L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

giovedì 19 novembre 2020

Gli euroimbecilli giustamente tagliati fuori dall'Asia Centrale

L’importanza dell’Asia Centrale nello scacchiere geopolitico internazionale

-18 Novembre 2020


Il 3 novembre scorso Sergei Glazyev, ministro in carica dell’integrazione e della macroeconomia dell’Unione Economica Euroasiatica (UEE), ha preso parte al forum economico dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (SCO) e ha sottolineato l’importanza dell’interazione tra le due organizzazioni sia su scala internazionale sia a livello regionale; per quel che concerne l’Eurasia, Glazyev ha fatto notare come, a seguito della Crisi ucraina e delle sanzioni imposte dall’Unione europea (reiterate negli anni e ampliate dopo il recente caso Navalny), la Russia abbia diretto i propri interessi economici verso Est, individuando nei mercati centro-asiatico, cinese e dell’Estremo Oriente i possibili partner con cui interagire a livello economico, politico e diplomatico.

Queste parole evidenziano un mai sopito interesse di Mosca nei confronti dell’Asia Centrale (Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan, Turkmenistan, Uzbekistan), una macroarea regionale che detiene un’importanza strategica significativa, perché ricca di risorse naturali ed energetiche e crocevia di un sistema di comunicazione e commerciale in grado di connettere Europa ed Asia. A livello geopolitico l’Asia Centrale è risultata essere parte integrante della teoria dell’Heartland di Mackinder che individuava nel controllo di questa regione e dell’intera Eurasia, da parte di una potenza, l’elemento fondamentale per influenzare i destini del mondo.

È innegabile il fatto che l’Asia Centrale sia economicamente e strategicamente importante: in passato è stata il teatro di scontro tra l’Impero zarista e quello britannico in quello che è stato definito come “Il Grande Gioco” o “Torneo di Ombre” (dal russo Турниры теней – Turniry Teney) e nel XX secolo tra gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica durante tutto il periodo della Guerra Fredda.

Interessi russi sempre vivi nella regione, perché Mosca considera l’Asia Centrale come “vicino estero” (dal russo ближнее зарубежье – blizhnee zarubezh’e) e quindi facente parte dell’ex spazio sovietico con cui il Cremlino può vantare legami storici, politici ed economici duraturi che dovrebbero porre le basi per una maggiore presenza militare nelle singole Repubbliche centro-asiatiche.

Gli Stati Uniti, che si apprestano ad un avvicendamento alla Casa Bianca, avevano inaugurato, lo scorso febbraio, una nuova strategia in Asia Centrale sottolineando come l’obiettivo diplomatico statunitense nella regione sia quello di rafforzare l’indipendenza, la sovranità e l’integrità territoriale e garantire la presenza economico-politica di Washington per contrastare Cina e Russia. A tal proposito, a fine ottobre il Primo ministro kazako, Askar Mamin, aveva incontrato in un evento online il segretario statunitense per il commercio Wilbur Ross, nella cerimonia di apertura del Business Council Kazakhistan-Stati Uniti, volta a rafforzare i legami economici e confermare l’interesse della Casa Bianca nel favorire maggiori investimenti diretti stranieri (FDIs) statunitensi nel paese.

Pechino, sin dall’inaugurazione dell’iniziativa Belt and Road (BRI) conosciuta anche come “Via della Seta”, ha investito cospicui fondi economici nello sviluppo infrastrutturale delle Repubbliche centro-asiatiche con il fine ultimo di creare stabilità nella regione e un mercato moderno in grado di favorire il flusso di merci da e verso l’Europa continuando così ad alimentare la crescita economica cinese.

A Cina, Russia e Stati Uniti si devono aggiungere però due potenze regionali imprescindibili come la Turchia e l’Iran che per ragioni di natura storica, etnolinguistica, ed economico-strategica, possono vantare un legame con la Regione centro-asiatica e hanno quindi sviluppato un progetto di politica estera con l’obiettivo di divenire attori primari nella regione. Ankara ha infatti avviato una politica incentrata sull’elemento turco dando vita al Consiglio di cooperazione dei paesi turcofoni di cui fanno parte Azerbaigian, Kazakistan, Kirghizistan e Turchia, mentre Turkmenistan e Uzbekistan hanno lo status di membri non ufficiali. Erdogan è stato spesso accusato di voler ricalcare le orme dell’Impero ottomano e quindi sfruttare l’elemento turco per estendere la propria influenza in Asia Centrale arrivando a interessare anche la minoranza uigura della provincia cinese dello Xinjiang (conosciuta anche come Turkestan orientale), minacciando così il progetto BRI di Pechino.

Non è da meno l’Iran che ha legami storico-culturali e religiosi con l’Asia Centrale, in special modo con il Tagikistan la cui lingua è molto simile al persiano parlato in Iran e in Afghanistan, e che ha avviato una politica estera volta a connettere le infrastrutture iraniane con quello delle Repubbliche centro-asiatiche. Anche se la letteratura accademica e gli specialisti della Regione parlano di una esagerazione del ruolo di Teheran in Asia Centrale, non è possibile non considerare l’Iran un attore regionale in grado di influenzare le dinamiche locali.

Anche l’Unione europea ha dimostrato il proprio interesse per questa parte di mondo e nel 2019 il Consiglio d’Europa ha adottato una nuova strategia il cui fine è quello di favorire una maggiore presenza europea nel mercato centro-asiatico ponendo l’accento sulla promozione della resilienza, della prosperità e della cooperazione regionale. In prospettiva di sicurezza energetica, infatti, paesi come Kazakhistan e Turkmenistan potrebbero divenire basilari grazie alle loro riserve di gas naturale e petrolio e favorire la diversificazione delle importazioni energetiche che Bruxelles giudica ancora eccessivamente dipendenti da Mosca. Anche l’Italia ha un particolare interesse allo sviluppo della realtà eurasiatica con la quale stanno crescendo le collaborazioni economiche e gli scambi commerciali; nel 2017 l’interscambio commerciale con gli Stati dell’area è stato pari a 5,7 miliardi di euro (tessile, abbigliamento, macchinari). Un esempio significativo è il grande progetto di collaborazione nel settore ferroviario avviato in Uzbekistan da FS International, Italferr, Mercitalia per progetti di importo pari a 105 milioni di dollari.

In questo quadro geopolitico che vede attori internazionali e regionali sottolineare l’importanza dell’Asia Centrale, la stabilità e la sicurezza della regione sono necessari per favorire l’interscambio commerciale e la connessione tra Europa ed Asia. In questa ottica, sia la situazione del vicino Afghanistan, dove sin dal 2001 gli Stati Uniti e le forze di sicurezza internazionali sono imbrigliati in una lunga guerra, sia la presenza di diversi gruppi terroristici come il Movimento Islamico dell’Uzbekistan o il Vilayat Khorasan (Provincia del Khorasan) afferente allo Stato Islamico, devono essere concepiti come fattori di minaccia per la costruzione di uno stabile equilibrio regionale e come attori geopolitici in grado di influenzare le complesse dinamiche dell’Asia Centrale.

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