L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

venerdì 13 novembre 2020

Il Grande Reset Occidentale vuole distruzione e morti e non terminerà finchè non raggiungerà l'obiettivo. Il mondo non sarà come prima. La strategia della Paura e del Caos aveva al suo arco la freccia del terrorismo e subito ha fatto suo il covid/lockdown/coprifuoco per raddoppiare il suo potenziale. La Bce, la Fed e le altre banche centrali hanno il compito di accompagnare la crisi economica/sociale e non smetteranno fino al raggiungimento dello scopo. Il Progetto Criminale dell'Euro tenta il suo colpo di coda ma rimane strumento arretrato/inadeguato e la Bce è costretta, suo malgrado, a diventare banca centrale prestatore di ultima istanza comprando al di fuori delle regole in quantità massiva anche i titoli di stato italiani per gestire al meglio lo spread

SPY FINANZA/ Dall’Ue agli Usa, le false narrative smontate da numeri e grafici

Pubblicazione: 13.11.2020 - Mauro Bottarelli

Sia in Europa che negli Stati Uniti ci sono convinzioni che in questi giorni si stanno sgretolando o che è facile smontare

Lapresse

Chiedo scusa, avete notizie di quelli che si facevano beffe della sentenza della Corte di Karlsruhe, per caso? Probabilmente mi toccherà rivolgermi a Federica Sciarelli e al suo Chi l’ha visto?, perché ultimamente è tutto un fiorire di analisi rispetto all’offensiva dei falchi in seno al board della Bce e delle criticità che gravano sul programma Pepp. Preoccupazione di massa, cari lettori. La festa sta per finire, i pranzi gratis gentilmente offerti dall’Eurotower cominciano a scarseggiare e si tramutano, di giorno in giorno, in aperitivi sempre più striminziti. Fra poco, temo, occorrerà far vedere almeno il ticket restaurant che abbiamo in tasca (leggi accesso al Mes), se si spera di mettere qualcosa nella stomaco. Eh già, quei fenomeni della preveggenza politico-economica che vi dicevano come fosse pericoloso e inutile accedere al Fondo salva-Stati, visto che la Bce operava front-load alle nostre emissioni e senza imporci alcuna condizionalità, sono serviti. Ora le condizionalità sono in arrivo, pena la rimozione dell’unico principio che ha garantito al nostro spread di non esplodere: la deroga alla capital key, ovvero la possibilità per la Banca centrale europea di comprare Btp per un ammontare percentuale superiore al 17% che ci spetta statutariamente. E in aprile e maggio, signori, siamo volati ben sopra quella cifra. Restandoci per settimane.

Non a caso, da settembre scorso la Bce ha smesso di fornire il dato degli acquisti scorporato per Stato membro. Nell’aria c’era già profumo di rivolta, la Bundesbank stava assemblando le truppe. Ma si sa, la Corte di Karlsruhe era solo un covo di parrucconi inutili e il suo mandato conferito strategicamente alla Buba per staccare la spina al Pepp una minaccia vuota. Talmente vuota che oggi la metà degli articoli che leggete è dedicata al rischio di una stretta sui criteri di sostegno espansivo, a partire già dal board del 10 dicembre. Diciamo che qualcuno non ci ha capito nulla. Ma diciamolo sotto voce, per carità. O, come temo, piuttosto ha ragionato con la pancia ideologica del suo anti-germanesimo mal declinato e peggio ispirato più che con il cervello di chi non può esimersi dall’accettare la realtà: il finanziamento dei deficit sovrani in atto dal marzo scorso non è più accettabile i questa forma da MMT mascherata. Punto. Altrimenti, cambiamo nome all’Ue e chiamiamola Esercito della salvezza.

Smettiamola con il vittimismo, con l’evocazione ad minchiam dell’austerity, con il richiamo ai cumuli di cadaveri ammassati nelle strade del Peloponneso a causa della Troika e delle sue ricette: se la Grecia è ancora in piedi e riesce a emettere debito a dieci anni con spread minore al nostro, pensate che sia merito dei politici greci? Guardate questo grafico, il quale ha il merito di mostrarci ben due aberrazioni da stamperia globale in una sola immagine. Non solo il decennale greco rende meno a chi è così fesso da volerlo comprare di quello pari durata degli Stati Uniti (e ieri il biennale di Atene è passato addirittura in negativo, praticamente ha nevicato all’inferno), ma ecco che, miracoli autoavveranti degli ultras con molta partigianeria e poco raziocinio, la vittoria (presunta) di Joe Biden alle presidenziali ha portato con sé la sgradevole conseguenza di area 1% che si avvicina per lo yield del Treasury a 10 anni. E quel rendimento sovraintende, oltre che al livello di VaR a cui sono iscritti a bilancio qualche triliardo di assets finora contabilizzati in base al criterio del mark-to-capocchia, anche alle decisioni prospettiche della Fed in fatto di politica monetaria.


