L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 21 novembre 2020

I manganelli SI il Plaquenil NO. In Germania si cura il covid/lockdown/coprifuoco con la forza bruta e non con i medicinali all'idrossiclorichina

CAOS GERMANIA/ “Botte ai no-Covid, il governo non è mai sceso così in basso”

Pubblicazione: 20.11.2020 - Edoardo Laudisi

A Berlino sono scoppiati disordini come non si vedevano da tempo. C’è un mix pericoloso di stato d’eccezione e intolleranza politica a senso unico

Proteste a Berlino (LaPresse)

DA BERLINO – Nella capitale gli idranti contro la folla non si vedevano dai lontani anni Novanta, quando la polizia sgombrò la centralissima Mainzer Strasse i cui palazzi erano stati occupati da attivisti e freaks di tutto il mondo subito dopo la caduta del muro. E questo mercoledì, mentre in piazza infuriava la battaglia tra la polizia e quelli che ormai per pigrizia mentale o pregiudizio vengono chiamati no-Covid, o semplicemente estremisti, ma che in realtà sono un gruppo eterogeneo di cittadini dal retroterra variegato, il Bundestag, il Parlamento tedesco, approvava la legge sulla “difesa dalla pandemia”.

Dopo le lamentele di giuristi e costituzionalisti che criticavano la costituzionalità dei decreti del governo in materia Covid, l’esecutivo si è finalmente presentato davanti al Parlamento per far approvare una legge che colmasse la lacuna. Il dibattito che ne è seguito, trasmesso in streaming nel primo pomeriggio di mercoledì, è stato tra i più animati degli ultimi anni. L’opposizione aveva affilato le armi puntando tutto sulle rimostranze dei giuristi perché, come aveva argomentato il capo dei liberali (Fdp) Christian Lindner, “Quando si interviene sui diritti fondamentali, non può essere un governo a decidere ma il Parlamento. Altrimenti si aprono le porte a un regime democratico ambiguo”. Dall’inizio della pandemia lo scorso marzo il Parlamento non era mai stato interpellato.

Per comprendere la tensione che dalla piazza lambiva le colonne del Bundestag situato a pochi passi, occorre fare un piccolo passo indietro, all’inizio del secondo lockdown “leggero” introdotto a novembre. Alcuni tribunali tedeschi lo hanno indebolito, annullando i divieti di entrata nelle regioni critiche, le famigerate zone rosse, e il relativo coprifuoco, sostenendo che le proibizioni erano sproporzionate. I giudici di Monaco, ad esempio, hanno espressero fin da subito dubbi sul fatto che il lockdown “leggero” fosse compatibile con il principio costituzionale secondo cui la limitazione dei diritti fondamentali a lungo termine può essere decisa solo dal Parlamento. Perché misure così essenziali da incidere sui diritti fondamentali richiedono una base giuridica precisa, cioè una legge parlamentare che fino a quel momento mancava.

Se i suoi diritti fondamentali vengono limitati per un qualsiasi motivo, il sovrano, vale a dire il cittadino, deve dare il suo permesso. Si chiama sovranità popolare e oggi sono in troppi a volerla liquidare per decreto. La legge che lo fa, la legge che limita i diritti fondamentali, deve essere chiara, precisa e proporzionata. Deve avere uno scopo legittimo, deve essere oggettivamente appropriata e necessaria (cioè non ci devono essere altri mezzi meno invasivi a disposizione) e l’intensità dell’azione deve essere proporzionale al legittimo obiettivo perseguito. In una dichiarazione rilasciata al quotidiano Die Welt, l’avvocato costituzionalista Christoph Millers ha definito il lockdown di primavera come “la più massiccia interferenza sui diritti fondamentali nella storia della Repubblica federale avvenuta senza una base giuridica adeguata”. Il giurista Thorsten Kingreen dell’Università di Ratisbona ha aggiunto che “la determinazione dell’emergenza epidemica innesca un diritto di eccezione costituzionalmente molto problematico e il suo mantenimento permanente crea uno stato di emergenza non previsto dalla legge costituzionale”. Il dibattito parlamentare di mercoledì doveva ovviare a queste e a molte altre lacune.

Come, ad esempio, l’elenco completo delle misure necessarie che il governo centrale e quelli federali sono autorizzati ad adottare. Si tratta del controverso paragrafo 28a. Esso comprende restrizioni già note come la distanza di sicurezza e l’obbligo di indossare la maschera nei casi previsti, i divieti di entrata nelle zone a rischio e la chiusura delle attività economiche. Tuttavia, è chiaro che il coprifuoco “pesante”, il divieto di manifestare e i divieti di culto religioso, sono consentiti solo come estrema ratio. Per la prima volta poi vengono stabilite per legge le soglie di 35 e 50 nuove infezioni a settimana ogni 100mila abitanti, che giustificano prima misure di protezione “ampie” e poi “comprensive”. Una volta approvato il paragrafo 28a, i tribunali dei singoli stati federali non potranno più ribaltare i provvedimenti governativi in materia di pandemia.

Durante il dibattito non sono mancati momenti epici o patetici a seconda dei punti di vista. Il ministro della Sanità Jens Georg Spahn, al centro di molte polemiche per i provvedimenti governativi che hanno limitato i diritti fondamentali, si è rivolto all’odiatissimo partito di opposizione dell’AfD con il tono retorico di chi si sente dalla parte giusta della storia: “A voi interessa il dolore di queste persone oppure no? Ci siamo decisi, la società tutta si è decisa a difendere la salute. L’infezione va tenuta sotto controllo e noi lo stiamo facendo, ma non è finita. Siamo sulla strada giusta. Lotta contro il virus, sostegno all’economia, vaccino. C’è luce in fondo al tunnel, ci sarà il vaccino. Il vaccino ci salverà e la Germania ne ha grande merito. La maggioranza dei tedeschi è con noi. È d’accordo con le nostre decisioni. Dobbiamo rimanere uniti. Per questo oggi chiediamo l’approvazione del Parlamento”.

A un certo punto, quando un parlamentare dell’opposizione ha interrotto il dibattito per comunicare all’assemblea che la polizia stava usando le maniere forti contro i manifestanti assemblati a due passi dal Parlamento, dai banchi della maggioranza sono partiti applausi e grida di “gut so”, bene così, accompagnati da risate di scherno nei confronti degli “idioti del Covid”. Gli idioti, categoria nella quale di questi tempi vengono rinchiusi tutti coloro che si fanno delle domande legittime su qualsiasi cosa, si erano rifiutati di lasciare la piazza nonostante la polizia avesse sciolto la manifestazione. Così sono partiti idranti, manganelli e quasi 400 arresti festeggiati dagli applausi dei parlamentari.

Certo che paragonare questa legge a quella del 1933 (Ermächtigungsgesetz) con la quale i nazisti esautorarono il Parlamento installando di fatto la dittatura, non gioca a favore dell’intelligenza dei dimostranti. Però il paragone, per quanto bislacco, è anche il sintomo di una sfiducia totale dei cittadini nei confronti della classe politica tedesca. Una sfiducia così radicale, così definitiva, così senza speranza che potrebbe rovinare addosso alle istituzioni tedesche in modi imprevedibili.

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