud per quello che alcuni osservatori vedono come un passo primordiale di un’integrazione asiatica magari paragonabile all’Unione europea, con la Cina per baricentro.

Secondo le stime dei firmatari, il Rcep aumenterà ricchezza e benessere in termini quantitativi seguendo non standard assoluti e vincolanti come nei trattati neoliberali, ma «flessibili». I dazi eliminati sono al 90% e non al 100%, a tutela di politiche protezionistiche dei singoli Paesi, settore agricolo in primis. Ad esempio, il Giappone taglierà il 61% delle tariffe sull’import di beni alimentari da Asean, Australia e Nuova Zealanda, il 56% dalla Cina e il 49% dalla Corea del Sud, tenendo i dazi su 5 categorie di prodotti (riso, grano, zucchero, latte e derivati, manzo e maiale) per proteggere gli operatori locali.

«La firma del Rcep non è solo un traguardo epocale nella cooperazione nell’Asia orientale, ma è anche una vittoria del multilateralismo e del libero scambio», ha commentato il premier cinese Li Keqiang. I media di Pechino si sono spinti oltre: il successo del mega accordo Rcep è una vittoria che vede Paesi, «compresi gli alleati degli Usa, che hanno assestato un colpo al protezionismo e al bullismo economico perseguito dagli Stati Uniti e da altri», ha twittato il Global Times, il tabloid nazionalista del Quotidiano del Popolo, la ‘voce’ del Partito comunista. Il Rcep «aiuterà la regione dell’Asia-Pacifico a prendere la leadership globale nella ripresa post Covid-19 e a ridurre l’egemonia Usa nella regione».

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