Tradotto, se si rompe quota psicologica 1% servirà un’altra emergenza, un’altra crisi epocale perché la Federal Reserve possa ampliare il proprio piano di intervento e non – come vorrebbe logica – stare ferma o addirittura cominciare un prodromo di timida normalizzazione. Di più, il presunto arrivo in tempi relativamente brevi del vaccino opera da ulteriore liability per chi pensa che la ricetta sia stampare come la tipografia Lo Turco: se infatti l’emergenza Covid è destinata a rientrare in tempi mediamente brevi, si potrà sostenere per un po’ la ripresa, ma dopo occorre darsi una calmata. Altrimenti ci penserà l’inflazione a forzare la mano di Jerome Powell e soci.

Non ci credete? Guardate questi due grafici, i quali ci offrono un’ottima prospettiva reale di quanto stia accadendo. La narrativa ufficiale, divenuta addirittura parossistica dall’annuncio di Pfizer di lunedì scorso, ci dice che nel mercato è in atto una grande rotazione dovuta proprio alle mutate prospettive ingenerate dalla scoperta di un rimedio contro il virus. Ovvero, per parlare chiaro, titoli di comparti come il turismo, le linee aeree e i petroliferi tornano a respirare, vedendo la fine del tunnel del lockdown perenne, mentre le azioni di giganti come Amazon che hanno beneficiato della gente chiusa in casa, pagano pegno. Così come i beni rifugio come l’oro, ad esempio, visto che la speranza ormai regna sovrana e non serve più proteggersi da sciagure all’orizzonte. O, quantomeno, non in maniera drammatica come dalla primavera scorsa in poi.



Se è vero tutto questo, perché la smart money – gli investitori professionali – continua a stare bellamente alla finestra? Anzi, l’11 novembre il dato relativo agli inflows di mercato legati a questa categoria dominante – Smart Money Index – ha toccato il minimo da due anni. Cosa c’è, di colpo la smart money non è più così smart e le regole le scrivono impiegati e studenti che operano on-line su Robinhood? In effetti, nel mondo delle Banche centrali che risolvono tutto, questa è una logica che non stonerebbe affatto. Ma non è così, fidatevi. La smart money è ancora smart. Anzi, talmente smart da restare lungo il fiume, in attesa del cadavere proprio dei daily traders con i loro bei cerini in una mano e i debiti del conto titoli da saldare nell’altra. A quel punto, acquisti sui minimi. Ma minimi veri.

Il secondo grafico ci mostra come, al netto della chimera Pfizer, un altro elemento di criticità stia andando a incastonarsi nel puzzle sempre meno nitido della narrativa di mercato. Negli Usa lo hanno già ribattezzato Casedemic, ovvero un driver di mercato garantito proprio dal continuo flusso di notizie rispetto all’aumento dei casi di contagio. Ora, almeno ufficialmente, c’è il vaccino: quindi, quel veicolo finanziario poco ortodosso rischia di perdere potenziale. E in fretta. Tanto più che se la linea dei contagi (colore blu) negli Usa appare in impennata, tanto che da mercoledì a New York la sera i bar e i ristoranti chiudono, quella delle ospedalizzazioni (colore verde) è in calo e quella dei decessi (colore rosso) addirittura appare piatta da settimane e settimane. Se per caso, come sono quasi certo, entro pochi giorni l’intero baraccone di speranza a prezzo di saldo venduto al mondo da Pfizer cadrà miseramente a terra (non a caso, dopo 24 ore di euforia pavloviana, i geni della Borsa si sono resi conto che stoccaggio e conservazione del vaccino rappresentano qualche piccola rognetta, dovendo avvenire a -80 gradi fissi), come si farà a dar vita a una nuova big rotation di ritorno, senza schiantare un po’ il mercato? Ovvero, come si farà a vendere nuovamente ai cittadini/investitori/gonzi la narrativa in base alla quale, scusate abbiamo scherzato, il Covid è ancora tra noi e ci resterà a lungo, sempre più letale?

Non vi sentite vagamente presi per i fondelli, cari lettori? E fermi tutti, perché nessuno sembra voler fare i conti con la variabile del secolo: e se per caso, dai riconteggi manuali che sempre più Stati stanno autorizzando, l’ultimo la Georgia, dovesse saltare fuori che Joe Biden ha vinto grazie a brogli? E se alla fine Donald Trump si guadagnasse un secondo mandato, alla luce dei voti reali e non di quelli di defunti o cittadini del Minnesota che miracolosamente hanno votato per posta il candidato democratico in California o Florida? Impossibile, lo so per primo. Però guardate questo ultimo grafico, il quale ci mostra il premio di rischio legato a Donald Trump sulla scena come elemento di instabilità globale che il dollaro sta ancora “scontando”: di fatto, un 10% di valutazione extra dovuta alla sola permanenza nel consesso pubblico dell’odiato tycoon, stando a una simulazione di Deutsche Bank. E se dovesse restarci, nel più clamoroso caso di sconfessione della più grande democrazia del mondo mai accaduto?


Comprate i pop-corn, sta per andare in scena il più grande spettacolo dopo il Big Bang.

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