L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

venerdì 13 novembre 2020

Ci sono i diritti inalienabili che nessuna potrà mai togliere agli uomini

Anniversario della morte del presidente Arafat

12.11.2020 - Patrizia Cecconi


Sono passati ben 16 anni dalla sua morte, avvenuta l’11 novembre del 2004, probabilmente per avvelenamento.
Ma ci sono persone che per il loro agire e per il simbolo che rappresentano diventano personaggi immortali al punto che, se la nostra vita ha coinciso per qualche anno con la loro, ci sembra che ancora due giorni fa erano presenti e vivi, e solo quando una commemorazione ce lo ricorda ci si accorge che sono passati anni.

Il presidente Yasser Arafat era uno di questi uomini e anche per questo ha motivo di essere il personaggio – in vita come in morte – più odiato dal sionismo. Non certo per gli accordi di Oslo, anzi, per quelli i sionisti dovrebbero fargli un monumento!

Il presidente Arafat è odiato perché è l’uomo che ha fatto fallire il progetto di Ben Gurion (i vecchi moriranno e i giovani dimenticheranno) ed ha impedito che un popolo cacciato dalla sua terra e reso profugo si disperdesse.

Sotto la sua guida centinaia di migliaia di profughi sono rimasti popolo, un popolo resistente che dichiara come propria patria la Palestina e che, in 72 anni di occupazione, non ha ceduto né a cosiddette “generose offerte” né a cosiddetti “piani del secolo”. Ed è così grazie alla linea tracciata da Arafat.

Non è un caso che anche nella Striscia di Gaza, dove governa Hamas, così come nelle case dei palestinesi della diaspora in varie parti del mondo, o in quelle dei campi profughi in Libano o in Giordania e ovunque, quale che sia la fazione politica di riferimento, è generalmente presente e rispettata l’immagine del presidente Arafat.

Il popolo palestinese è “un popolo” che l’occupazione è riuscita a ferire, a violare, a calpestare, ma non a distruggere grazie a Yasser Arafat, l’uomo che amava ripetere al mondo che la lotta per la dignità e la libertà non ha confini né luogo di nascita e che arrendersi gettando nel fango i diritti inalienabili di cui si rivendica il riconoscimento non si può. O, per dirla con le parole del grande poeta Darwish, Arafat ha insegnato al mondo che c’è qualcosa per cui vale la pena vivere. Anche quando tutto sembra venirci contro.

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