L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

venerdì 13 novembre 2020

Il Comitato Tecnico Scientifico più che difendere gli interessi del paese hanno obbedito all'ordine del Grande Reset, distruggere l'economia. Sole e aria aperta sono stati volutamente ignorati

Professore, Università di Padova

Coronavirus, ascoltare gli scienziati fa la differenza. Ma che siano esperti, non consulenti ‘prestati’



In un recente editoriale, pubblicato sul prestigioso magazine inglese The Economist, si è proposta una domanda di ricerca molto seria e utile: “i governi stanno davvero seguendo i suggerimenti della scienza sulla gestione Covid-19?”.

L’editoriale analizza i dati di un’inchiesta finalizzata a verificare la propensione dei governi ad ascoltare i consigli degli scienziati nell'attuare politiche di contenimento del Covid-19. Come si evidenzia dal pubblicato nell'editoriale stesso, i paesi che hanno seguito maggiormente i suggerimenti degli scienziati, come la Germania, la Corea del Sud, la Nuova Zelanda, la Cina, la Danimarca e la Norvegia hanno meglio gestito l’epidemia. I paesi che hanno ignorato gli scienziati, come gli Stati Uniti, il Brasile e il Regno Unito, hanno raccolto quel che hanno seminato: migliaia di morti in eccesso e ampie riduzioni del prodotto interno lordo (Pil).


Il messaggio sembra chiaro: ascoltare gli scienziati è vitale e significa non solo salvare migliaia di vite umane, ma anche l’economia. Nella classifica dei paesi più o meno virtuosi nell'ascoltare i propri scienziati, basata tuttavia su dati qualitativi relativi alla percezione dei cittadini rispetto all'argomento, l’Italia non sembra posizionarsi troppo bene. Chi sarebbero però questi scienziati da ascoltare?

Mentre all’Università di Padova si svolge il Festival della Salute Globale, ci si rende conto, con amarezza, che in questo paese non si è neppure in grado di definire veramente chi siano gli scienziati esperti in salute globale e valutazione di politiche sanitarie in grado di suggerire efficaci strategie di contenimento contro il Covid-19 al governo.

Basta leggere i nomi degli speakers invitati a parlare di salute globale o i curriculum vitae dei membri del Comitato Tecnico Scientifico (Cts). Quanti di questi professionisti ha un Master o Dottorato di Ricerca (PhD) in salute globale? In entrambi i casi, si tratta per lo più di figure professionali “prestate” alla salute globale. Parliamo in pratica di medici, biologi, clinici, economisti e altre figure che si occupano di altro e che, a tempo perso, parlano anche di salute globale.


Non è una coincidenza che molti di questi scienziati sembrano aver capito molto poco di politiche sanitarie efficaci nel contenere la pandemia Covid-19. Agli inizi della pandemia, ad esempio, Ranieri Guerra, direttore aggiunto Oms, affermava che i test di massa (agli asintomatici) erano “scientificamente inutili” e “logisticamente impossibili.” Un altro membro del Cts, Walter Ricciardi, rimproverava colui che la rivista Nature ha definito come l’artefice del successo del modello Veneto (basato sui tamponi), Andrea Crisanti, per aver disatteso le linee guida (sbagliate) del Comitato tecnico scientifico e dell’Oms.

Altri sembrano mostrare lacune evidenti in epidemiologia. Poche settimane fa, un altro membro del Cts, Franco Locatelli, non è stato in grado di riconoscere un’evidente curva esponenziale di nuovi contagi e ricoveri in terapia intensiva, mentre Roberto Bernabei, sempre del Cts, affermava in televisione che il Covid-19 “è una malattia normale.” E’ singolare inoltre che 18 componenti del Cts su 20 lavorino a Roma. Sarà forse perché la capitale concentra i migliori scienziati in salute pubblica e valutazione di politiche sanitarie del paese? Ne dubito.


Ecco, vedete, quando siamo costretti a leggere l’ennesimo bollettino di morti giornalieri – all’11 novembre 2020 sono 623 – mentre nei paesi che hanno gestito bene l’epidemia si contano poche decine o centinaia di morti in totale (ad esempio Vietnam, Sud Corea e Taiwan), è giusto chiedersi quale danno sia stato fatto da chi, invece di credere alla salute globale come scienza autonoma, l’ha trattata come una disciplina ancillare, occupabile da altri professionisti, magari clinici che, mentre fanno altro, possono dedicare gli scarti del loro tempo a tematiche chiave come:

– l’analisi epidemiologica del Covid-19;

– la valutazione dell’efficacia degli interventi di contenimento Covid-19;

– la sorveglianza dei focolai Covid-19;

– i migliori sistemi di testing and tracing;

– lo studio di case studies sui migliori modelli di politiche sanitarie in grado di ridurre la mortalità dovuta al Covid-19.

L’editoriale pubblicato su The Economist indica che ascoltare gli scienziati può salvare migliaia di vite… specie se non si tratta di clinici “prestati” alla salute globale mentre fanno altro. Il paese ha urgente bisogno di nuovi percorsi universitari in salute pubblica, epidemiologia e valutazione di politiche sanitarie, oltre ad esperti che si occupino del problema a tempo pieno.

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