L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

giovedì 19 novembre 2020

La conferma, per chi ancora ne avesse bisogno che il M5S è un falso ideologico, che il controllo delle televisioni di Berlusconi sono sempre state l'obiettivo del corrotto euroimbeille Pd, che Di Battista è la classica foglia di fico e cosa ci sta a fare dentro al M5S non si capisce o forse si?

Il Caimano ti dà una mano

Maurizio Blondet 18 Novembre 2020 

(un capolavoro)

di Ugo Magri

Casomai provasse a fare il furbo, niente più scudo contro Vivendi e Silvio sarebbe rovinato. Ma non ce ne sarà bisogno. Lo volevano morto, ma adesso lo preferiscono vivo.

Nel più totale silenzio delle “coscienze morali”, pure loro in lockdown, si è consumato un inciucio di vaste proporzioni che potrebbe condizionare la politica dei mesi e forse anni a venire. Come un iceberg, se ne scorge soltanto la punta: cioè l’emendamento parlamentare che, dalla sera alla mattina, ha trasformato le reti berlusconiane in patrimonio pubblico, bloccando qualunque tentativo straniero di metterci le mani sopra.

Complice il decreto Covid, Mediaset è stata equiparata a un’azienda di interesse strategico e perciò “scudata”, con enorme sollievo del Cav che temeva di farsela sfilare dai francesi di Vivendi. E questa sarebbe già da sola una novità sensazionale: tutto d’un tratto siamo venuti a scoprire che quarant’anni di battaglie da sinistra per chiudere Canale5, Italia1 e Rete4 fortunatamente hanno fatto fiasco, perché altrimenti avrebbero distrutto un bene sacro della nazione.

Dunque sarebbe stato assurdo non solo spegnere le tre tivù, come avrebbero voluto alcuni pretori già nel lontano 1984 se non fosse intervenuto San Bettino Craxi a riaccenderle per decreto, ma sbagliato anche arginarle con i tetti pubblicitari della legge Mammì, attraverso referendum tanto generosi quanto sfortunati come quelli veltroniani del ’95 (“non si interrompe un’emozione”, era lo slogan coniato da Federico Fellini), addirittura con le campagne di boicottaggio targate BoBi (“Boicottiamo il Biscione”).

Per non parlare del conflitto d’interessi, che nel nome ibera dialettica democratica avrebbe dovuto spogliare Berlusconi della sua doppia veste di politico e di imprenditore: alla luce dell’emendamento salva-Mediaset, votato senza fiatare alla Camera da grillini e “Dem”, sarebbe stato un errore colossale imporre la vendita all’ex premier; torto marcio avevano tutti quanti lo definivano Sua Emittenza, i più colti evocando il Citizen Kane di “Quarto potere” o addirittura il Makie Messer di Bertold Brecht (“Mostra i denti il pescecane/ e si vede che li ha”). Per farsi perdonare dal Cav, come minimo i suoi nemici di una vita dovrebbero cospargersi il capo di cenere e intonare tutti insieme “Meno male che Silvio c’è”, l’adulazione fatta canzone.

[…] Il governo si aspetta qualcosa in cambio da Berlusconi. [….] I ministri si attendono inviti da Barbara D’Urso e in tutti gli altri talk-show. Sebbene non lo direbbero mai, figurarsi se nei conciliaboli tra Stefano Buffagni (vice-ministro M5S) e l’influente Gina Nieri (Mediaset) non si è parlato di ciò che rischia il premier nella seconda ondata, dopo quanto di buono aveva fatto nella prima. Tranquilli: il Caimano darà una mano.

E ci sono gli equilibri instabili di governo, i Cinque stelle alla frutta, la maggioranza perennemente sull’orlo dell’harakiri: tenere Berlusconi al guinzaglio vuol dire scongiurare la crisi per i prossimi 6-7 mesi. Tanto ci vorrà prima che il decreto Covid venga approvato, l’emendamento Mediaset diventi esecutivo e Agcom eserciti il suo potere di veto nei confronti dei transalpini.
Casomai provasse a fare il furbo, niente più scudo contro Vivendi e Silvio sarebbe rovinato. Ma non ci sarà nemmeno bisogno delle minacce, perché Berlusconi è impaziente di farsi apprezzare. Da Zingaretti, da Conte, perfino dagli odiati grillini. Convinto che da cosa possa nascere cosa, s’è messo in testa di diventare tra un anno e mezzo il prossimo presidente della Repubblica.
Prevede di diventare l’ago della bilancia tra gli schieramenti grazie ai delegati regionali di Forza Italia, che saranno una quantità. Invece di riportarlo coi piedi per terra, c’è chi sciaguratamente lo spinge a tentare. Su consiglio del solito inarrivabile Gianni Letta, sta adottando un tono sempre più istituzionale, saggio e responsabile. Condanna Trump per i toni “impropri” come se lui non avesse mai fatto le corna. Da qualche tempo ha rinunciato a prendersela coi “comunisti”. Né va dicendo in giro, come faceva prima, che Di Maio è un buono a nulla, uno scappato di casa. A loro volta, Pd e Cinque stelle hanno smesso di dargli del corruttore, del pregiudicato, dello stragista, del mafioso. Lo volevano morto, ma adesso lo preferiscono vivo.

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